sabato 15 agosto 2009

Il tiranno dei mondi

Come potete vedere, questo blog, pure se sembra "andare a rilento" non si ferma nemmeno a ferragosto. Questo è il nuovo racconto che ho scritto in solo un giorno, e che quindi potrebbe sembrare un po' frettoloso nello stile. E' un racconto di fantascienza, di quelli che mi piace tanto scrivere (e leggere), e come trama (e come intento "moralizzatore") si avvicina molto al racconto "La sciagurata fine della civiltà umana", anche se nelle mie intenzioni doveva essere qualcosa di leggermente diverso. Il titolo è un ovvio tributo al romanzo "Il Tiranno Dei Mondi" di Isaac Asimov, uno degli scrittori che amo di più, e ci sono anche grossi riferimenti all'ottimismo Asimoviano per quanto riguarda la colonizzazione dello spazio. L'ottimismo tuttavia è assente da questa sorta di favoletta morale, che da una situazione idilliaca peggiora sempre più, fino alla tristissima conclusione. Alla fine ho provato a scrivere un racconto decente: ci sono riuscito? A voi, miei pochissimi lettori, il verdetto.

Ringrazio Lady Irian che mi ha aiutato a correggere i piccoli errori di ortografia e di distrazione che ho fatto in questo racconto: il suo aiuto è stato molto prezioso.

Il tiranno dei mondi

Nel ventisettesimo secolo dell’era volgare l’umanità si era lasciata alle spalle molte cose che l’avevano ostacolata durante la sua precedente storia. Nazionalismo, religioni rivelate, razzismo, superstizione, la stessa economia di mercato capitalista, erano stati abbandonati dal mondo intero, oramai, e nel mondo aveva un dominio quasi totale il razionalismo. La tecnologia era al suo servizio, ed insieme avevano risolto il sovraffollamento, la povertà e la fame, e nel mondo dominavano ormai prosperità e ricchezza. Era una specie di paradiso terrestre, la felicità dominava, e nessuno, grazie al sistema educativo che fin da piccolissimi era volto alla ferrea educazione civica e morale, tentava nemmeno di limitare la libertà altrui. L’uguaglianza democratica era ormai diventata perfetta, non c’erano più discriminazioni di sorta ,e il torbido era completamente scomparso dal mondo. Certo, non era poi così paradisiaco, c’erano ancora degli scontri tra persone, ma si risolvevano col ragionamento e col dialogo; violenza o insulti erano quasi scomparsi da tempo, ed erano giudicati ormai cose deplorevoli e assolutamente da evitare. Senza pensieri e senza ansie, l’uomo passava il tempo a sognare, a ragionare, a dialogare, e non solo: la mancanza dell’economia, ossia l’assenza di un tetto di spesa per qualsiasi progetto, aveva consentito giganteschi passi in avanti nel campo della tecnologia, specie in quella spaziale. La Luna ormai era piena di installazioni umane e di attrazioni, era quasi un centro di villeggiatura, e Marte era stato terraformato, e l’intero emisfero sud del pianeta, l’unico non coperto dall’oceano che si era formato, era ormai abitato. C’erano colonie quasi autonome (tranne per la fornitura d’ossigeno) su Cerere, su Ganimede, su Io e su Titano, ed erano in fase di progettazione anche basi su Callisto e sui ghiacci di Europa. Ma il vero capolavoro dell’ingegneria era la Luna Cava, una gigantesca sfera che ruotava su se stessa per simulare la gravità, e orbitante intorno a Venere. Era un vero gioiello, orgoglio della intera civiltà umana. Si stavano inoltre sperimentando alcuni metodi per viaggiare velocemente attraverso le stelle, per poter così finalmente esplorare la galassia, e la curiosità umana viaggiava al massimo.

Una piccola frazione di persone però non condivideva questo clima spensierato e bellissimo: sotterraneo, covava ancora il germe dell’irrazionalismo. Esisteva in particolare un movimento clandestino, il M.I.M. (Movimento Irrazionale Mondiale) che tentava, anche in maniera violenta, di sovvertire la razionalità. Era composta quasi interamente da gente dotata di un intelligenza inferiore alla media: ogni tanto, nonostante la selezione genetica degli embrioni, usciva comunque una persona con quoziente intellettivo sotto allo standard di 100, inspiegabilmente per i genetisti. Questi individui, ad ogni modo, non erano discriminati in alcun modo, e la maggior parte di loro riusciva bene nelle scuole, ma nonostante questo essi avevano scarse capacità di ragionamento, come divenne chiaro in alcuni test sociologici. Dato che ormai lo scientismo era talmente sicuro da risultare poco più che banale, nemmeno essi lo mettevano più in discussione, anzi lo prendevano a modello. Ciò che contestavano era la razionalità, il fatto che non fosse possibile, col semplice ragionamento, arrivare ad una morale universale, e questo perché non si poteva usare il metodo scientifico per trovarla: ma, scarsi nel ragionamento com’erano, da queste premesse non riuscivano ad arrivare ad altra conclusione che era inutile avere una morale. Non riuscendo a comprendere il pensare altrui, ed essendo tremendamente invidiosi di coloro che chiamavano sprezzanti “le Teste”, arrivarono a postulare che pensare faceva male, e che il pensiero razionale doveva essere abolito. A loro volta, le persone “normali”, quelle razionali, che pure non avevano alcun pregiudizio legato al loro maggiore intelletto, non riuscivano a tollerare l’atteggiamento degli appartenenti del M.I.M., così aggressivo, arrogante ed intollerante; e per questo, poco dopo la sua creazione il movimento era stato dichiarato illegale

Accadde che divenne leader del M.I.M. una persona furba e molto capace a recitare, per quanto poco intelligente quanto i suoi compagni. Come si chiamasse veramente non lo ha mai saputo nessuno, ma si faceva chiamare Stephan Eliah Energy, anche se tutti lo chiamavano Steel, contrazione dei due nomi ma anche “acciaio” come la tempra che dimostrava, e che non era altro che pura finzione. Insospettabile, di bell’aspetto e con una buonissima memoria, era persino riuscito a prendere una laurea in fisica, ma ad un certo punto della sua vita decise che non gli bastava, nonostante fino ad allora non gli interessasse altro che la fisica teorica. Nascondendo la sua appartenenza al M.I.M., venne ammesso nel programma per entrare politica. Mentendo spudoratamente sulle sue stesse opinioni e intenzioni, e grazie anche alla facilità con cui in quei tempi si poteva fare carriera in politica, riuscì in breve a diventare un personaggio di spicco del partito nel quale si era inserito. Steel sapeva fingere benissimo, e si atteggiava a difensore imperterrito della razionalità nel mondo; inoltre era suadente e catturava le masse col suo grande carisma, anche se in realtà egli nel profondo non sopportava la compagnia e odiava le persone. In effetti, non aveva mai avuto un amico stretto, e aveva avute molte brutte esperienze con la gente, senza riuscire mai a capire che il problema non erano gli altri, ma il suo carattere egocentrico e intollerante, al limite del più bieco autoritarismo. Grazie alla sua abilità di attore, negli anni a seguire, Energy guadagnò sempre più consensi, finché non fu eletto Presidente della Confederazione Terrestre a maggioranza schiacciante.

Nei primi tempi si comportò esattamente come aveva fatto prima dell’elezione. Promulgò alcune leggi popolari votate al raziocinio, che qualche membro del Congresso del Sistema Solare gli proponeva, e ne rifiutò altre, senza particolari motivi, dato che non capiva il senso di ciò che faceva; ciò nonostante riuscì a non farsi scoprire. In effetti, sembrava un governatore come un altro; ma in segreto già preparava un colpo di stato. Iniziarono a scomparire inspiegabilmente giovani aitanti, sui pianeti colonizzati, senza lasciare traccia, prima in piccolo numero, poi sempre di più: venivano portati nell’unica base umana costruita in segreto su Callisto, e lì condizionati mentalmente e dolorosamente, per diventare soldati e schiavi, incapaci di provare emozioni e di ribellarsi, creati con l’unico scopo di obbedire agli ordini. Tutta l’operazione era clandestina, nessuno con un minimo di etica avrebbe mai approvato una cosa del genere, ma Steel non aveva scrupoli morali, non aveva coscienza, e quindi a lui non interessava. Quando il suo mandato di quattro anni terrestri stava per concludersi, convocò una conferenza stampa: mentre le navette partite da Callisto concludevano il viaggio su ogni pianeta o satellite abitato, in perfetta sincronia le une con le altre, ed i soldati sbarcavano prendendo possesso dei palazzi del potere, attraverso la tridivisione il Presidente Energy si rivelava come appartenente al M.I.M., e dichiarava con forza che da quel momento in poi la razionalità sarebbe stata abbandonata, che non aveva nessun senso, e che la suo nuova Tirannia Solare sarebbe stata senza alcuna morale.

Da subito scoppiarono grosse rivolte, anche violente, contro il neo-autoproclamatosi Tiranno: per la maggior parte delle persone il pensiero razionale era molto più importante di ogni cosa, anche a costo di usare metodi non proprio pacifici e ragionevoli. Ma i soldati erano molto ben addestrati, oltre che spietati, e affogarono ogni rivolta in centinaia di litri di sangue. Di fronte agli eccidi, però, sempre più gente si ribellava, nelle colonie come nella originaria Terra, dimostrando un coraggio e un amore per la razionalità fuori dal comune. Preso dall’odio e dall’ira, arrogante come era, Steel decise di bombardare Marte con alcune centinaia di bombe all’idrogeno che aveva fatto costruire violando di fatto il bando delle armi atomiche che resisteva da quattro secoli, e di bloccare completamente ogni viaggio spaziale: le altre colonie sarebbero morte senza più aria respirabile. Per quanto riguardava la Luna Cava, i soldati la tolsero dall’orbita venusiana e la scagliarono in direzione del Sole, prima di distruggere i comandi e di abbandonarla, condannando tutti i suoi abitanti ad un rogo di dimensioni epocali. Una dopo l’altra le basi extraterrestri, senza scelta, si arresero tutte, ma nella sua totale assenza di moralità il Tiranno non volle sentire ragioni, macchiandosi anche di migliaglia di morti per soffocamento. Per quanto riguarda la Terra, forse essa ebbe il destino peggiore: piena di soldati, anche di quelli che avevano abbandonato le colonie prima del blocco del volo spaziale, il mondo originale divenne un inferno. Chiunque fosse o fosse stato in passato un razionalista, o avesse avuto a carico semplicemente un sospetto di questo, veniva internato in degli speciali campi di lavoro, dove veniva sfruttato per il lavoro, torturato e ucciso, insieme alla sua famiglia. Fece rinchiudere perfino tutti i componenti del M.I.M., i quali pur avendolo appoggiato fin lì disapprovavano tutta quella violenza e tutto quel sangue versato, in un ritorno per quanto lieve di coscienza. L’egocentrica e intollerante rabbia del Tiranno non risparmiava nessuno, ne donne ne bambini, ed a lui del resto non interessavano le sofferenze altrui, pieno di sé com’era: tutti coloro che riuscivano a pensare o a ragionare, a fare quello che lui mai era riuscito a fare, dovevano pagarla cara.

In 10 anni, la popolazione del Sistema Solare si era praticamente azzerata, rimanevano solo pochissimi soldati e il Tiranno. Il grosso dell’esercito, aveva eseguito alla lettera gli ordini di Steel, rastrellando la Terra con maglie sempre più strette, finché non rimase più nessuno al di fuori dei campi di concentramento. Poi anche essi si svuotarono, i prigionieri morivano e non venivano più rimpiazzati, ed alla fine rimasero completamente deserti, solo lugubri baraccopoli di cemento piene di scheletri mai seppelliti. A quel punto, però, non c’era più nessuno che lavorasse, nessuno a produrre i beni di prima necessità. I soldati erano condizionati benissimo, non abbastanza però da non sentire la fame, e cominciarono a ribellarsi, uccidendo e venendo uccisi dai loro stessi compagni rimasti fedeli. Ne rimasero solo pochissimi, alla fine, poi anche essi vennero sopraffatti dalla fame. Avrebbero voluto insorgere anch’essi, ma non avevano più la forza di far nulla, e nel giro di pochi giorni morirono di fame. Rimase in vita solo Steel, per una strana ironia del destino. Si era accorto di ciò che aveva fatto, e nei suoi ultimi giorni di vita arrivò a desiderare di non averlo mai fatto, ma in lui non c’era alcun pentimento, nessun senso di colpa, abituato com’era a considerare le persone come spazzatura. Era dispiaciuto solo di non avere più sudditi, non di aver ucciso miliardi di persone. Tra atroci sofferenze e dolori, infine il Tiranno morì come era vissuto, senza alcun rimorso, e il gigantesco palazzo che si era fatto costruire fu la sua eterna tomba. Sulla Terra calava così il silenzio, un silenzio di morte eterno: causato da una sola persona, e dalle sua irrazionale e deleteria mancanza di morale e di ragione, che aveva condotto la civiltà umana alla rovina.

venerdì 7 agosto 2009

Il male all'interno

Mi sono accorto che era parecchio tempo che su questo blog, mio malgrado, non postavo una mia poesia (l'ultima risale addirittura al 6 aprile). Non che non ne abbia scritte, in questi mesi, ma semplicemente, chissà perché, non ho avuto l'impulso di postarne. Comunque, eccone una nuova, triste come al solito, e che seppur scritta qualche mese fa non ha perso nulla della sua attualità. Parla di sofferenza e di dolore, come molte altre; spero comunque sia di gradimento

Il male all'interno

L’oscurità domina
In questa parte del mondo
Il male è ovunque

Non contento di questo
Il male entra anche dentro me
E non fa altro che far danni

Perché bisogna soffrire?
Che motivo esiste?
Perché proprio all’interno della mente?

A queste domande non ho risposta
E continuo a provare dolore.


P.S. mi sono anche accorto che negli ultimi mesi ho postato molto poco, per colpa di impegni e di assenza di internet... pure se adesso ho ancora più impegni di prima, ho deciso di non trascurare più il mio blog, perciò comincerò a postarci più spesso.

domenica 2 agosto 2009

Non ho più parole, solo bestemmie...

Se mi si chiedesse di descrivere lo stato della laicità in Italia dal mio punto di vista "di minoranza" (che poi è una minoranza relativa, visto che secondo fonti autorevoli un italiano su sette è un non credente e questo significa che atei e agnostici superano in numero tutte le altre religioni messe insieme, a parte ovviamente quella cattolica), direi, nello sconforto, "non ho più parole, ma solo bestemmie". Peccato che presto anche le bestemmie saranno proibite: "l'onorevole" Fabio Garagnani del PDL (ma che onore può avere uno che abbassa rispettoso il capo ad un'organizazione a delinquere come è la gerarchia Vaticana?) ha depositato in parlamento una proposta di legge che, nei suoi intenti, ha lo scopo di punire "chiunque pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio della Divinità, delle persone o dei simboli da essa venerata"(parole della proposta di legge, chi fosse interessato può trovare il testo completo qui). Ora, conoscendo il cattolicesimo più becero, che in pratica è anche quello a cui la nostra intera classe politica (in particolare quella di centro-destra), ed essendo il disegno di legge un po' vago su cosa sarà considerato offesa e cosa no, ho l'impressione che essa sarà usata per i peggiori scopi. Ogni affermazione contraria alla religione cattolica potrà essere "offesa alla religione" con risultati pressoché deleteri: verrà meno così la libertà religiosa, sancita dalla costituzione negli articoli 7 e 19 della nostra Costituzione, quella stessa Costituzione che questo governo non fa altro che calpestare. Se questa legge anticostituzionale passasse, l'Italia diventerebbe un paese teocratico o simil-tale, alla stregua di quei paesi arabi che tanto si criticano. L'aspetto più brutto di questa faccenda è che nessuno ne parla, si scivola verso la teocrazia senza una parola, senza che nessuna testata in rete dedichi all'argomento una sola riga. Per me questo è assolutamente scandaloso.

Comunque, ritornando al precedente discorso, ovvero la Costituzione: per troppo tempo l'attuale governo di centrodestra ci ha sputato sopra. Questa non è altro che la goccia (ma per la sua portata sembra una mezza secchiata) che ha fatto traboccare il vaso. Per questo, adesso, lo scrittore di questo blog prende una posizione netta e chiara: una posizione di assoluta negazione del governo Berlusconi, in ogni suo singolo particolare e rivolto verso ogni suo singolo componente, ovviamente non solo per questo motivo, il quale però ha una certa importanza. Volevo lasciare la politica fuori da questo blog, ma a me sembra abbastanza chiaro che ormai non è più possibile, vista l'attuale orribile situazione.

Infine, una mia riflessione abbastanza dura: ancora si chiedono il perché della fuga dei cervelli, ma io credo proprio di averlo capito. Chi ha un cervello non può sopportare di essere comandato e governato da chi evidentemente non ne è stato dotato dalla natura. E cose del genere, sempre a mio avviso, denotano, oltre ad avidità, sete di potere e assenza di la benché minima morale o coscienza, una quantità molto scarsa di materia grigia. E non sono attacchi personali, almeno non nell'intenzione, sono semplici e amare constatazioni, perché fidatevi, ciò di cui parlo è abbastanza realistico.

sabato 25 luglio 2009

Wiesgarðr

Nuovo racconto scritto da me, dedicato a Marco "Bompa". Ho cercato di fare un racconto diverso dal solito, in bilico tra epico e fantasy. Numerose le fonti a cui mi sono ispirato, pur essendo il racconto originale, dalla primaria e dilagante presenza della mitologia vichinga ai racconti di Howard su Conan il Barbaro, dalla cultura norrena ad alcune canzoni dei Manowar. Spero sia di gradimento, e spero pure che non crei invidia, il parlare di terre ghiacciate quando fuori si toccano i 40 gradi e si muore di caldo.
P.S. conoscerò Marco al Pagan Fest, quindi tra quegli "amici" che ci sono alla fine ci sono anche io, in un hitcockiano cameo.

Wiesgarðr

Marco era da sempre una persona allegra, pure troppo a detta di alcuni suoi conoscenti. Non si arrabbiava mai, prendeva sempre la vita scherzando, e non aveva mai pensieri negativi. Non ci aveva mai riflettuto, a dir la verità: lui prendeva la vita come veniva. Era sempre felice, ma non capiva quanto questo fosse speciale, una cosa che molti altri si sognavano, una cosa rarissima nei giorni moderni. Almeno, non lo capì fino a quel giorno.

30 settembre 2009. Quel giorno Marco aveva programmato le ferie dal lavoro, per andare a Milano a vedere un festival musicale. Il Pagan Fest era un evento in cui avrebbero suonato principalmente band folk metal, creato principalmente per gli amanti di questo genere, come era il giovane. Inoltre in quella edizione, gli headliner erano i Korpiklaani, uno dei gruppi più influenti nel campo del folk, perciò non poteva davvero mancare. Seguì con passione i vari gruppi-spalla che si susseguivano insieme agli amici conosciuti quel giorno nella zona più calma del locale, sorseggiando un boccale di birra; solo con il gruppo principale si sarebbe scatenato e sarebbe andato nella bolgia. Appena il gruppo apparve sul palco, si gettò nel pogo, lasciandosi andare. Le prime tre o quattro canzoni furono normali, se si può parlare di normalità in un pit. Poi però successe il misfatto: mentre la band suonava il cavallo di battaglia Happy Little Boozer, una canzone veloce su cui la bolgia si scatenava, d’un tratto il ragazzo perse l’equilibrio. Per sfortuna, o forse per una strana coincidenza, quelli che gli erano intorno non riuscirono a prenderlo in tempo come succede quasi sempre nel pogo, così Marco cadde a terra e batté violentemente la testa. Il dolore fu sul momento intensissimo, tanto da fargli chiudere gli occhi, e subito provò una sensazione di freddo. Non gli sembrò nulla di particolarmente rilevante, in quel momento, e massaggiandosi la fronte, si rialzò velocemente. Non sentiva più la band suonare, solo silenzio, e chiedendosi cosa stesse succedendo aprì gli occhi. Li dovette subito richiudere: la luce era bianca ed accecante, e gli provocava dolore. Di nuovo, questa volta più gradatamente: e quando li ebbe completamente aperti, si sgomentò di ciò che vedeva. Non era più nel locale, ma in una pianura ricoperta da una coltre bianca che si spingeva oltre i confini di vista. Grossi fiocchi di neve scendevano dal cielo, e la visibilità era molto limitata. Dal punto in cui era, il giovane non riusciva a vedere altro che qualche pino qua e la ed un piccolo laghetto ghiacciato. Come in un sogno, senza sapere cosa fare, si avvicinò allo specchio d’acqua e vi guardò dentro, ma non vide altro che la sua immagine riflessa… ma che immagine! Era sempre lui, ma molto più giovane di quanto si ricordasse, un bambino, si dava al massimo 10 anni. Ora che ci pensava, si sentiva anche diverso, oltre ad apparire tale, eppure non aveva perso alcun ricordo, e tutto gli sembrava un bislacco sogno. Spiazzato e senza sapere cosa fare, ma con il solito ottimismo, Marco si mise in cammino.

Per ore e ore camminò per la pianura, mentre la neve continuava a cadere. Il panorama cambiava veramente di poco, sempre un deserto ghiacciato con solo qualche abete che spuntava qua e la ed ogni tanto una pozza d’acqua congelata. Più volte si accorse di aver incrociato le proprie stesse impronte, ma ciò nonostante non si scoraggiava. Giunse la sera, e poi la notte, e Marco si ritrovò a vagare al buio e al freddo, i vestiti leggeri che lo proteggevano a malapena dal gelo. L’unico modo per non congelare era continuare, imperterrito, ad andare avanti, resistendo. Alla fine, questa strategia risultò vincente: dopo ore, finalmente, nelle tenebre e nella nebbia scorse una debole luce; né fu subito felice, ma era ormai quasi assiderato, e la tensione che lo aveva condotto a quel punto si era ormai affievolita fino a sparire. Prostrato dalla fatica e dal freddo, il giovane cadde a terra, svenuto.

Si svegliò in una piccola casupola di legno, illuminata da un caminetto che si trovava su un lato. Davanti al caminetto, un omone gigantesco, con lunghi capelli che gli scendevano sulla schiena, che in quel momento pensava al fuoco raggrumando i ciocchi. Tentò di alzarsi, e in quel momento l’uomo si voltò dalla sua parte, mostrando un paio di folti baffi. Parlò in una lingua strana e dissonante, ma che il giovane, stranamente, comprendeva benissimo e, come si accorse poi, riusciva persino a parlare. Gli chiese chi era, se si sentiva bene e da dove veniva, poiché aveva l’aspetto di uno straniero. Marco rispose, gli disse che stava bene, ma che non sapeva come era arrivato lì e non aveva idea neppure di dove si trovasse. L’uomo disse di chiamarsi Ari, e che il giovane si trovava in un paese chiamato Wiesgarðr. Poi domandò cosa ci faceva un ragazzino piccolo come lui all’aperto in una landa desolata come quella, ma il ragazzo replicò che era più vecchio, prima, e che non sapeva nemmeno perché fosse ringiovanito; allora lasciò perdere il discorso, e gli disse di riposare, consiglio che Marco accolse immediatamente, cadendo quasi subito in un profondo sonno senza sogni.

Da Ari, il giovane apprese molte cose: che Wiesgarðr era una terra del nord, nel mondo di Miðgarðr e che si affacciava sul mare. Il popolo Wies, che abitava quella terra, era testardo ma di buon cuore, ed era noto alle altre genti per l’agricoltura ma anche per la navigazione e per il saccheggio che perpetuavano sui mari. L’uomo adottò Marco e lo allevò come un figlio, rinominandolo Sweyn, come suo padre. Gli insegnò a spaccare la legna, a fare le faccende in casa, a coltivare la terra, ma era il combattimento con la spada l’addestramento preferito del giovane. Passarono le stagioni, la neve se ne andò e poi tornò più volte, e man mano il corpo del giovane si irrobustiva, cosa che durante la sua “crescita precedente” non era successo. Ari era giusto, ma molto severo, e man mano che gli insegnava l’arte della guerra, il giovane sentiva la felicità quella che dava per scontato, abbandonarlo costantemente, sostituita solo dal vuoto. Arrivò ad un punto che non riusciva più a provare gioia, ma solo rabbia ed odio. Infine, tornò all’età alla quale era prima di arrivare in quelle terre, ed a quel punto, pur non disprezzando affatto la stabilità della vita con il suo padre putativo decise che era ora di andarsene, alla ricerca della felicità che non riusciva più a provare.

Vagò per diversi anni in tutta Wiesgarðr e negli stati confinanti, alla ricerca di qualcosa di cui egli stesso ignorava la natura, in compagnia solo della spada che il padre gli aveva regalato. Mangiava grazie alla carità dei contadini o rubacchiando qua e la quel poco di cui necessitava, e dormiva sotto ripari improvvisati. I giorni passavano lenti, diventando settimane e poi mesi, e man mano il giovane perdeva la speranza. Aveva ventisei anni, quando, casualmente, si ritrovò nella capitale di Wiesgarðr, il giorno stesso della morte del re. Harald, secondo del suo nome, era stato un monarca saggio e pacifico, ma era morto senza lasciare eredi maschi. Per nominare il suo successore, si era deciso di indire un torneo, ed il vincitore sarebbe divenuto re. Sweyn ne venne a conoscenza, e decise di iscriversi, anche se in realtà non era così tanto desideroso di governare gli uomini. La tecnica di combattimento che Ari gli aveva insegnato era davvero ottima, però, così alla fine egli riuscì ad imporsi su ogni avversario, anche il più duro, e fu elevato alla regalità. Gli anni successivi furono molto belli: il popolo acclamava e amava re Sweyn, primo del suo nome, ed egli si dimostrava altrettanto saggio del suo predecessore, ma non altrettanto amante della pace. Grandi razzie compi con le Drakkar per mare, e il regno si arricchì di tesori mai visti prima. Ma non fu solo un guerrafondaio: sviluppò anche i commerci e strinse trattati di pace con gli stati confinanti, mentre ad essere razziati erano solamente i deboli stati nel sud di Miðgarðr. Ovunque nel regno, il re era amatissimo, e tutti erano felici perfino di pagare le imposte. Ma egli non era felice, ancora non aveva ritrovato ciò che lungo la strada aveva perduto.

Lunghi anni passarono, finché si ritrovò cinquantenne, ancora senza un briciolo di quella gioia che aveva sempre avuto prima di arrivare a Wiesgarðr. Aveva avuto esperienze delle più varie, era sposato con una donna tanto bella da ricordare una valchiria, e che lo amava veramente, ed aveva generato tre figli, ma nulla gli dava allegria. Un giorno, passeggiando per la capitale del regno, notò un chiosco di una veggente, e l’istinto gli disse di entrare. L’ambiente era pieno di fumo, e la veggente, un’orrida vecchia quasi priva di capelli, si vedeva appena. Appena lo vide, ella gli prese la mano, poi chiuse gli occhi ed entrò in una specie di trance. Durò qualche attimo, poi la veggente si risvegliò e parlò con una voce cavernosa che a stento sembrava appartenere ad una donna tanto minuta. Disse che sapeva, il problema era la felicità perduta, e che c’era solo un modo per riottenerla: andare nel sotterraneo regno dei morti, l’Helheimr, e battere la dea Hel in duello. Senza pensarci due volte, Sweyn abbandonò ogni cosa, lasciò il regno nelle mani del suo primogenito Ari, ormai ventenne, e partì verso nord.

Arrivò ai confini di Wiesgarðr e poi li sorpassò. Lasciò le terre degli uomini, uscì da Miðgarðr ed entrò nel Niflheimr, la terra dei ghiacci perenni. Lo attraversò tutto cercando di fare in fretta, per paura di incontrare i giganti di ghiaccio che lì si diceva abitassero. Ma non trovò altro che silenzio, in quelle terre, e in pochi giorni riuscì ad attraversarle tutte. Poi, la strada iniziò a scendere, e in men che non si dica si ritrovò sotto terra, non in una caverna normale, ma in un grosso ambiente illuminata da una pallida e anomala luce verdognola. Passò per il regno di Svartálfaheimr senza incontrare ostacoli, gli elfi oscuri che lì risiedevano non lo degnarono di un’occhiata, come se la sua visita fosse già prevista. Perfino il terribile cane Garmr dal pelo macchiato di sangue umano, che egli aveva tanto temuto di incontrare, lo lasciò entrare nella caverna del Gnipahellir. senza nemmeno opporsi. Camminò a lungo in quella grotta, perdendo perfino la cognizione del tempo; poi, alla fine, il condotto si allargò, ed egli si ritrovò improvvisamente in una grande aula. Davanti a lui, finalmente, il Gjallarbrú, il ponte d’oro che segnava l’entrata al regno di Hel. Oramai era arrivato, non poteva più tornare indietro. Prese coraggio, ed iniziò ad attraversare il ponte. Giunto circa a metà, si accorse di una piccola figura che avanzava dall’altro lato. La dea Hel! Era esattamente come i racconti e i canti la rappresentavano: per metà una bella ragazza, e per l’altro un cadavere in decomposizione. Il viso, diviso verticalmente come il resto del corpo, aveva un’espressione triste, tanto da impietosire Sweyn; ma la sua risoluzione a ritrovare la felicità perduta era troppo forte, ed egli non poté tirarsi indietro. Sospeso sull’abisso, gridò alla dea che l’avrebbe sconfitta, fosse stata l’ultimo atto della sua vita. Il volto di Hel si contrasse in una smorfia di rabbia, poi subì una trasformazione, ed in pochi attimi era diventata enorme; dalla ragazza che era aveva assunto l’aspetto di un terribile gigante completamente nero, dal volto terribile. Spaventatissimo, il re tirò comunque fuori tutto il coraggio di cui disponeva, e si gettò addosso al mostro. Per tre volte riuscì a ferirlo con la spada, ma esso continuava a combattere come se nulla fosse, con il suo gigantesco acciaio, orripilante a vedersi. E fu così che, mentre tentava il quarto affondo, Sweyn venne colpito e cadde a terra. Allora la dea gli si fece sopra, e aprì le fauci. Disse con voce spaventevole che non solo non avrebbe ritrovato la felicità, ma che nonostante stesse per morire con onore non sarebbe andato nel Valhalla, poiché nessuna valchiria sarebbe mai arrivata fin laggiù. Sarebbe invece rimasto lì nell’Helheimr, e avrebbe servito lei per l’eternità, camminando nel vuoto e con il vuoto nel cuore. Poi i terribili e affilati denti calarono su di lui, senza nemmeno dargli il tempo di urlare.

Si tirò a sedere dalla posizione sdraiata in cui si trovava. Non era più nell’Helheimr, ma in un posto diverso, ed era notte. Sentiva di aver già visto quel posto, ma non ricordava dove. Poi vide i suoi amici, quelli che aveva incontrato lì per la prima volta dopo averli conosciuti su internet, che lo guardavano. Allora si ricordò: il suo nome era Marco, non Sweyn! Ora riconosceva pure il posto, era l’esterno del locale dove suonava il gruppo, e ancora si sentivano, attutiti, i suoni di Wooden Pints. Non era passato più di qualche minuto da quando aveva sbattuto la testa, apprese poi dagli amici, e loro lo avevano portato fuori dal locale per farlo respirare. Ora il giovane si sentì felice, e subito dopo stupito, poiché era una sensazione che non provava da moltissimo, da quelli che gli sembravano anni. Ancora più allegro felice, propose di rientrare nel locale. Aveva capito il significato recondito di quella allucinazione, ovvero che la felicità è un bene inestimabile, non una cosa da tutti i giorni; e, finché ebbe vita, il giovane conservò la gioia, cercando di rendere più contente anche le altre persone.

lunedì 20 luglio 2009

The Eagle has landed...

Avrei voluto scrivere una poesia, per commemorare l'evento di oggi. Il 20 giugno 1969 per la prima volta l'uomo scendeva sulla Luna a bordo del modulo lunare Eagle, una data storica e piena di romanticismi per gente che, come me, ha una certa forma di fascino nei confronti di scienza e tecnologia. Purtroppo l'ispirazione non mi è arrivata, o meglio: le mie parole non erano esprimevano nemmeno minimamente tutto ciò che provo nei confronti di questa impresa storica. Per questo ho preferito esimermi, e scrivere un semplice post del genere. E chiudo con le storiche e bellissime parole di Neil Armstrong, il primo uomo sulla Luna.

It's one small step for a men, a giant leap for mankind

E' un piccolo passo per un uomo, un balzo da gigante per l'umanità

E, si spera, che a questo passo ne seguano altri, e che l'uomo non si faccia vincere dalla paura dell'ignoto.

sabato 27 giugno 2009

Chiusura estiva?

Allora, noto con piacere che il mio blog ha già raggiunto la considerevole quota di 8 lettori. Non so quanti di loro mi leggano abitualmente; con alcuni non ho più contatti e con uno ho addirittura litigato (per poi pentirmene), quindi non so. Comunque tant'è, non pensavo di aver tanto successo, in così pochi mesi.

Comunque, mi dispiace un po' annunciarvi che quest'estate per me sarà abbastanza infuocata, in tutti i sensi: sono sobbarcato di studio e di esami, ho parecchio da recuperare, perciò non avrò molto tempo per scrivere. Tenterò comunque di lavorare il più possibile, e di postare comunque qualcosa.

martedì 16 giugno 2009

La sciagurata fine della civiltà umana

Questo racconto in realtà rappresenta appieno la totale sfiducia nelle cosiddette "generazioni future" che ho maturato in seguito a diverse esperienze personali, alcune delle quali abbastanza dolorose, anche. L'ho scritto abbastanza di getto, quindi eventuali errori o forme non proprio "armoniose" potrebbero essere perdonabili. Comunque, credo sia un pochino "sperimentale", come racconto, almeno rispetto al solito, ma nonostante questo spero sia ugualmente di gradimento.

La sciagurata fine della civiltà umana

L’umanità, in quell’epoca, era molto più avanzata di come la conosciamo noi oggi. Non c’erano più guerre, né carestie, e nemmeno povertà, ognuno aveva il suo spazio vitale e tutto ciò di cui necessitava. Non fu facile arrivarci, erano stati inevitabili drastici cambiamenti in ogni campo. Dalle politiche tra nazioni alla gestione della popolazione, grandi riforme erano state attivate: il controllo delle nascite era molto restrittivo; non si poteva usare più di un certo numero di risorse per non sfruttare troppo la Terra; e così via, con molti altri provvedimenti del genere. Alla fine, però, ne era valsa la pena: in appena duecento anni, come in una specie di miracolo, si era passati dal XI secolo, con ancora tutti i difetti che il mondo si portava dietro dal II millennio, al XIII secolo, dove tutto il pianeta era unificato sotto la stessa bandiera, e civiltà e razionalità dominavano in ogni legge e più in generale nella società tutta.

Tuttavia, la situazione non era così perfetta come potrebbe apparire, e all’improvviso si presentò un problema. Tutto cominciò nel 2200 circa: e in pochi decenni, in giro per ogni città o paese, per quanto di minuscole dimensioni, c’erano bande di delinquenti, spesso composte da giovani, che devastavano e spaventavano la popolazione. Purtroppo, in quegli anni, la stragrande maggioranza dei genitori utilizzava il cosiddetto “Metodo Lobosky” (dal nome di colui che lo aveva inventato), nell’allevare i figli loro concessi dalla legge (al massimo due). Questo deleterio sistema consisteva nel non ostacolare in alcun modo il bambino, nell’assecondarlo sempre ogni suo capriccio, bandendo ogni forma di punizione; questo perché la giovinezza era concepita come qualcosa di sacro, era l’età in cui più di tutte si poteva giocare e godersela, prima che l’età adulta ridimensionasse la capacità di divertimento dell’individuo (che comunque continuava a divertirsi, a quei tempi ognuno era pagato un tot ogni mese indipendentemente da ciò che faceva, mentre il lavoro manuale era svolto solo dalle macchine e quello di pensiero solo da appassionati), e per questo non si poteva limitarli o penalizzarli in qualcosa. Era davvero la visone più razionale? Forse…o forse no, forse era solo sparita la voglia e la pazienza dei genitori nell’impegnarsi nel duro compito dell’educazione. Sta di fatto che, troppo abituati ad avere tutto ciò che volevano, e senza alcuna capacità di distinguere tra il bene e il male, i bambini entravano in una banda una volta diventati abbastanza grandi (di solito, a 13-14 anni), al solo scopo di sfogare i propri istinti. Erano Congreghe, come i suoi affiliati di solito le chiamavano, formate da maschi e femmine indifferentemente: si appropriavano di un certo spazio, in una città, e in questo dominavano e facevano ciò che volevano, senza nessuno a contrastarli. Le forze dell’ordine erano incapaci, non avevano mezzi a sufficienza per contrastare tutto ciò, le armi mortali erano state bandite nel 2183, e quelle elettriche, le uniche concesse, non spaventavano più di tanto chi ne subiva gli effetti. Per questo motivo la polizia non aveva alcun potere su quelle brigate criminali.

E fu così che, in pochi anni, le Congreghe conquistarono tutti gli spazi, togliendo di legittimità ai governanti eletti democraticamente ed instaurando feroci dispotismi basati sul terrore. C’era come un patto, non scritto, di belligeranza ridotta tra di loro: le frequentissime schermaglie territoriali dei confini non dovevano avere altro seguito che qualche assassinio di un affiliato o lo stupro di qualche affiliata, mai più di questo. Non ci dovevano essere assolutamente faide o conflitti veri e propri. Era un comportamento tutto sommato acuto, che consentiva alle Congreghe di non indebolirsi, e di continuare a dominare incontrastate, senza il più pallido pericolo di una ribellione popolare. Sotto la dittatura delle bande il mondo passò una decina di anni di paura, ma la situazione era pacifica, alla fine. Poi, come se si fossero sintonizzati, accadde in tutto il mondo simultaneamente che i capi delle Congreghe, giovani uomini esaltati e violenti, senza un minimo di morale, iniziassero a usare il mondo e tutti gli abitanti come una proprietà esclusiva, per divertimento. Ogni scuola, anche del più piccolo paesello di montagna, ogni museo, ogni biblioteca venne vandalizzata e poi distrutta: alle Congreghe non piacevano l’istruzione e la cultura, le trovavano inutili e noiose. I negozi vennero depredati e dati alle fiamme: i non-congregati erano individui deboli e codardi, il diritto al comprare il cibo o altri beni era solo per i forti e gli audaci. Chi osava protestare anche in modo infinitesimale, veniva portato nella piazza del paese e sgozzato davanti alla folla, poi mentre ancora essa era assiepata nello spiazzo senza possibilità di uscirne (pena la morte), alcuni congregati entravano nelle patetiche catapecchie in cui il popolo era costretto ad abitare, pagando con la stessa moneta chi, trovandosi là, avesse commesso il terribile reato di rifiutare lo spettacolo della giustizia. Si arrivò, in appena qualche anno, alla completa distruzione di ogni cosa, di ogni più piccolo frammento della civiltà che tanto faticosamente era progredita fino ad allora, e non ne rimase più niente. Fu un tracollo rapidissimo, che travolse tutto, perfino le Congreghe. Alcune vennero distrutte dall’interno dalle lotte, tra i congregati semplici e i capi, per cibo e beni di lusso che cominciavano a scarseggiare, data la distruzione delle attività produttive e distributive. La maggior parte delle bande tuttavia venne smantellata dai “sudditi”, che, ormai allo stremo delle forze e della fame, non avevano più nessun timore ad attaccare ed assassinare brutalmente altri esseri umani per rubare il loro cibo, o addirittura a compiere atti di cannibalismo. Alla fine del processo si ritornò all’età della pietra, non esisteva più la civilizzazione, la mente dell’uomo ormai analfabeta e ignorante era concentrata solo sulla sopravvivenza. Il pensiero umano delle migliaglia di anni precedenti era finito, perso per sempre, le poche tracce del passato venivano bruciate per riscaldare le fredde caverne in cui le persone si erano ridotte ad abitare. Non c’era più razionalità, solo la lotta per la vita. Si era arrivati ad un abbrutimento tale dell’umanità, che nessuno si accorgeva più della natura, e delle stelle; e del fatto che nell’estate di quell’anno, 2288, una piccola ma visibile cometa apparisse nel cielo nella costellazione del Serpente.

Dalla sua nave spaziale, rivestita da un ologramma raffigurante una cometa che serviva a non rivelarsi ai terrestri, il capitano Rew Paieka di Stoyl osservava con il megaingranditore cosa avveniva sulla Terra in quel momento. Da quando era arrivato, circa un mese standard prima, aveva compiuto almeno un osservazione per ogni giorno terrestri, ed ogni giorno sempre la stessa storia, la stessa brutalità, e non una traccia di civiltà. Tristezza e nostalgia lo avvolgevano sempre di più: si ricordava come fosse ieri quando, all’incirca trecento anni prima, si era imbarcato da cadetto esploratore, per la prima Osservazione dopo la scoperta che quel pianeta era abitato da una razza intelligente. Non poteva credere a quello che aveva visto: il pianeta era ricchissimo di forme di vita di ogni tipo, di luoghi e paesaggi meravigliosi, come pochi nell’intera Via Lattea. C’era anche una razza intelligente, l’uomo appunto, che pur essendo moralmente e tecnologicamente arretrata stava compiendo balzi da gigante in avanti; e la sua cultura era davvero affascinante e pittoresca, così diversa dalla maggior parte delle civiltà galattiche. Si ricordava ancora come il capitano Trikian, il “grande” Trikian, il personaggio che più di tutti aveva venerato in vita sua, gli aveva detto col suo solito tono mellifluo e avvincente che sarebbero dovuti ritornare meno di trecento anni terrestri dopo (stimati ad intuito), che sarebbero stati abbastanza avanzati da conseguire finalmente gli standard necessari a venir introdotti nella Confederazione Galattica, l’ istituzione che univa tutte le civiltà della Via Lattea in un'unica, democratica e pacifica lega. Duecentoottanta anni terrestri erano passati, e Trikian era morto (la vita degli Uyarr era molto breve, di media 80 anni standard), mentre Paieka, seppur fosse in assoluto (ma non relativamente) già più vecchio del capitano trecento anni prima, era ancora in vita, poiché l’esistenza degli Stoyliani durava in media sui 450 anni standard. Eppure, in quel lasso di tempo non era successo ciò che Trikian aveva previsto, anzi il pianeta era stato distrutto e l’incantevole civiltà era scomparsa. Invio le ultime osservazioni di quel lungo periodo di tempo (il minore necessario per una previsione) agli psicostorici alla sede di Arweel, il cosiddetto “pianeta degli scienziati”, poi decise che per quel giorno standard intergalattico era sufficiente.

Dopo alcuni giorni standard di silenzio, il cicalino del videocomunicatore a wormhole tornò finalmente a farsi sentire. Era il direttore generale della facoltà di psicostoria di Arweel, Qenteyr Majeriv, che lo fissava nello schermo con quei suoi piccoli e grotteschi cinque occhi da Ertane. Rispose subito, e apprese che gli stavano per arrivare sul computer le conclusioni dei loro studi. Paieka chiuse e si mise al computer, mentre gli appariva il testo dell’analisi. Di certo non capiva nulla dei calcoli complicatissimi degli psicostorici, ma quello era un documento scritto in modo comprensibile a chiunque, e non lasciava dubbi: il pianeta Terra non si sarebbe mai risollevato da quello stato di barbarie, o meglio si sarebbe rialzato ma solo per poi ricadervi, e poi ancora, in un circolo senza fine di sollevazioni e cadute sempre più distruttive. Con l’acqua che gli zampillava dalla punta del cranio in piccoli ruscelletti, in segno di estrema tristezza, Paieka decise infine di chiedere l’autorizzazione per applicare, per la prima volta nella storia della Confederazione, il protocollo n. 512. Sapeva che era una decisione che lo avrebbe reso infelice, ma del resto non aveva scelta: non poteva permettere quella situazione, doveva riuscire a cambiare qualcosa, e la legge intergalattica, molto più basata sul sentimento di quella umana originale, glielo permetteva. L’Alto Consiglio Confederale, sul pianeta capitale Doras non ci mise che poche ore standard per decidere, e alla fine gli venne data l’approvazione definitiva. Piangendo, il capitano premette vari tasti sullo schermo, e alla fine si aprì una finestra che indicava il conto alla rovescia di 15 Thrin standard. Sembrarono passare ore e ore standard, mentre Paieka guardava per l’ultima volta la sfera azzurra che si stagliava netta, attraverso l’ingranditore sul vetro anteriore. Poi il contatore andò a 0, e in un attimo, il globo sparì, sostituito da una nube atomica appena visibile sullo sfondo stellato. Infelice come non mai, ma con il cuore in pace dopo quell’atto di pietà, Paieka cominciò ad avviare la procedura per tornare a Doras; e mentre la nave esplorativa apriva lo wormhole, solo le particelle generate dal dissociatore atomico galleggiavano nello spazio, ricordando il luogo dove un tempo cultura e civiltà avevano dominato. Era la fine di tutto, causata solo dalla sciaguratezza dell'uomo. La fine…

domenica 14 giugno 2009

Cambiamento importante

Ho deciso di cambiare il titolo del blog. L'altro ormai mi andava un po' stretto visto che, pure se ancora abbastanza solitario, ho cominciato un po' ad aprirmi al mondo, e la cosa mi rende abbastanza soddisfatto. Ho scelto questo titolo perché, oltre ad essere una stupenda canzone dei Black Sabbath, mi rappresenta. Scrivo spesso di apocalisse e di disastri vari, quindi la "mano del destino" è una buona descrizione per la destra, quella che scrive (in realtà scrivo al computer con entrambe le mani, ma non è importante).

P.S. A breve posterò il nuovo racconto.