martedì 1 febbraio 2011

Una notte come tante altre

Ecco qui un nuovo racconto, abbastanza particolare, poiché penso sia il primo che non ho immaginato io; o meglio, tecnicamente così è stato, ma in pratica è stato il mio subconscio, che ha generato tanti sogni, in tante notti diverse. L'unica mia "invenzione" è stata di scriverli e di farne un racconto, ed è questo che ora vi presento, un racconto dei più onirici tra quelli che ho mai scritto. Spero comunque sia di gradimento come gli altri.

Una notte come tante altre

Era stata una giornata comunissima, quella, per me. Il pomeriggio lo avevo diviso tra la mia bellissima ragazza, il computer, la musica, una bella passeggiata di fuori e la mia batteria. Dopo la cena abbondante, la serata era stata altrettanto piacevole: l’avevo trascorsa guardando il mio adorato Superquark, sdraiato sul divano, ed ero riuscito a vederlo fino alla fine, resistendo contro le palpebre che cadevano, per la stanchezza di quel giorno, oltre che per i miei soliti problemi di insonnia. Quando però l’aria sulla quarta corda di Bach, che segnava la fine del programma, venne diffusa dal televisore nel mio salotto, decisi che era abbastanza, e che era davvero ora di andare a dormire. Salii le scale e mi recai in camera: qui, dopo aver messo il pigiama, aver indossato la benda per gli occhi e i tappi nelle orecchie, con cui sono abituato a dormire, mi ero sdraiato sul mio accogliente letto a due piazze, subito dopo aver spento la luce. Come sempre, però, dormire non fu un’impresa facile: è davvero arduo riposare, quando non riesci a far altro che ascoltare il cuore che batte, molto veloce per qualche strano motivo o forse per qualcuno dei troppi farmaci che prendo, e ripensare a tutti i fatti del giorno, quelli buoni compresi, ma comprese anche le ansie che inquinano sempre anche il più bello dei miei giorni. In questa fase, come sempre succede, i pensieri mi avvolsero, e mi ritrovai a pensare le cose più assurde, a riflettere, a non darmi pace, a insistere su pensieri stupidi. All’improvviso, poi, il letto sussultò e, si mosse violentemente in tutte le direzioni, girando vorticosamente ma senza sbalzarmi via; in poco tempo, poi, tornò piano, e fu allora che partì verso l’avanti. A quel punto il materasso era diventato come una macchina, si muoveva in avanti come su una strada, anche se non ero io a controllarlo. Andavo avanti su una pianura verde e soleggiata, e il vento mi scompigliava i capelli; l’aria era calda, forse anche troppo, e doveva essere primavera piena. Durò molto poco, però, perché poi tutto cambiò. Ora era notte, e nella semioscurità mi accorsi appena di essere in un cimitero. Al buio, cominciai a girovagare senza un luogo preciso dove andare, non mi importava nulla. Ovunque, cippi e lapidi semi-sgretolate, l’erba che invadeva tutto, e una calma irreale, un silenzio di tomba appunto. Ad un certo punto mi sentii come stanchissimo, ed allora mi sedetti su una panchina che era lì, con gli occhi che quasi mi si chiudevano.

Mi accorsi a malapena di essere, in pochi istanti, passato ad un nuovo sogno, quando mi ritrovai in una stanza che ricordava in tutto e per tutto un’aula scolastica, piena di banchi vuoti. Io non mi sentivo studente, più un osservatore venuto da fuori, ma il motivo reale per cui ero lì non lo sapevo. Ad un tratto entrò la professoressa, e la riconobbi: era la mia ragazza. Le corsi incontro, e la strinsi forte, stringendola e baciandola, con trasporto; tanto non c’era nessuno, eravamo soli io e lei. Avrei voluto tanto restare abbracciato a lei per tutto il resto del tempo che avevo da sognare, ma come purtroppo succede sempre, però, i sogni così belli durano ben poco; poi, di nuovo senza quasi rendermene conto, la situazione cambiò di nuovo. Ero a casa di una mia zia, me ne rendevo ben conto, ma per qualche strano motivo tutto era diverso da come lo ricordavo. C’era come un albero al centro del salotto, oppure era un palo, non so bene come descriverlo efficacemente vista la sua natura stranissima; ed era circondato da tante piattaforme circolari. Su di esso, era montata una scala di corda che era come un invito ad andare su, così la usai e mi arrampicai in alto: salendo vidi c’erano diversi piani di quelle piattaforme, ed intorno ad ognuno danzavano scarabei, farfalle ed altri insetti, che sembravano intelligenti e consapevoli di se stessi al punto da formare coreografie in un balletto straordinario. Che spettacolo meraviglioso! Arrivai in cima all’albero, all’ultimo piano, c’era una piccola casetta, come una grande coffa di una nave, che stava lì, in alto, semiaperto all’esterno. All’interno trovai i miei genitori, che subito, appena entrato, parlarono: mi dissero che quel posto era stato costruito da loro e dai miei zii come un bellissimo teatrino, dove gli insetti si esibivano per compiacere gli uomini. Dall’altra parte, sopra ad un altro palo, con il piccolo binocolo, osservai che c’era un piccolo palchetto, issato su un altro palo: e dentro, tante farfalle multicolori formavano le figure più fantasiose, cambiando di tanto in tanto come in un gioco di coloratissime ombre cinesi. Era tutto meraviglioso, veramente, ma non potevo rimanere a guardarlo a lungo, sentivo di dover scendere, del resto era altissimo, lassù, e all’improvviso soffrivo di vertigini, persino molto di più del solito. Discesi le scale lentamente e con prudenza, e mi ritrovai di nuovo nel soggiorno, da dove vedevo che gli insetti, lassù in alto, ancora danzavano intorno all’albero; ma dove ero io, in basso vicino al terreno, era stato installato un tavolinetto con al centro, come pilastro, proprio il palo; e tutto intorno c’era un cerchio di lussuose poltrone rivestite di velluto. Una persona, vestita elegantemente, mi si avvicinò e mi fece sedere su una delle quattro poltrone rosse corrispondente a ciascun lato del tavolinetto, e nelle altre tre sedettero poi mia zia e i miei cugini. Mi sentivo a disagio: non facevo parte della famiglia della mia zia, perché sedevo lì insieme a loro? Rimasi, però, e nelle altre poltrone vennero fatte sedere persone a nostra scelta, purché di sangue nobile, come noi, evidentemente, eravamo. Discutemmo poi a lungo, di politica e di sociologia, e io mi intromisi nel discorso parlando della politica di Obama. Nessuno però conosceva il nome di quest’ultimo, si parlava solo di uomini politici vissuti nel tardo ottocento, così mi stancai subito di quella discussione e spostai la mia attenzione a quello che accadeva fuori della finestra, dove una coppia di piccioni girovagava tranquillamente sul cornicione del palazzo di fronte, come sono soliti fare questi uccelli. Ero una colomba, ora! Dopo aver dato un’occhiata alla gente che discuteva insensatamente all’interno della casa, spiccai il volo e me ne andai via. Volare era splendido, il dolci venti caldi mi accarezzavano, ed era bello stare in volo sopra le nuvole, guardando tutto e tutti dall’alto in basso. Non so però cosa sbagliai, perché poco dopo la partenza, improvvisamente, entrambe le ali che avevo si ruppero, e caddi giù, rapidissimo, verso il terreno. Sotto c’era la campagna, dove pochi secondi prima c’era la città, e feci appena a tempo a veder le cime degli alberi avvicinarsi quando mi schiantai pesantemente sul terreno. All’improvviso mi risvegliai, con un forte scossone e un dolore nella parte bassa del fianco, proprio il punto su cui ero caduto. Ero nella camera della casa che affitto per studiare a Padova, sdraiato nel mio letto: come era possibile? Avevo sognato anche Superquark e l’essere andato a letto nella casa dei miei genitori? Non lo sapevo, ma nemmeno mi importava: l’unica cosa iin quel momento calamitava la mia attenzione era il fastidio che mi dava il rumore che nell’altra stanza facevano i miei coinquilini, come se stessero facendo festa. Ancora, a quell’ora? Ma era tardissimo, l’una di notte, e la cosa era ben fastidiosa. Tentai di tapparmi le orecchie (del resto già riempite dai tappi), ma li sentivo ancora: e udivo in particolare la risata di uno di loro, che nonostante la mia volontà saliva, e si sentiva sempre di più, quasi come se fosse entrata nella mia mente. E poi… si modificava, diventava una risata malata e cupa, paurosissima per quanto era malefica. Mi faceva davvero impazzire, volevo fuggire ma il mio corpo era paralizzato, mi sarei addirittura ucciso, tutto per far finire quell’orripilante suono demoniaco.

La risata finì davvero, e realizzai che anche quello era stato semplicemente un sogno, e solo ora ero davvero sveglio. E così era: di nuovo ero a casa, ed erano le tre di notte. Mi alzai per andare un momento al bagno, poi tornai a letto; e lì, ancora una volta, rimasi per parecchio tempo, impegnandomi nuovamente nello sforzo di dormire, ma senza successo. Le provai tutte, dalle classiche pecore ad immaginare di essere in pace col mondo, ma ogni volta però non riuscivo a dormire. Stavo quasi per desistere quando, improvvisamente, tutto cambiò ancora una volta. Era ancora quasi buio, ma ero su una strada, con i lampioni ai lati e uno scarso traffico, con qualche vecchissimo modello di automobile che di tanto in tanto passava sulla strada, lento. Sapevo dove dovevo andare: al palazzo in cima al monte che c’era al centro della mia città, così imboccai il marciapiede e mi avviai. Nella direzione contraria alla mia, tanti soldati sfilavano compatti in fila indiana, con delle luci in una mano e il moschetto nell’altra: era uno spettacolo ben strano, alcuni di loro sembravano perfino bambini, e non capivo che manifestazione fosse; poi un flash, e subito dopo realizzai di essere a conoscenza di ogni cosa. Mi accorsi all’improvviso che sapevo di esser tornato indietro nel tempo, e che dovevo arrivare in alto per impedirmi di fare una cosa terribile: incontrare Mussolini nel suo palazzo regale. Non mi sembrava assurdo, nemmeno se sapevo che il duce era morto quarantatre anni prima della mia nascita, ma in quel momento non vedevo nulla di strano; al contrario, avevo questo ricordo che i miei genitori mi avevano portato al suo palazzo, dove Mussolini mi aveva benedetto, con tutti gli altri bambini della mia età. Era terribile, da antifascista dovevo fermare me e mio padre! Arrivai sulla cima dell’altura col fiatone, e vidi lì, all’entrata dell’immensa villa di Mussolini, me stesso giovanissimo che, sulle spalle di mio padre, mi avviavo proprio ad entrare nell’uscio. Ero arrivato troppo tardi purtroppo, ma sapevo di avere un’altra speranza. Scesi gli scalini che mio padre aveva percorso, soffermandomi di tanto in tanto a far passare le troppe persone che salivano alla reggia. Sapevo che mia madre era molto indietro, rispetto a noi due, perciò mi fermai in un punto dove la scala pianeggiava in uno spiazzo più largo e non davo fastidio alla colonna di persone; lì, sull’intonaco del muro che delimitava quel passaggio, scrissi un messaggio a lei diretto. Non sapevo cosa scrivere, ma per fortuna le mani si muovevano da sole e compilavano il graffito. Non seppi mai cosa avevo scritto, sapevo solo che da lì dovevo andarmene: comprai una piccola torcia dal banchetto che c’era là accanto e mi avviai, ancora giù per la discesa che dal paese porta alla valle. Camminando senza una meta precisa, mi ritrovai come per magia sulla strada di campagna che porta a casa mia. Era ancor più buio, e mi avviavo, nella fitta nebbia, verso casa mia. Ad un tratto, un ululato in lontananza mi impaurì molto: mi girai, e dopo un po’, dalla bruma emerse un gigantesco cane grigio, gli occhi rossi che brillavano sinistri, e le zanne aperte in un ringhio tremendo, che mi correva incontro. Spaventatissimo, corsi via e mi arrampicai in cima all’albero più vicino; ma il mostro fu rapidissimo, fu su di me prima che io riuscissi a sottrarmi a lui, e con un grande balzo arrivò a ghermirmi con i suoi denti, tirandomi giù dall’albero, mentre urlavo e già mi arrendevo alla calata dei suoi denti sulla mia gola.

E’ l’ultima cosa che ricordo di quella notte, poi mi sono svegliato, e ho guardato l’orologio. Nove e mezza, benissimo, anche quella notte avevo dormito abbastanza. Lo sentivo nelle ossa, di aver riposato poco a causa dell’insonnia, che mi aveva fatto svegliare innumerevoli volte senza che me ne accorgessi, ma nel complesso mi ero svegliato sereno, e non mi importava. Lentamente, mi alzai: ed ecco che, dopo una notte così ordinaria ripartii per una nuova giornata.

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