martedì 6 luglio 2010

Cambio nei commenti: una questione di civiltà

(il post è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale)

Dunque: probabilmente la maggior parte dei pochissimi utenti di questo blog non si sarà accorto di quello che è successo oggi pomeriggio su questo blog, ed è ovvio, visto che non ne resta praticamente traccia. Per questo, ecco un riepilogo. Qualcuno ha commentato, in via del tutto anonima, la mia poesia "Terremoto", pubblicata oltre un anno fa, per due volte, cancellando poi i suoi commenti subito dopo. Cosa c'era scritto in questi commenti? Il primo recava il seguente messaggio (lo riporto perché se sperava di evitare una figuraccia, affari suoi):

"Partendo innanzitutto dal fatto che una poesia non è fatta da parole che vanno a capo senza un senso (per usare un eufemismo) ma sinceramente: questa è una poesia o una specie di articolo/schifezza con la libertà di licenza poetica (???) nella frase "E i superstiti, ormai senza casa vagava per le strade"?????????????

Ma dico io... questa "poesia" l'avrebbe scritta anche un bambino di 4 anni. Non c'è poesia, non c'è ricerca, non c'è licenza poetica, non c'è il minimo piacere nella lettura di una cosa così abominevole.

Ah, sono abruzzese. Mi dispiace, ma cambia hobby perchè questo non fa proprio al caso tuo..... "

Ora, io penso che ci siano due modi di esprimere un concetto o una propria opinione: il metodo civile e il metodo volgare. Ora, non voglio dire che io ho sempre usato il primo, e a volte nei momenti di stizza ci può anche stare di arrabbiarsi; ma di norma, per quanto mi sia stato possibile sono stato sempre civile, al contrario di questa persona. Un comportamento civile non risiede solo l'uso un linguaggio "diplomatico", ma anche di evitare di frequentare determinati ambienti, con cui si è incompatibili. Per esempio io, da amante di heavy metal, classica, ecc. potrei andare nei siti di coloro che ascoltano musica "da radio" e con motivazioni peraltro validissime, dal mio punto di vista, potrei affermare che ciò che a loro piace fa schifo. Perché dunque non l'ho mai fatto e mai lo farò? Questione di civiltà. Allo stesso modo, chi trova la mia letteratura abominevole, se è civile può anche non commentare i miei post, nessuno chiede la sua dotta opinione. Oppure può farlo, io sono ben tollerante anche verso i commenti negativi, ma purché siano critiche costruttive, non insulti verso la mia persona come verso chicchessia. In secondo luogo: perché scrivere come anonimo e poi cancellare il proprio messaggio? Per me è un atto che denota non solo carenza di motivazioni (è un abominio di poesia, secondo costui che evidentemente è il nipote di Dante... ma allora perché non ci fa leggere le sue poesie che sicuramente sono qualcosa di stupefacente?), ma anche una certa codardia, paura di far arrabbiare qualcuno, un comportamento che, passatemi il neologismo, definirei "bimbominkiesco". Purtroppo per lui, ad ogni commento mi arriva una mail, perciò può essere vigliacco quanto vuole, ha scritto ed ora se ne deve prendere la responsabilità. Ad ogni modo non finisce qui, perché dopo qualcuno, sempre anonimo (ma si può ragionevolmente supporre che sia stata la stessa persona, con pochi dubbi), ha lasciato un nuovo, corto, commento:
E' una cagata pazzesca (cit.)
Wow! Che poesia! Ha ragione, le mie poesie impallidiscono di confronto a questo unico verso meraviglioso! Costui deve certamente essere un grandissimo intellettuale, per scrivere una frase del genere.

Comunque, veniamo al punto: come chi mi conosce abbastanza sa, in certe occasioni non ho mezze misure. Dopo questo commento, ho deciso di chiudere i commenti agli anonimi, quindi potrà commentare solo chi ha un account google. Non è importante, le persone che conosco e che vorrebbero commentare hanno un account google, e l'unica persona che non c'è l'ha a cui voglio bene, ossia la mia ragazza, presto l'avrà. Sarò troppo severo? Probabile, ma non voglio che un nessuno qualunque che nemmeno fa sapere chi è possa venire qui e senza motivo offendermi e farmi arrabbiare (obiettivo che ha raggiunto bene, complimenti a costui e al fatto che non ha scopo e motivo di vivere nella vita se non nell'infastidire gli altri, proteggendosi vigliaccamente dietro uno schermo di un computer). Non lo accetto. Perciò, ecco la limitazione, e con questo il caso è chiuso.

Aggiornamento: non so come mai, ma ora i commenti sono apparsi sotto alla mia poesia. Ritiro quindi le accuse di vigliaccheria, ma la gravità delle sue azioni resta, comunque.

P.S. comunque, un ringraziamento va al mio anonimo lettore, che ha dimostrato un'importante verità sociologica: i bambini minori di 12 anni non dovrebbero stare davanti al computer, specie quelli in piena crisi ormonale che danno addosso a tutti e tutto senza motivo.
P.P.S. un ringraziamento (non sarcastico, stavolta :D) va a Manu, per avermi mostrato il suo appoggio anche in questa situazione deleteria.

mercoledì 30 giugno 2010

Volta stellata

Ecco una poesia naturalista, di quelle che a volte compongo, ed è dedicato alla volta celeste. Null'altro da aggiungere, se non che dedico anche questa poesia alla mia Manu, sperando che ci aspettino ancora tanti cieli stellati insieme. Null'altro, se non che spero vi piaccia

Volta stellata

Al termine di un giorno
Felice o triste, che sia
E' così bello rilassarsi
Sedendo e guardando
Il notturno cielo:

Ecco là il bel cigno,
La gigante nordica croce;
Poi la Lira, con Vega,
E l'Aquila, che vola
Nel cielo estivo

Oppure vedo Orione,
Il gigantesco, e Sirio
Che lo segue da vicino;
Castore e Polluce, i gemelli
Svettano in inverno.

E mentre il mio sguardo
Vaga da parte a parte
Contemplo l'immensa
Forza, e la grandezza
Dell'universo;

E nel mio cuore
Un po' di malinconica
Felicità sale
E mi sento in pace
Con la natura tutta.

domenica 27 giugno 2010

Attraverso le profonde tenebre

Dopo un periodo di "magra", sono finalmente riuscito a scrivere ben 3 racconti, anche se due sono solo delle riscritture di racconti già scritti ma perduti prima ancora di pubblicarli. Il terzo, quest'ultimo, è anche il primo che pubblico, mentre a breve finisco la riscrizione degli altri e pubblico anche loro. Questo comunque è un racconto onirico e in qualche modo sperimentale, enigmatico specie nel finale, ma che spero vi piaccia.

Attraverso le profonde tenebre

Quando mi svegliai, la luce era accecante, così tanto che anche a occhi chiusi mi dava un po’ di fastidio. Dovetti aprirli molto lentamente, man mano che mi abituavo, e dopo qualche minuto riuscii finalmente a tenerli aperti. Mi resi conto allora di essere in un ampia stanza, dalle pareti, soffitto e pavimento compresi, completamente bianchi, e senza la più piccola macchia. Su uno dei lati corti della sala, vi era l’unico oggetto in una stanza altrimenti completamente vuota, un’unica porta a vetri, con appeso un cartello: “giusta via”. Io mi sentivo come svegliato da un sonno di mille anni. Non mi ricordavo cosa c’era prima, o meglio: avevo dei ricordi che esisteva qualcos’altro, al di fuori della stanza, ma non riuscivo a focalizzare alcun ricordo in particolare, come se la mia mente si fosse improvvisamente svuotata del tutto e delle mie memorie non rimaneva, appunto, che il ricordo della loro presenza. Ad ogni modo, non aveva senso rimanere lì, sdraiato sul candido pavimento, così mi alzai e lentamente, sgranchendomi le gambe, che sentivo abbastanza addormentate, mi avviai alla porta. Dal vetro smerigliato, intravedevo dall’altra un’altra stanza, leggermente meno illuminata di quella in cui mi trovavo. Senza pensare a nulla, maneggiai il pomello, quindi attraversai quell’uscio. Fu così che tutto cominciò

Mi trovai in un nuovo ambiente, ancora più largo del precedente, di un colore beige tendente al grigio. Ogni tanto il muro presentava qualche crepa, quasi invisibile, ma nel complesso regnava l’ordine e il grande stanzone sembrava quasi come il precedente. Sul fondo, due porte, mentre alle mie spalle la porta da cui ero entrato sembrava essere scomparsa subito dopo che l’avevo varcata. Non sapendo cosa fare, e senza pensieri, attraversai la stanza fino alla parete su cui si aprivano i due usci. Su uno, il più a sinistra, c’era di nuovo il cartello “giusta via”, ed era come la precedente, di vetro smerigliato; e dall’altra parte si vedeva ancora un ambiente, ancora di poco più buio del precedente. L’altra porta, invece, era di legno, completamente spoglia, un asse con un pomello. Volli comunque prendere la strada che era indicata come giusta, così entrai nella porta a vetri.

La grande camera era praticamente identica alla precedente, sennonché questa era grigia e l’intonaco alle pareti era abbastanza scrostato e con diverse crepe, come usurato dal tempo. Davanti, nella parete opposta a me, vi erano tre porte, e come al solito, spinto in parte da curiosità, e in parte dalla consapevolezza di non poter far null’altro, attraversai l’ambiente fin lì. Una delle tre porte era completamente trasparente, e dall’altra parte si vedeva una luce violetta lampeggiare, e delle ombre strane muoversi, e stranamente mi sentivo attratto da quella visione. La porta centrale era di mogano, semplice e spoglia; la porta a sinistra invece era più chiara, invece, come di noce, e vi era attaccato con un chiodo l’indicazione “giusta via”. Senza alcun dubbio, nonostante la porta a destra mi incuriosisse non poco, mi fiondai in quest’ultimo uscio, con un senso di inquietudine crescente.

Le mura della stanza erano grigio scuro, pieno di fessure e di scritte e disegni osceni che appena intuivo, nella luce del locale, soffusa ma non per questo dolce, solo angosciante. Un'unica luce intensa spiccava in fondo alla stanza, un quadrato di luce immerso nel grigiore generale. Irrequieto per la stanza in cui ero capitato, corsi subito dall’altra parte, turbato da scritte come “la fine è vicina”, oppure “l’unica via è il suicidio” che man mano mi passavano accanto, sulle pareti. Arrivato in fondo, scorsi le 5 porte sulla parete, e la luce proveniva da quella centrale. Dall’altra parte, non si vedeva altro che luce, e la cosa mi confortava non poco: fui quasi indotto ad aprire questa. Tuttavia, delle altre quattro porte, tutte uguali, tutte semplici assi di legno scuro, solo quella più a manca era contrassegnata dal ben noto cartello. Con una strana sensazione di pesantezza nel cuore, ma sentendo comunque di star facendo la cosa giusta, presi la porta di sinistra, e la varcai.

Il buio era totale, ora, e non riuscivo a vedere nulla, nell’oscurità più assoluta. Mi spaventai di quel buio che vedevo, e tentai di tornare indietro, ma invano: la porta era sparita come in ogni posto che avevo visitato precedentemente. Sentivo un odore penetrante e ripugnante, quasi vomitevole, indescrivibile nella sua bruttezza, e l’aria era irrespirabile, visto anche il terribile calore di quella stanza, che all’istante mi rese completamente madido di sudore, dalla testa ai piedi. Presi ad avanzare a tentoni, e più avanzavo più l’inquietudine aumentava. Ogni tanto, sentivo come delle voci lontane che mi sussurravano cose orribili in lingue sconosciute dal suono sgradevole, e ogni volta il mio stomaco si chiudeva e la paura mi coglieva. Ad un tratto, una voce più forte delle altre arrivò alle mie orecchie, e sentii come un leggero tocco, come di qualcosa che mi sfiorava appena il viso. Nel più totale panico, presi a correre alla cieca davanti a me, mentre le voci si intensificavano e sembravano svolazzare attorno a me, sempre più vicine. Corsi senza nemmeno mettere le mani avanti, e così alla fine sbattei la testa contro una parete, e poi non ricordo più nulla (dovevo essere svenuto), fino al mio nuovo risveglio.

Non so quanto ero rimasto lì sdraiato, se un ora, un giorno, o qualche anno, avevo perso a lungo la percezione del tempo; fatto sta che quando tornai cosciente era buio quasi quanto prima. Le voci erano sparite, ma lo stordimento e il disorientamento che seguirono alla ripresa lasciarono presto il posto ad una nuova inquietudine. Mi alzai con fatica, visto che il pavimento sembrava in qualche modo coperto di qualche sostanza appiccicosa e disgustosa, e repressi un mezzo conato di vomito. Le tenebre si erano diradate un minimo, giusto ciò che bastava per vedere una serie di porte nere tutte uguali che si aprivano sulla parete contro la quale avevo sbattuto. Con la paura nel cuore, ma comunque sempre deciso a fare la cosa giusta, presi la porta più a sinistra che ovviamente era contrassegnata dall’ormai ben noto cartello.

Mi ritrovai nella stanza da cui ero entrato nell’ultima. Rinfrancato, andai avanti e ancora una volta presi la via giusta, e ritrovandomi nella sala ancora precedente, più fiducioso, andai avanti sempre per la giusta via. Stanze più scure e rovinate e stanze più chiare e composte si alternavano, ma non finii mai più, con gran sollievo, in una stanza di quelle completamente buie. Tuttavia, man mano che avanzavo, l’euforia di essere uscito dall’incubo del “salone delle tenebre profonde” (come nella mia mente avevo chiamato quel luogo buio e spaventoso che avevo visitato) calava sempre più, e alla fine ero di nuovo irrequieto. Mi sentivo in trappola, come se fossi in un labirinto senza via di uscita.

Continuai a vagare per quelle sale per quelli che sembrarono mesi, senza mangiare, senza dormire, con l’unico desiderio di andarmene da quel luogo che avevo iniziato ad odiare. Quando ormai tutte le speranze mi stavano abbandonando, però, qualcosa finalmente accadde. Attraversai la giusta via, e invece che nella solita stanza grigiastra, mi ritrovai nel locale dove tutto era cominciato. Era molto più piccolo, ora, una specie di corto e stretto corridoio, ma senza dubbio era la stanza da cui ero entrato. Dall’altra parte, la porta a vetri smerigliati mi aspettava, ma di là intravidi qualcosa che mai mi sarei aspettato: giallo chiaro, e azzurro. La visione era meravigliosa, ormai colori come quelli non li vedevo da tantissimo tempo, abituato a quei toni di grigio e di tanto in tanto a qualche colore scurissimo e pallido che proveniva da una delle porte. Alla vista di quei colori vividi, l’emozione mi prese, e commosso mi avviai alla porta. La aprii, e mi trovai fuori. Il sole splendeva alto nel cielo, e illuminava la spiaggia, e il mare era azzurro e blu. Era tutto così bello! E poi compresi… ce l’avevo fatta, e ora davanti a me si stendeva un oceano di vita e d’amore.

sabato 19 giugno 2010

Alla mia angelica metà

Ecco qui una poesia per commemorare un evento speciale, oggi è infatti il compleanno della mia fidanzata. Fin'ora, per lei non avevo pubblicato nulla sul mio blog, ma ora, in occasione di questa ricorrenza non posso che farle gli auguri con un omaggio del genere. Non è una poesia delle mie solite (infatti ho messo addirittura l'etichetta "poesie felici" :D), e non è importante nemmeno che sia di gradimento, basta che piaccia ad una persona sola (cosa di cui sono sicuro).

Alla mia angelica metà

Tanto bella, tanto meravigliosa
Tu sei, o amore mio
Che una mia poesia
Quanto bella possa essere
Non può affatto misurarsi
Nemmeno con l’amabile suono
Del tuo meraviglioso nome,
O Emanuela, mia adorata.

Sei la prima, e l’unica
Persona che mai nella vita
Mi abbia amato tanto, ed io
Non posso aver altre che te.

Ci sono momenti
In cui il mi fai soffrire,
Alle volte per il tuo male
Gran dolor mi prende;
E alle volte mi sento
Di pianger, per te.
Ma tuttavia ciò che provo
Non cambia, or ne mai.

Poiché ti amo così, come sei,
Dolce e sensibile,
Simpatica e amorevole
Il mio mondo intero sei tu;

E sei il dolce angelo
Che dall’inferno della mia vita
Mi ha condotto al purgatorio
Di questa situazione agrodolce
Per attendere, entrambi trepidanti
Di risolver i nostri mali
E infin di volar via insieme
Nel paradiso dell’amore


Tanti auguri, Manu, ti amo tantissimo!

giovedì 10 giugno 2010

Insonnia IV

Una nuova poesia (fresca fresca, scritta oggi) sull'insonnia, siamo ormai alla quarta, ma non posso farci nulla, è un grandissimo problema, e quindi l'ho scritta, prima di completare un racconto che spero di postare a brevissimo. Non dico altro, spero che sia di vostro gradimento.

Insonnia IV

Ancora una mattina
Mi sveglio presto
Ancora una notte
Non prodiga di sonno.

Ed io mi sento sul punto
Di impazzire, o peggio
Ancora, di morire;

Tutto diventa oscuro,
Tutto è senza senso,
Tutto è dolore.

Infine, poi,
Una viva fiamma entra
Nella mia testa:
Questo è l'inferno

lunedì 31 maggio 2010

Insonnia III

Dopo le due poesie sull'insonnia che ho postato sul blog oltre un anno fa, eccomi qui con una terza poesia sull'argomento, che ho scritto molto di recente, in seguito al ripresentarsi, seppure in forma diversa, della mancanza di sonno. Se prima non riuscivo talvolta a prender sonno perché nel mio appartamento di allora era troppo caldo, stavolta sono affetto da una forma patologica di insonnia, che non mi consente di riposare a sufficenza mai, ed è quindi decisamente più grave. Sarò fissato, visto l'ultimo racconto ed ora questa? Certo, ma mi chiedo come potrebbe essere altrimenti, visto l'importanza di quello che mi succede. Ad ogni modo, spero che la poesia sia di vostro gradimento, anche se dubito di riuscire a scrivere cose ancora decenti.

Insonnia III

Coricato ancor sul giaciglio
Osservo l'orologio
Con sempre più scoramento
Nella mia anima.
Ancora una volta troppo
Breve è stato il mio sonno
Come già da mesi ad ora.

E pur essendo distrutto nel fisico
E nello spirito, ancor resto ore,
Ed ore a girar nel letto, tentando
Disperato, di dormire almeno
Un solo attimo, ma invano.

Così, giorno dopo giorno,
La mia vita si consuma
Ancor più, e sempre più
Tutto il mondo diviene
Vuoto e senza senso

venerdì 28 maggio 2010

22

E oggi sono 22 anni... nulla da dir in proposito se non "tanti auguri a me"...

mercoledì 26 maggio 2010

La scomparsa di Morfeo

Dopo molto che non ne scrivevo uno, ecco a voi un racconto inedito (mentre un altro è in preparazione). Il genere è il solito, fantascienza apocalittica, ma in più dentro ci ho messo la mia ormai debilitante insonnia. Potrà sembrare esagerato ciò che succede per colpa della mancanza di sonno continuata, ma vi posso assicurare che essendoci dentro a me ciò che ho scritto sembra tutto fuorché assurdo. Spero comunque che sia di vostro gradimento, il racconto.

La scomparsa di Morfeo

Il piccolo gruppetto di astrofili sulla collinetta scrutavano il cielo con il loro piccolo ma potente telescopio newtoniano, in cerca magari di qualche cometa, o di qualche altro oggetto interessante. Sarebbe stata la cosa più emozionante per loro tornare a casa consapevoli di aver scoperto qualcosa di nuovo; perciò, a turno, guardavano nell'obiettivo, muovendo lentamente lo strumento in una piccola area del cielo. E ad un tratto la scoperta avvenne: uno degli appassionati riuscì finalmente ad inquadrare una piccola zona di forma grosso modo apparentemente circolare e di colore grigio scuro in mezzo al panorama stellato, un oggetto che non era riportato su nessuna delle carte in loro possesso. Possibile che avesse scoperto una nebulosa oscura sconosciuta? L'astrofilo ovviamente non poteva saperlo, così dopo aver avvertito i suoi compagni di ciò che aveva visto, prese il cellulare, e compose il numero dell'osservatorio.

Occorsero pochi giorni di osservazione per capire la natura dell'oggettino scoperto per caso dagli astrofili: si trattava proprio di una nebulosa oscura, relativamente piccola (nemmeno mezzo anno luce di raggio) ma anche molto vicina al sistema solare. La scoperta più sensazionale era però il fatto che la nube si avvicinava ad una velocità estremamente alta alla Terra, ed ecco perché era diventata “visibile” solo poco tempo prima la sua scoperta (o meglio, aveva cominciato a risaltare sullo sfondo stellato come macchia scura). La velocità di avvicinamento era la cosa che colpiva di più: era prossima alla velocità della luce, ma tuttavia, come attratta da una massa invisibile, sembrava quasi rallentare il suo moto man mano che si dirigeva verso il sistema solare, anche se in maniera estremamente progressiva. La scoperta venne divulgata, e per qualche tempo non interessò la popolazione terrestre se non i membri della comunità scientifica e astronomica in particolare. Poi, però, passarono molti anni, e alla fine tutti poterono ammirare quella nebulosa, che da macchietta visibile solo con un telescopio si era trasformata in una grande chiazza scura (che si andava schiarendo lentamente, però, man mano che veniva illuminata dal Sole avvicinandosi ad esso) che più passava il tempo più copriva la volta celeste. La rotta era quella di collisione: e, dopo molto tempo dalla sua scoperta, alla fine la nube entrò nella parte interna del sistema solare, invadendo le orbite dei pianeti interni. La visione che si presentò alle persone fu allora insieme meravigliante ma anche spaventevole, in qualche modo: il cielo era diventato di un uniforme colore beige scuro, mentre il Sole non si vedeva più, ma appena si intuiva dietro alla coltre gassosa. Che cosa sarebbe successo, poi? Il pianeta sarebbe stato disturbato in qualche modo dalla nebulosa? Gli astronomi non sapevano dirlo con certezza, visto che non era mai stato osservato (ne simulato in alcun modo, data l’impensabilità della “collisione”) prima un fenomeno del genere.

La situazione non durò a lungo: La quasi totalità delle polveri venne risucchiata dal Sole, e così lo spazio compreso nell'orbita della Terra, come del resto quello che c'era fino a ben oltre il pianeta Nettuno, torno ad essere praticamente vuoto. Tuttavia, successe un fenomeno assolutamente imprevisto ed eccezionale, che stupì perfino gli astronomi: la parte più esterna della nube, che era di forma pressoché sferica, invece di allontanarsi rapidamente dal Sole o caderci dentro, cominciò, in uno strano gioco di meccanica celeste, ad orbitare intorno alla stella, ormai troppo lenta per sfuggire alla forza gravitazionale del sole. Come risultato, l'intero sistema fu come racchiuso in questo guscio di polveri e gas, quasi come intrappolato; e la visione che si aveva dalla Terra era insieme affascinante e sconcertante. La nube esterna non si era minimamente dissolta, era ancora molto densa, ed essendo anche di albedo molto alto, ossia molto chiara, rifletteva molto la luce solare: come risultato, anche la più buia notte senza Luna era invece comunque in una sorta di crepuscolo etereo, mentre le stelle erano totalmente invisibili dietro alla coltre della nebulosa, e i pianeti risaltavano solo perché erano di poco più luminosi dello sfondo chiaro. L'unico “buco” nella nube era quello che indicava il punto dove il Sole era penetrato, ma era comunque ben poca cosa a quella distanza, mentre il resto del cielo era colorato del pallido beige che la polvere dava loro. Gli astronomi erano sconfortati: non si era mai vista una cosa del genere, in centinaia di anni, nessuna nube con quella composizione e con quel comportamento era mai stata osservata in una qualsiasi parte dell’universo; ma la cosa che più preoccupava loro era il fatto che la nube non consentisse più l'osservazione degli oggetti celesti. E a ragione: in pochi anni, i telescopi diventarono completamente inutili, e gli astronomi furono disoccupati.

Presto, però, sulla Terra successe qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato, e che sembrava stranamente collegato alla nebulosa, anche se non si scoprì mai quale legame occulto ci fosse tra i due fatti. In maniera estremamente lenta, ma costante, ogni singolo uomo si accorse che più passava il tempo e meno riusciva a dormire, anche coloro che di solito non avevano problemi di insonnia. In un primo momento si diede la colpa di questo al chiarore notturno, che interferiva con i bioritmi degli uomini. Poi però la teoria venne accantonata, visto che gli animali non sembravano affatto soffrirne, anche se in teoria anche loro avrebbero dovuto subire gli effetti della luce nottura; e comunque lo stesso fenomeno si manifestava anche tra le persone delle popolazioni che abitavano sopra il Circolo Polare Artico, che erano abituate, per giorni o addirittura mesi, al Sole di mezzanotte, ben più luminoso del riverbero causato dalla nebulosa. Si cercò allora una causa fisica: analisi mediche, biochimiche, neurologiche, e qualsiasi altra analisi clinica non diede alcun esito, semplicemente non c'era motivo perché le persone non riuscissero a dormire, e che il fenomeno fosse condiviso da tutti. Anche le analisi ambientali non diedero frutti, non c’era nulla che non andava, aria ed acqua non erano alterate, sembrava tutto normale; e l’unica altra cosa da fare, analizzare la composizione della nebulosa, era impossibile, poiché essa era troppo lontana per essere raggiunta. Non sembrava esserci nessuna causa all’insonnia: eppure, essa c’era e aumentava di mese in mese, e nel giro di qualche anno nessuno, sulla Terra, riuscì a dormire per più di un ora a notte. L’atmosfera, in quei tempi, si faceva sempre più pesante sulla Terra. Le persone tendevano sempre più ad isolarsi in un loro mondo interiore, allucinate come erano dalla mancanza di sonno e dalla stanchezza mentale, ma anche fisica, che sempre di più l’assenza di sonno causava loro. Più si andava avanti, poi, e più la gente era in preda al malessere del non sonno, malessere che si esplicava in un’irritabilità estrema e in comportamenti che definire lunatici è dire poco. Cominciarono allora screzi tra persone, prima come piccoli litigi, quasi come ce ne erano prima; ma poi la violenza dilagò, ovunque nel mondo. Le forze dell’ordine prima tentarono di arginare l’escalation: ma anche i poliziotti erano umani, e finirono per non interessarsi più all’ordine pubblico minimamente, indifferenti a tutto, quando non commettevano di persona atrocità di sorta. E così, nel mondo, ovunque, dilagarono violenza e morte, mentre la civiltà non esisteva più:ogni uomo e ogni donna ormai pensava solo a soddisfare il proprio ego e i propri piaceri, visto che la sofferenza che l’insonnia estrema causava loro non gli permetteva nemmeno di formulare un pensiero che andassero un minimo oltre le funzioni primarie dell’organismo, mentre i pochi che riuscivano a restare lucidi e a controllarsi dovevano subire l’orrida situazione soffrendone moltissimo, e arrivando infine al suicidio, quando il dolore non era più sopportabile. Le peggiori nefandezze furono compiute: stupri, omicidi a sangue freddo, torture gratuite e immotivate. A nessuno importava più di nulla, il malessere da insonnia era troppo forte.

Questa situazione terrificante non durò a lungo, giusto qualche anno, ma ciò che successe poi fu ancora più orribile. L’uomo più potente del mondo, il presidente della Lega Internazionale della Terra, che fino a quel momento era riuscito a rimanere ragionevole, sopportando il dolore del non-sonno, perse il senno, e ordinò il lancio di tutti i missili atomici che poteva controllare; e lo fece senza un motivo ma quasi per divertimento, come in un gioco malsano. All’epoca i missili erano controllati da computer sotto il diretto comando del presidente, proprio per evitare la follia di qualcuno degli “uomini dei bunker” (visto anche che oramai quelle armi erano solo una precauzione quasi inutile, essendo l’ultima guerra finita da quasi 100 anni). Come spinto da un demone, l’uomo lanciò missili in tutto il globo, ed il risultato, come si può ben immaginare, fu catastrofico: una nube altamente radioattiva si sollevò e contaminò l’intero pianeta, distruggendo quel poco che le esplosioni nucleari non avevano polverizzato. Nulla sopravvisse, nemmeno i batteri, e in pochi mesi, qualche anno dopo la perdita del sonno, il pianeta Terra era un deserto vuoto e brullo, senza più alcuna traccia di vita.

La nave “Sentinella IXX” si trovava nel quadrante M 5 quando arrivò l’avviso che entro tre giorni standard il pianeta abitato n. 287388 avrebbe terminato la Prova. Era un pianeta del quadrante M 6, quindi molto poco distante da lì, poco più di un’ora standard galattica di viaggio iperspaziale. Il capitano, un Baasbiano del pianeta Seqq, avvertì telepaticamente il Centro Scientifico per cui lavorava la missione che sarebbe stata la sua nave ad avvicinarsi al pianeta per vedere gli esiti della Prova, poi inserì nel computer la rotta e lasciò partire i motori, e in breve tempo la nave arrivò nei pressi della Nebulosa di Prova. Spingendo la nave al limite della velocità della luce, il capitano puntò nella nebulosa, dirigendosi al suo interno, mentre per effetto relativistico il tempo interno della navetta rallentava rispetto all’esterno, e la Nebulosa della Prova spariva come programmato, senza lasciare traccia, dopo i tre giorni previsti. In breve tempo (per i passeggeri della navetta) il pianeta abitato fu a portata di telescopio. Lo spettacolo che gli scienziati della “Sentinella IXX” fu sbigottente e assolutamente inaspettato, però: il pianeta era disabitato, completamente, nonché radioattivo. Che ci fosse un errore nei calcoli? Che avessero sbagliato sistema solare? Eppure non sembrava esserci nulla del genere, il pianeta non sembrava quella “Terra”, come i suoi abitanti lo chiamavano, che, circa cinquecento anni standard prima, una delle navi automatiche di ricerca aveva individuato, e che era stato poi analizzato da sociologi e scienziati per anni per comprendere se la sua popolazione era abbastanza avanzata scientificamente e moralmente per poter far parte della Federazione Galattica dei Pianeti. Il responso era stato positivo, la razza terrestre era molto intelligente, anche se ben poco longeva rispetto alla media delle altre razze, e seppur ancora immatura sul campo etico e morale poteva fare dei grandi progressi; così si era deciso di imporre alla Terra la Prova, quella di routine per ogni pianeta, che serviva a vedere se l’aspirante nuovo popolo era adatto in termini psicofisici a stare nella Federazione: se gli umani fossero riusciti a mettersi in contatto telepaticamente con le particelle della nube, imparando tutto ciò che c’era da sapere sulla Federazione da questa, allora il loro ingresso sarebbe stato compiuto; altrimenti, la mancanza di poteri telepatici avrebbe impedito la loro entrata, visto che era impossibile comunicare con gli altri popoli senza poteri telepatici. In quest’ultimo caso, si sarebbe aspettato circa mezzo milione di anni standard, prima di tornare a ripetere la prova, visto che ormai era certo che ogni popolo sviluppava la telepatia, prima o poi; ma erano di più quelli che la sviluppavano presto, visto che tra i quasi 300 mila pianeti che avevano avuto quella Prova in due milioni di anni standard, solo un paio di centinaia non l’avevano superata, e metà di essi l’aveva ripetuta in seguito, passandola senza problemi. Che cosa era successo, quindi, visto che la Terra era il primo pianeta a subire questa sorte? Il gruppo di sociologi e scienziati si collegò telepaticamente alla Nebulosa di Prova che stazionava nell’iperspazio, e apprese tutto ciò che era successo sulla Terra, tutti i tristi fatti che erano successi nella Prova. Ognuno ne fu profondamente turbato, e insieme si sentirono tutti responsabili della fine di quel bellissimo pianeta; ma nessuno poteva sapere che i terrestri erano così vulnerabili alle onde telepatiche, nemmeno gli scienziati che li avevano analizzati lo avevano capito; perciò, con la morte nel cuore, si decise di comune accordo di non incolpare nessuno.

La nave ripartì, diretta a Linadris, il pianeta centrale della galassia, per poter spiegare a tutti cosa era successo. E lì rimase la Terra deserta, orbitante tristemente intorno al suo Sole nel suo sistema solare un tempo così vivo ed ora morto per sempre.