martedì 16 giugno 2009

La sciagurata fine della civiltà umana

Questo racconto in realtà rappresenta appieno la totale sfiducia nelle cosiddette "generazioni future" che ho maturato in seguito a diverse esperienze personali, alcune delle quali abbastanza dolorose, anche. L'ho scritto abbastanza di getto, quindi eventuali errori o forme non proprio "armoniose" potrebbero essere perdonabili. Comunque, credo sia un pochino "sperimentale", come racconto, almeno rispetto al solito, ma nonostante questo spero sia ugualmente di gradimento.

La sciagurata fine della civiltà umana

L’umanità, in quell’epoca, era molto più avanzata di come la conosciamo noi oggi. Non c’erano più guerre, né carestie, e nemmeno povertà, ognuno aveva il suo spazio vitale e tutto ciò di cui necessitava. Non fu facile arrivarci, erano stati inevitabili drastici cambiamenti in ogni campo. Dalle politiche tra nazioni alla gestione della popolazione, grandi riforme erano state attivate: il controllo delle nascite era molto restrittivo; non si poteva usare più di un certo numero di risorse per non sfruttare troppo la Terra; e così via, con molti altri provvedimenti del genere. Alla fine, però, ne era valsa la pena: in appena duecento anni, come in una specie di miracolo, si era passati dal XI secolo, con ancora tutti i difetti che il mondo si portava dietro dal II millennio, al XIII secolo, dove tutto il pianeta era unificato sotto la stessa bandiera, e civiltà e razionalità dominavano in ogni legge e più in generale nella società tutta.

Tuttavia, la situazione non era così perfetta come potrebbe apparire, e all’improvviso si presentò un problema. Tutto cominciò nel 2200 circa: e in pochi decenni, in giro per ogni città o paese, per quanto di minuscole dimensioni, c’erano bande di delinquenti, spesso composte da giovani, che devastavano e spaventavano la popolazione. Purtroppo, in quegli anni, la stragrande maggioranza dei genitori utilizzava il cosiddetto “Metodo Lobosky” (dal nome di colui che lo aveva inventato), nell’allevare i figli loro concessi dalla legge (al massimo due). Questo deleterio sistema consisteva nel non ostacolare in alcun modo il bambino, nell’assecondarlo sempre ogni suo capriccio, bandendo ogni forma di punizione; questo perché la giovinezza era concepita come qualcosa di sacro, era l’età in cui più di tutte si poteva giocare e godersela, prima che l’età adulta ridimensionasse la capacità di divertimento dell’individuo (che comunque continuava a divertirsi, a quei tempi ognuno era pagato un tot ogni mese indipendentemente da ciò che faceva, mentre il lavoro manuale era svolto solo dalle macchine e quello di pensiero solo da appassionati), e per questo non si poteva limitarli o penalizzarli in qualcosa. Era davvero la visone più razionale? Forse…o forse no, forse era solo sparita la voglia e la pazienza dei genitori nell’impegnarsi nel duro compito dell’educazione. Sta di fatto che, troppo abituati ad avere tutto ciò che volevano, e senza alcuna capacità di distinguere tra il bene e il male, i bambini entravano in una banda una volta diventati abbastanza grandi (di solito, a 13-14 anni), al solo scopo di sfogare i propri istinti. Erano Congreghe, come i suoi affiliati di solito le chiamavano, formate da maschi e femmine indifferentemente: si appropriavano di un certo spazio, in una città, e in questo dominavano e facevano ciò che volevano, senza nessuno a contrastarli. Le forze dell’ordine erano incapaci, non avevano mezzi a sufficienza per contrastare tutto ciò, le armi mortali erano state bandite nel 2183, e quelle elettriche, le uniche concesse, non spaventavano più di tanto chi ne subiva gli effetti. Per questo motivo la polizia non aveva alcun potere su quelle brigate criminali.

E fu così che, in pochi anni, le Congreghe conquistarono tutti gli spazi, togliendo di legittimità ai governanti eletti democraticamente ed instaurando feroci dispotismi basati sul terrore. C’era come un patto, non scritto, di belligeranza ridotta tra di loro: le frequentissime schermaglie territoriali dei confini non dovevano avere altro seguito che qualche assassinio di un affiliato o lo stupro di qualche affiliata, mai più di questo. Non ci dovevano essere assolutamente faide o conflitti veri e propri. Era un comportamento tutto sommato acuto, che consentiva alle Congreghe di non indebolirsi, e di continuare a dominare incontrastate, senza il più pallido pericolo di una ribellione popolare. Sotto la dittatura delle bande il mondo passò una decina di anni di paura, ma la situazione era pacifica, alla fine. Poi, come se si fossero sintonizzati, accadde in tutto il mondo simultaneamente che i capi delle Congreghe, giovani uomini esaltati e violenti, senza un minimo di morale, iniziassero a usare il mondo e tutti gli abitanti come una proprietà esclusiva, per divertimento. Ogni scuola, anche del più piccolo paesello di montagna, ogni museo, ogni biblioteca venne vandalizzata e poi distrutta: alle Congreghe non piacevano l’istruzione e la cultura, le trovavano inutili e noiose. I negozi vennero depredati e dati alle fiamme: i non-congregati erano individui deboli e codardi, il diritto al comprare il cibo o altri beni era solo per i forti e gli audaci. Chi osava protestare anche in modo infinitesimale, veniva portato nella piazza del paese e sgozzato davanti alla folla, poi mentre ancora essa era assiepata nello spiazzo senza possibilità di uscirne (pena la morte), alcuni congregati entravano nelle patetiche catapecchie in cui il popolo era costretto ad abitare, pagando con la stessa moneta chi, trovandosi là, avesse commesso il terribile reato di rifiutare lo spettacolo della giustizia. Si arrivò, in appena qualche anno, alla completa distruzione di ogni cosa, di ogni più piccolo frammento della civiltà che tanto faticosamente era progredita fino ad allora, e non ne rimase più niente. Fu un tracollo rapidissimo, che travolse tutto, perfino le Congreghe. Alcune vennero distrutte dall’interno dalle lotte, tra i congregati semplici e i capi, per cibo e beni di lusso che cominciavano a scarseggiare, data la distruzione delle attività produttive e distributive. La maggior parte delle bande tuttavia venne smantellata dai “sudditi”, che, ormai allo stremo delle forze e della fame, non avevano più nessun timore ad attaccare ed assassinare brutalmente altri esseri umani per rubare il loro cibo, o addirittura a compiere atti di cannibalismo. Alla fine del processo si ritornò all’età della pietra, non esisteva più la civilizzazione, la mente dell’uomo ormai analfabeta e ignorante era concentrata solo sulla sopravvivenza. Il pensiero umano delle migliaglia di anni precedenti era finito, perso per sempre, le poche tracce del passato venivano bruciate per riscaldare le fredde caverne in cui le persone si erano ridotte ad abitare. Non c’era più razionalità, solo la lotta per la vita. Si era arrivati ad un abbrutimento tale dell’umanità, che nessuno si accorgeva più della natura, e delle stelle; e del fatto che nell’estate di quell’anno, 2288, una piccola ma visibile cometa apparisse nel cielo nella costellazione del Serpente.

Dalla sua nave spaziale, rivestita da un ologramma raffigurante una cometa che serviva a non rivelarsi ai terrestri, il capitano Rew Paieka di Stoyl osservava con il megaingranditore cosa avveniva sulla Terra in quel momento. Da quando era arrivato, circa un mese standard prima, aveva compiuto almeno un osservazione per ogni giorno terrestri, ed ogni giorno sempre la stessa storia, la stessa brutalità, e non una traccia di civiltà. Tristezza e nostalgia lo avvolgevano sempre di più: si ricordava come fosse ieri quando, all’incirca trecento anni prima, si era imbarcato da cadetto esploratore, per la prima Osservazione dopo la scoperta che quel pianeta era abitato da una razza intelligente. Non poteva credere a quello che aveva visto: il pianeta era ricchissimo di forme di vita di ogni tipo, di luoghi e paesaggi meravigliosi, come pochi nell’intera Via Lattea. C’era anche una razza intelligente, l’uomo appunto, che pur essendo moralmente e tecnologicamente arretrata stava compiendo balzi da gigante in avanti; e la sua cultura era davvero affascinante e pittoresca, così diversa dalla maggior parte delle civiltà galattiche. Si ricordava ancora come il capitano Trikian, il “grande” Trikian, il personaggio che più di tutti aveva venerato in vita sua, gli aveva detto col suo solito tono mellifluo e avvincente che sarebbero dovuti ritornare meno di trecento anni terrestri dopo (stimati ad intuito), che sarebbero stati abbastanza avanzati da conseguire finalmente gli standard necessari a venir introdotti nella Confederazione Galattica, l’ istituzione che univa tutte le civiltà della Via Lattea in un'unica, democratica e pacifica lega. Duecentoottanta anni terrestri erano passati, e Trikian era morto (la vita degli Uyarr era molto breve, di media 80 anni standard), mentre Paieka, seppur fosse in assoluto (ma non relativamente) già più vecchio del capitano trecento anni prima, era ancora in vita, poiché l’esistenza degli Stoyliani durava in media sui 450 anni standard. Eppure, in quel lasso di tempo non era successo ciò che Trikian aveva previsto, anzi il pianeta era stato distrutto e l’incantevole civiltà era scomparsa. Invio le ultime osservazioni di quel lungo periodo di tempo (il minore necessario per una previsione) agli psicostorici alla sede di Arweel, il cosiddetto “pianeta degli scienziati”, poi decise che per quel giorno standard intergalattico era sufficiente.

Dopo alcuni giorni standard di silenzio, il cicalino del videocomunicatore a wormhole tornò finalmente a farsi sentire. Era il direttore generale della facoltà di psicostoria di Arweel, Qenteyr Majeriv, che lo fissava nello schermo con quei suoi piccoli e grotteschi cinque occhi da Ertane. Rispose subito, e apprese che gli stavano per arrivare sul computer le conclusioni dei loro studi. Paieka chiuse e si mise al computer, mentre gli appariva il testo dell’analisi. Di certo non capiva nulla dei calcoli complicatissimi degli psicostorici, ma quello era un documento scritto in modo comprensibile a chiunque, e non lasciava dubbi: il pianeta Terra non si sarebbe mai risollevato da quello stato di barbarie, o meglio si sarebbe rialzato ma solo per poi ricadervi, e poi ancora, in un circolo senza fine di sollevazioni e cadute sempre più distruttive. Con l’acqua che gli zampillava dalla punta del cranio in piccoli ruscelletti, in segno di estrema tristezza, Paieka decise infine di chiedere l’autorizzazione per applicare, per la prima volta nella storia della Confederazione, il protocollo n. 512. Sapeva che era una decisione che lo avrebbe reso infelice, ma del resto non aveva scelta: non poteva permettere quella situazione, doveva riuscire a cambiare qualcosa, e la legge intergalattica, molto più basata sul sentimento di quella umana originale, glielo permetteva. L’Alto Consiglio Confederale, sul pianeta capitale Doras non ci mise che poche ore standard per decidere, e alla fine gli venne data l’approvazione definitiva. Piangendo, il capitano premette vari tasti sullo schermo, e alla fine si aprì una finestra che indicava il conto alla rovescia di 15 Thrin standard. Sembrarono passare ore e ore standard, mentre Paieka guardava per l’ultima volta la sfera azzurra che si stagliava netta, attraverso l’ingranditore sul vetro anteriore. Poi il contatore andò a 0, e in un attimo, il globo sparì, sostituito da una nube atomica appena visibile sullo sfondo stellato. Infelice come non mai, ma con il cuore in pace dopo quell’atto di pietà, Paieka cominciò ad avviare la procedura per tornare a Doras; e mentre la nave esplorativa apriva lo wormhole, solo le particelle generate dal dissociatore atomico galleggiavano nello spazio, ricordando il luogo dove un tempo cultura e civiltà avevano dominato. Era la fine di tutto, causata solo dalla sciaguratezza dell'uomo. La fine…

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