lunedì 25 luglio 2011

Le volontà

Una poesiola triste che ho scritto di getto, ne sto scrivendo diverse in questi giorni e piano piano le pubblico... non è nulla di che, ma mi rappresenta bene il come mi sento, ed è molto sentita. A voi.

Le volontà

Io non voglio provare
Tutto questo scoramento
Non voglio sentire
Le ansie che mi martellano
E mi bruciano la testa

Non voglio più stare
In un mondo così orrendo
In cui tutti mi remano contro
E non voglio più sentire male
Dentro, nel cuore.

Voglio solo non sentire più
Voglio solo scomparire
Senza più soffrire così
E senza starci male:
Voglio solo svanire nel nulla

sabato 23 luglio 2011

Di nuovo solo...

Non voglio parlare dei miei affari privati, ma volevo solo condividere con i miei lettori (anche se non ne ho, penso non più) il dolore che provo per la rottura con Manu. E' stata una storia bellissima, e ora che è finita è orribile... ecco, solo queste poche parole volevo dire, per ritirarmi poi di nuovo nella mia somma tristezza privata.

martedì 19 luglio 2011

Olocausto #2

Dopo tanto tempo che non postavo, torno con un mio racconto. Sono stato un po' combattuto se pubblicare o no questo racconto, non sono sicuro sia all'altezza di altre mie produzioni. Comunque, alla fine ho deciso di farlo, quindi ecco qui il nuovo arrivato. E' una storiella morale che parla di alcune cose che ho vissuto in passato, cose che hanno toccato la mia sensibilità, e che mi hanno portato a questa amara riflessione sulla poca profondità del genere umano, a parte poche singole persone. Spero comunque che sia di gradimento per i miei lettori.

Olocausto #2

Cominciò tutto nel ventunesimo secolo. Visto dall’esterno, il mondo sembrava andare alla grande: dopo la crisi dei primi anni, l’economia decollò, e all’inizio degli anni venti sembrava che nulla, ormai, potesse intaccare il benessere dei paesi benestanti. Dall’altra parte, anche i paesi più poveri crescevano, e si arrivò, verso la conclusione del secolo, alla fine di ogni povertà, anche nel più povero di tutti i paesi esistenti nei cento anni precedenti.

In questo contesto economico, successe che ad un certo punto nacque nella vecchia Europa un movimento filosofico che presto si allargò a macchia d’olio in tutto il mondo. Era una corrente di pensiero eterogenea, che univa uomini e donne, persone giovani ed anziane, religiosi ed atei, in un unico modo comune di vivere la vita: una maniera magari non nuova ma affatto banale, che consisteva nella coltivazione dei sentimenti più puri, come amore, affetto, amicizia vera; ed inoltre in un modo di vedere le cose con intelligenza e sensibilità, al di là del modo “comune” di intendere le cose. “Sens”, così queste persone si chiamavano tra di loro e chiamavano il movimento, e volevano in questo modo autodefinirsi come le persone più sensibili. L’organizzazione, come era prevedibile, si rivelò sin dai suoi inizi come un’associazione molto idealista che tentava di cambiare la mentalità della gente, e più in generale il mondo, in modo da eliminare tutto ciò che, per le persone sensibili, era sofferenza; ed erano molte le cose contro le quali si battevano, poiché esse urtavano la loro particolare emotività e il loro modo di vivere le cose. Superficialità, scarsa intelligenza e poco tatto, questi erano i loro principali nemici: e ogni volta che un episodio grave legato a queste caratteristica accadeva, il gruppo interveniva, facendo sentire la propria contrarietà e dando una mano alle singole persone offese ed indifese.

Man mano che il movimento dei Sens si allargava, accogliendo sempre più persone riconosciute come sensibili, la sua visibilità, anche a livello internazionale, aumentava sempre di più. Ma con essa, diminuiva la presenza dei sensibili tra i non-sensibili, che comunque erano ancora in ampia maggioranza. Pian piano, dal nulla in queste persone, crebbe una sorta di repulsione verso il movimento dei Sens, che era visto come troppo esclusivista e snobistico. Il motivo vero era tuttavia un’invidia gigantesca che i non-sensibili provavano in quanto tali; ed essendo persone ovviamente molto egoiste (non avendo alcun tipo di tatto verso il prossimo), volevano quella capacità fantastica e meravigliosa di provare forti emozioni reali. Ci provavano in tutti i modi, spesso ricorrendo ad alcolici o alle droghe più pesanti: ma non riuscivano a provare nulla, che la loro profondità intellettiva e le loro capacità non erano sufficienti per trovare la vera felicità, che i Sens tanto decantavano. Col tempo, così, la distanza tra il mondo a parte dei sensibili e il resto della popolazione crebbe esponenzialmente. I primi certo non lo volevano, anzi, cercavano in tutti i modi di emanciparsi, visto che prima della creazione del movimento molti di loro erano spesso degli emarginati sociali. Ma la società tendeva sempre più ad ostracizzarli, ed essi erano sempre più visti come degli estranei quasi pericolosi. In questo clima si arrivò così al punto che al Governo Mondiale, quello che governava allora l’intero pianeta Terra, salì un partito di estrema destra che non aveva, orgogliosamente, membri Sens al suo interno, e che per racimolare voti aveva promosso idee come la separazione dei Sens dagli altri e l’inferiorità di questi ultimi dall’uomo comune, idee che attecchirono facilmente nella maggioranza insensibile del popolo. Il primo provvedimento fu di rendere pubblico l’elenco di chi apparteneva al movimento Sens ufficiale: e gli stessi Sens dovevano essere identificati come tali, tramite un braccialetto di metallo giallo con impressa la lettera S, che dovevano indossare sul braccio sinistro (sul destro per i mancini) e non potevano togliere ne nascondere sotto i vestiti.

Di tempo ne passò ben poco, prima che i diritti dei Sens furono fortemente limitati. Non potevano più abitare normalmente in città, ma dovevano rimanere in quartieri speciali, da dove non potevano uscire se non per causa di forza maggiore; e soprattutto non potevano avere più contatti umani con i non sensibili, “per evitare la contaminazione dell’aberrazione sensibile” ufficialmente. Il movimento Sens rispose sciogliendosi, cessando di esistere, sperando che in questo modo le persone sensibili, anche se non più in un gruppo che li rappresentasse, sarebbero però finalmente state lasciati in pace, ormai non più associate con la cattiva fama del gruppo. Ma ciò non avvenne, al contrario. Si mise a punto infatti un test psichico che determinava la sensibilità di una persona su una scala fissata in maniera scientificamente arbitraria; il test era obbligatorio per tutti quelli che raggiungevano o avevano già diciotto anni. Così, le persone sensibili venivano identificate, e venivano schedate anche quelle che non avevano mai avuto a che fare con il movimento Sens, che dalla sua era ormai passato alla storia. Col tempo, in questo modo, la qualità di vita delle persone sensibili continuò a peggiorare sempre più, fino alla naturale conclusione di questo processo deleterio. I quartieri riservati ai sensibili divennero praticamente ghetti circondati da mura; e poi degenerarono ancora di più, diventando dei piccoli Gulag, diffusi in tutto il mondo. Non erano campi di lavoro, però, dato che i prigionieri erano ritenuti assolutamente inutili, quasi carne da macello; ma erano campi di correzione, dove la gente veniva torturata psicologicamente, fino a rinnegare la propria natura umana, e solo allora si veniva scarcerati, essendo diventati attraverso l’immenso trauma abbastanza insensibili da non essere più considerati “sporchi esseri sensibili”. Non tutti però riuscivano a sopravvivere a quelle torture, al contrario: la maggior parte delle persone moriva poco dopo essere arrivata nei campi, che le torture erano un peso enorme da sopportare, tanto che la mortalità era addirittura dell’ottanta percento dopo la prima settimana; e il novantotto percento delle persone internate non faceva ritorno.

Passarono oltre dieci anni, e i criteri dei test per essere giudicati Sens diventavano sempre più restrittivi. Ormai ogni tipo di sensibilità era vista nell’opinione comune come una malattia mentale delle peggiori. Nessuno che avrebbe potuto parte dei Sens era più in circolazione nelle città da molto tempo, eppure ancora si trovavano persone che avessero un minimo di umanità, con caratteristiche quali l’umiltà o la generosità: ed esse venivano deportate nei campi di correzione, che col tempo si erano trasformati sempre più in campi di sterminio, senza più la possibilità di uscirne vivi iniziale. Dall’altra parte, i paletti per essere considerato “sensibile” divenivano sempre più stretti per colpa di politici sempre più zelanti, nonché interessati a far conoscere la propria non-sensibilità estrema. Così, nel giro di soli venti anni, la popolazione della Terra diminuì di mille volte, fino ad arrivare ad una piccola minoranza di sei milioni di esseri umani

Dopo all’incirca quindici anni dalla creazione dei campi di sterminio, nei cieli della Terra apparvero delle strane astronavi. Prima che gli uomini riuscissero a reagire, da essi discesero tante piccole navette, e nel giro di pochi giorni un’orda arrembante di extraterrestri, dalle forme più varie, conquistò il pianeta. Ciò venne fatto praticamente senza colpo ferire, dato che i loro armamenti si limitavano a stordire gli uomini e a bloccare ogni tipo di arma. Subito dopo, ogni terrestre venne trasferito, e l’umanità che fino ad allora aveva imperato fu divisa tra le prigioni dei vari pianeti civili che facevano parte della Confederazione Pangalattica. Nelle migliaia di processi penali che seguirono, sul pianeta giudiziario Tsajar IV, gli uomini capirono perché tutto quello era successo: non era un’invasione, quella aliena, o almeno non era l’intenzione di coloro che avevano preso la Terra. Quella era stata piuttosto una deportazione per un reato di massa, quale era stato il secondo olocausto conclusosi sul loro pianeta. Le varie razze aliene, ben più sensibili della razza umana di allora, avevano appreso dalle sentinelle orbitanti intorno alla Terra la triste storia di quel mondo. Dopo un primo eccidio, dovuto all’arretratezza culturale di quel pianeta le cose sembravano andare meglio, e la cultura era andata avanti fin quasi al livello minimo per far parte della Confederazione; ma poi il potere era andato a gente con mentalità e tatto veramente arretrati, e si era arrivati ad un nuovo olocausto, in tempi così brevi che i Confederati non avevano fatto in tempo a prendere le contromisure del caso. Quando finalmente lo avevano fatto, anche aggirando tutti i protocolli e i cavilli per l’emergenza, i campi di sterminio avevano già mietuto tutte le vittime che potevano e ne erano stati svuotati, non consentendo più alcun tipo di intervento se non, appunto, la carcerazione di massa per quel piccolo gruppo di orrende persone che era rimasto dall’umanità intera.

Mentre le navi carcerarie si dalla Terra per mandare a processo le persone che abitavano le megalopoli, sul pianeta successe qualcosa di inaspettato, che nemmeno i Confederati si aspettavano. Da grotte e caverne, nelle profondità delle foreste, uscirono fuori centinaia di sensibili, ex membri dello scomparso movimento Sens ma anche semplici uomini comuni senza particolari caratteristiche mentali, che da anni vivevano in clandestinità, sempre in fuga dalle terribili leggi delle grandi città. Finalmente, dopo tutto quel tempo, il centinaio di migliaia di persone che aveva una sensibilità fuori dal comune poteva vivere liberamente ed in pace. Così fecero, alla fine, ricostruendo una nuova civiltà più conscia e attenta alle esigenze di ognuno, di nuovo una democrazia reale, come da tempo sull’intero pianeta non si vedeva. Negli anni successivi, la Terra, ormai purificata dal morbo orrendo dell’insensibilità degli anni passati, e con una nuova consapevolezza verso il rispetto per la varietà immensa di emotività, venne ammessa nella Confederazione Pangalattica con tutti gli onori. Così la storia dell’umanità andò verso le stelle, e gli uomini andarono avanti sereni, ma senza mai dimenticare l’olocausto dei sensibili, ricordandolo con orrore e trasporto per sempre.

martedì 5 luglio 2011

Contro la censura arbitraria

Domani c'è l'approvazione del famigerato provvedimento dell'AGcom, che promette di oscurare siti esteri e di cancellare siti italiani solo sospettati di violare il copyright. Essendo blogger un servizio estero, di proprietà di google, non ci dovrebbero essere problemi, al massimo l'oscuramento si potrà aggirare usando un proxy. Tuttavia non ne sono del tutto sicuro, ma io continuerò a scrivere e a pubblicare qui, alla faccia della censura arbitraria che potrebbe esserci, e che i miei detrattori sono pronti a cogliere.

mercoledì 22 giugno 2011

Un'altra notte come tante altre

Dopo "una notte come tante altre", ho deciso di scrivere un altro racconto (o meglio, altri due, il terzo arriverà fra un altro po' di tempo) per fare una trilogia del sogno. Quindi, come per il suo predecessore, spero che questo racconto onirico sia di gradimento per tutti.

Un'altra notte come tante altre

Ancora una volta, quello era stato un giorno come tanti altri nella mia vita. Avevo lavorato molto ai miei sudati scritti, e avevo anche passato del tempo per studiare l’ormai odiosissima Analisi Matematica Uno. Ero stato però tantissimo con la mia amatissima ragazza Manu, e questo era stato davvero un bene, che aveva reso la giornata ottima, come sempre succede per merito suo. La sera era stata lunga, poi, visto che mi ero prefissato di guardare tutto Annozero: un’impresa ardua, visto che ero molto stanco dal giorno. Alla fine delle vignette di Vauro, la decisione di staccare e andare a letto era ben facile. Così, insieme a lei, mi sono preparato per la notte con la consapevolezza che da quel giorno ero soddisfatto. Dopo averle dato il bacio della buonanotte, mi ero sdraiato con i miei tappi nelle orecchie e la benda sugli occhi, e avevo lasciato andare i pensieri. Pensavo a nuove idee per i miei scritti, ma ascoltavo anche il mio cuore battere all’unisono con quello di Manu: e fu cullato da questo rassicurante doppio ritmo che, senza accorgermene, scivolai velocemente e profondamente nel magico mondo dei sogni.

Facevo parte della polizia, improvvisamente, e i miei superiori mi avevano affidato una missione di alto livello ben precisa: dovevo entrare in incognito in un carcere, che loro definivano “particolare”, per monitorare dall’interno la situazione, e per evitare una rivolta nel caso ci fosse stata. Così, una sera, entrai in galera. Mi accorsi subito che la cella era minuscola, non c’era nemmeno lo spazio per muoversi. Bisognava restare in piedi tra le sbarre e la parete posteriore, vicinissima al cancello, non c’era alcuna possibilità di movimento, come fosse una specie di loculo verticale; non essendo io certamente magrissimo, quasi non entravo in quello spazio angustissimo e claustrofobico. Già mi stavo pentendo di aver accettato quel lavoro, in quel momento: ma era solo la punta di un iceberg immenso fatto di maltrattamenti e di orrore.

Il giorno successivo, le guardie mi svegliarono molto presto la mattina, con un colpo secco nel basso ventre. Fu dolorosissimo, ma non potevo lamentarmi, altrimenti, in qualche modo sapevo, nuovi colpi sarebbero giunti. Tutti noi carcerati venimmo poi condotti di sotto, nel piano inferiore, dove erano le cucine: lì, dei cuochi cucinavano su una grande superficie metallica una specie di paella, mentre da una rampa piovevano nello stesso spazio tocchi di mortadella e altre cibarie. Il compito dei carcerati era suddividere le cose: la mortadella più dura e più invecchiata (a volte era addirittura ricoperta di muffa) e la paella con meno qualità andavano messi su una catena di montaggio che correva lì davanti, e che stato il nostro pranzo. La roba migliore, invece, la dovevamo appoggiare in alcuni piatti che scorrevano su un sistema di rulli collegato con un montacarichi, che portava il cibo di sopra, dove le guardie carcerarie facevano colazione con un’abbondanza di ottimo cibo. Il lavoro era massacrante, visti anche i secondini che non smettevano di sbraitarci contro. Io non avevo idea di doverlo fare, ero impreparato: la schiena mi faceva malissimo e solo a dover stare in piedi lì mi facevano male le gambe. Almeno, però, gli altri carcerati ce la mettevano tutta per rendersi l’un l’altro la vita meno difficile, e anche per aiutare me, nello specifico, e di questo ero rinfrancato. Fu parlando con gli altri che seppi cosa avevano fatto: erano praticamente tutti carcerati speciali. In quel mondo futuro, come bene sapevo, i mutanti erano diffusi, e spesso causavano problemi ai non mutanti, che si risentivano solo a vederli: perciò, la legge stabiliva che ogni mutante doveva essere un incarcerato speciale a vita, per non infastidire i normali. Nei giorni successivi, nei momenti in cui si stava insieme ai lavori, conobbi tanti mutanti: Hugo “Tre Gambe”, Harry, che aveva gli occhi da serpente, Lucy, che aveva tre occhi su tre antenne che le partivano dalla fronte, Jacob la Medusa, e tanti altri. In particolare però feci amicizia con la persona che occupava la cella accanto alla mia, un certo Billy, che sembrava praticamente normale, se non fosse che sotto alla maglia, sul busto e sulla schiena, nascondeva delle scaglie simili a quelle dei pesci che ricoprivano la sua pelle normale. Oltre a questo, Billy era anche una specie di capo per i reclusi, che ascoltavano le sue parole e ne erano sempre influenzati; a ragione, secondo me, visto che la sua intelligenza era sfavillante, ed il suo carisma, non lo nego, riusciva a contagiare anche me, in qualche modo.

Più il tempo passava, e più la mia voglia di denunciare quello che succedeva la dentro aumentava. I carcerati erano persone molto buone per quanto riguardava il comportamento, e non si ribellavano a tutti i soprusi che subivano, durante lo smistamento del cibo e tutti gli altri duri lavori che dovevano compiere ogni giorno. Anche io subivo continuamente le loro prepotenze, ma al contrario dei miei amici mutanti non riuscivo a incassare tutto quello senza risentirmi; e questo nonostante il trattamento per me fosse di lusso, essendo io un poliziotto in incognito, e gli altri fossero trattati peggio di animali da macello. Non c’era il pericolo di una rivolta, dato il loro carattere così pacato, non capivo come si poteva dubitare di questo fatto: ma comunque un reato c’era, ed era la crudeltà di quei membri della polizia giudiziaria. Perciò, cercai di contattare con delle lettere i miei superiori, e poi anche col telefono, ma mi fu impedito: le lettere venivano evidentemente eliminate prima di arrivare al destinatario, e l’accesso al telefono mi era interdetto dai secondini, che a ciò adducevano scuse addirittura assurde; e in me la rabbia saliva sempre più. Un giorno, un secondino picchiò violentemente Billy, che aveva fatto cadere un po’ di paella in terra: a quel punto non ci vidi più. La aggredii, e in men che non si dica ci ritrovammo ad essere rivoltosi. I mutanti, con Billy in testa, si fidarono di me seguendomi, e combattemmo con le guardie per riuscire ad evadere. I secondini erano però pesantemente corazzati e armati con dei grossi manganelli, così ci sconfissero facilmente, sedando la rivolta. Di questo però non ho alcuna memoria: ricordo solo una guardia che mi colpiva con una manganellata alla testa, e poi il buio più totale.

Mi risvegliai dentro alla mia cella. La grata era aperta, ma io ero fissato alla parete con dei fermi metallici, che mi legavano avambracci e gambe. Qualche piano più in basso, nel gigantesco atrio della prigione, vedevo un paio di carcerati che non conoscevo passeggiare per i corridoi sospesi, mentre molto più in basso si sentivano i suoni della cucina in funzione. Anche se non riuscivo a vedere con gli occhi cosa succedeva là sotto, ne avevo un’idea chiara, come se fossi stato laggiù: i secondini stavano, per colpa del tumulto che avevo aizzato io, tentando di cuocere vivi i miei compagni! E il primo che stava bruciando non poteva essere altro che proprio il mio migliore amico là dentro, il povero Billy! Chiesi ai due carcerati di venirmi a liberare, ed uno di loro lo fece. Lo ringraziai, e poi corsi di sotto, passando prima dal guardaroba, dove ripresi le mie cose. Quando entrai in cucina, le mani di Billy andavano di già a fuoco, mentre lui gemeva per il gran dolore. Le spensi frettolosamente, e poi tirando fuori il mio distintivo, arrestai in maniera ufficiale i secondini, con l’accusa di violenza aggravata. Come ultima volta, essi cercarono di usare la violenza per mettermi a tacere, ma io non ero stato incauto, e avevo chiamato rinforzi: e in quell’esatto momento, un intero squadrone di polizia fece irruzione nella cucina, mettendo le manette agli accusati e portandoli via.

Come andò a finire la storia? Io, dopo quella esperienza, dalla polizia, mi candidai per la camera dei deputati. Senza alcuno sforzo, venni eletto, e potei accedere all’aspirato parlamento. Il primo giorno lo ricordo bene, con tutte quelle persone vestite in maniera colorata, specie nella parte dell’emiciclo in quale sedeva il maggioritario Partito dei Tifosi di Calcio. Ma non ero lì per guardare lo spettacolo, anzi: nei mesi successivi testimoniai per lunghe sedute sulle sevizie che accadevano in quel carcere, e i miei monologhi diedero luogo a lunghe discussioni, con i deputati molto attenti ad ogni questione da me sollevata. Alla fine, la legge sui mutanti venne abrogata, e tutti i miei amici furono finalmente liberi di uscire dal carcere. Quel giorno, festeggiai a lungo il nuovo stato delle cose insieme agli amici appena usciti dalla struttura; ma per qualche motivo sentivo che quella storia era ormai finita, per quanto non capissi, in quel momento, il perché.

Era in effetti la fine, poiché mi sono svegliato alla fine della festa, sempre accanto a Manu, e guardando l’orologio mi sono accorto che erano le undici: tardi, ma fortunatamente era domenica, e quindi non ci furono problemi, e potei cominciare la giornata in maniera normale. Ripensando poi al sogno, mi sono accorto che non conoscevo nessuna delle persone che vi avevo incontrato; tuttavia, era molto piacevole la consapevolezza che se fossi stato davvero un poliziotto prima, e un parlamentare poi, avrei agito esattamente come ho fatto nel sogno, e questo pensiero mi ha dato la carica per la giornata che mi aspettava. E così, con questo stato d’animo buono, ho alla fine cominciato una nuova, normalissima, giornata.

domenica 19 giugno 2011

Un dì gioioso

Oggi è il compleanno di Manu, e un bel sonetto è il minimo, per il mio amore. Nient'altro da aggiungere, quindi, la poesia parla da se.

Un dì gioioso

Oggidì è il tuo compleanno
Un giorno allegro e bellissimo
I miei auguri quest’anno,
Io spero che sia felicissimo

Ma gli auguri non bastan a me
Voglio fare una cosa speciale
Degna di uno splendore come te
Un trattamento davvero regale

Perché tu, o Emanuela mia
Come una dea tu sei bella
E ancor più lo è il tuo cor;

Il mio regalo è questa poesia,
Per te, la mia anima gemella,
Della mia vita il solo amor

lunedì 13 giugno 2011

Riflessioni post-voto

Come auspicavo, il referendum ha passato il cinquanta percento più uno. Sono abbastanza contento, quindi, visto che comunque è andata come doveva andare, noi popolo finalmente abbiamo fatto sentire la nostra voce. Sono contento anche nell'immaginare di aver mobilitato io qualche voto (anche se, non capisco perché, il post di invito al voto non è stato pubblicato da facebook come tutti gli altri).

Ma ora mi sovviene un'altra riflessione, un pensiero di questi giorni: alla fine il quorum è un sistema sbagliato. Infatti, se non si raggiunge (in questo caso per fortuna è passata, ma poteva andare peggio), anche un referendum come questo può non andare a buon fine. Se infatti ci sono persone a cui nulla importa del proprio paese, e per questo non si recano a votare, dovrebbero, in qualche modo, perdere il diritto a votare, mentre chi si interessa mantiene vivo questo diritto. Da questo punto di vista, quindi, sarei per l'abolizione del quorum, in quanto abbastanza senza senso.

martedì 7 giugno 2011

Per il referendum

Questo post è assolutamente dovuto, in quanto ci tengo alla questione. Invito caldamente tutti i miei lettori abituali (se ci sono) ad andare a votare, non importa come (personalmente sono per quattro si, ma , anche lasciando le quattro schede bianche, ma andiamo tutti quanti a votare. Dobbiamo infatti assolutamente raggiungere il quorum, cosicché la volontà popolare sia espressa: è questa la via più giusta, secondo e, e quindi, ripeto, andiamo tutti quanti a votare il 12 e il 13 giugno; solo così potremo esercitare anche noi il potere previsto dalla nostra pur imperfettissima democrazia.