sabato 25 dicembre 2010
Merry Christmas
Nulla di importante, stavolta, in questo post... giusto, buone feste natalizie a tutti i lettori di questo blog!
domenica 19 dicembre 2010
Doom over the world?
Da qualche mese, luglio per la precisione, blogger ha aggiunto la funzione "statistiche": si tratta di un servizio che consente al blogger, ossia a me, di guardare quante visite ricevo e alcuni dati sui visitatori del mio blog (assolutamente non personali, comunque, mi dice solo se mi hanno trovato dal mio profilo facebook, e se usano Firefox piuttosto che Internet Explorer). Da circa un mese ho cominciato ad usare questa funzione, e ho trovato diversi dati interessanti. Quello che mi ha fatto più riflettere è che, nonostante come è ovvio la maggior parte delle visite proviene dall'Italia, ho anche decine di visite da Stati Uniti e Russia, nonché un numero significativo di visite da altri paesi europei (Ucraina, Germania e Spagna su tutti). Per questo, mi chiedo se ho dei lettori anche oltreconfine e addirittura dall'altra parte dell'oceano, oppure se son visite casuali, magari dovute alla semplice digitazione in un motore di ricerca delle parole "Hand Of Doom" (ovviamente cercando la splendida canzone dei Black Sabbath a cui mi sono ispirato anche io). Probabilmente non lo saprò mai, anche perché nel secondo caso i visitatori non capirebbero nemmeno ciò che scrivo; ma nonostante questa evenienza, che trovo ad ogni modo alquanto probabile, è comunque bello immaginare di avere un piccolo seguito di lettori che apprezzano ciò che faccio, anche al di fuori dell'Italia. Spero quindi che così sia, e così concludo questa mia breve riflessione.
lunedì 6 dicembre 2010
Una notte come tante altre
Dopo molto, molto, molto tempo che non scrivevo una poesia, eccomi tornare con una cosa che ho improvvisato sul momento, che mi sentivo di scrivere e in pochi minuti l'ho realizzata. So che il tema, per le mie poesie, è stato da me stra-abusato, ma questa mi pare "carina", di poesia, e per questo ho deciso, dopo averla scritta, di pubblicarla comunque. Spero sia di gradimento.
Una notte come tante altre
Dieci di sera
E son pieno di sonno
Mi corico a letto
Davver stanco morto
Poi le undici
Ancor non dormo
Tante cose in testa
Pensieri eppur sonno
Or è mezzanotte
Vorrei riposar
Dei pensieri son stufo
Ma non ne posso scappar
Due di notte
Ed or fantasie malate
Girano per la mia testa
Come impazzite
Sono le quattro
Ormai è mattin
Ma proprio non riesco
A dormire infin
Ed ora le otto
Mi devo alzare
Mal di testa e agli occhi
Ad accompagnare
Ed è così questa
Una qualunque notte
Una notte insonne
Come son ormai tutte
venerdì 3 dicembre 2010
Prigioniero di se stesso
Dopo pochi giorni dalla pubblicazione dell'ultimo racconto riscritto, eccone uno nuovo, che son riuscito a scrivere in soli due giorni, non so perché ma con questo le parole mi venivano naturali. Probabilmente però è perché è un argomento di attualità che già in passato ho trattato qui, su questo blog, poco meno di due anni fa, ossia il tema dell'eutanasia. E' un racconto molto drammatico e al contempo molto sentimentale, forse un po' macabro in alcuni punti ma sempre pieno di pathos e di emozioni; nel complesso lo ritengo uno dei racconti più belli che ho scritto, e spero che sia di gradimento anche ai miei lettori.
Era un bellissimo pomeriggio estivo, e il ragazzo passeggiava per la strada, con la testa leggera per la felicità. Era appena uscito di casa, e stava raggiungendo la sua solita, piccola compagnia e la sua amata ragazza alla pizzeria, dove era prevista la festa per il suo diciannovesimo compleanno. Non era importante come il traguardo dell’anno precedente, quello della maggiore età, ma comunque era pur sempre un motivo per fare un piccolo party con pochi fedeli amici. Girò l’angolo ed eccoli lì, davanti al locale, erano arrivati tutti ormai, aspettavano solo il festeggiato: quando lo videro, lo salutarono calorosamente e in maniera festosa. Agitando la mano a sua volta e gridando i suoi saluti di risposta, il giovane si apprestò ad attraversare la strada che lo separava da loro. Lui era giudizioso, così guardò a destra e a sinistra prima di attraversare (senza vedere nessuno), nonostante l’entusiasmo lo spingesse a correre da loro; ma nemmeno la sua prudenza poteva salvarlo dal ricchissimo pirata della strada che, alla guida di una Lamborghini, uscì a centotrenta chilometri orari da dietro la curva lì vicina, travolgendo il povero giovane in mezzo alla strada, senza la più piccola possibilità di evitarlo, e facendolo volare via come un sacco pieno di patate. Lui sentì appena le grida degli amici terrorizzati, nemmeno il dolore per aver sbattuto più e più volte il capo e il corpo sull’asfalto, prima di perdere totalmente i sensi.
Quando riprese coscienza, era sdraiato su un letto, chiaramente in ospedale. In pochissimo tempo divenne perfettamente cosciente di quello che aveva intorno, ma intuiva anche, in qualche modo che gli sfuggiva, che non era davvero sveglio, ma era come se vivesse uno strano sogno, in cui vedeva la realtà da dentro ma non era lui il padrone di se stesso. Intorno a lui, tante persone si muovevano, la maggior parte col camice bianco, ma c’erano anche non-medici: riconobbe la sua ragazza, in lacrime, e i suoi amici più stretti, tutti assaliti dallo sconforto. Dopo poco, arrivarono i suoi genitori, singhiozzanti anch’essi; e ancora dopo poco tempo, entrò nella stanza un dottore, che chiamò il gruppo di visitatori a se. Disse a tutti loro che le analisi purtroppo non lasciavano alcuna speranza, che il giovane si trovava in stato di morte cerebrale, e che non si sarebbe mai più svegliato, era in coma irreversibile. Ora tutti piangevano, tristissimi, e anche se fisicamente non aveva alcuna possibilità di muoversi, dentro anch’egli versava lacrime silenti. La tristezza però non si trasformava in rabbia verso il dottore: se per qualche strano motivo era cosciente, seppur in maniera onirica, come per un’arcana intuizione sapeva che il dottore stava dicendo il vero, che lui non avrebbe mai più potuto risvegliarsi, e che davvero la sua mente era irrimediabilmente danneggiata. Più ci pensava più era difficile accettare ciò che era accaduto, e sentiva che avrebbe preferito morire: non avrebbe mai più potuto star accanto alla sua fidanzata, non avrebbe mai potuto scherzare con i suoi amici, non avrebbe mai potuto vivere di nuovo, mai più. Era ormai rinchiuso nel suo corpo, intrappolato al suo interno come in una prigione senza via d’uscita, se non la morte.
Man mano che il tempo passava, le fratture che l’incidente aveva causato al corpo del ragazzo guarirono tutte perfettamente, addirittura senza lasciar particolari cicatrici; ma non era quello che importava al giovane, che continuava a rimanere cosciente in maniera onirica, vivendo la sua tragica situazione di morte come se fosse ancor vivo . Si chiedeva sempre come poteva essere ancora cosciente, visto che era morto cerebralmente: forse la parte del suo cervello danneggiata era più quella del movimento che quella del pensiero, e nonostante fosse in coma la sua mente continuava a lavorare; ma non era certo che questa fosse la risposta, e nemmeno poteva chiederlo a un dottore, visto che il suo corpo non rispondeva in quasi nessun modo, era come un blocco di pietra solida e inamovibile. Qualche movimento ancora gli riusciva: di respirare da solo non se ne parlava, per quello c’era una macchina infilata nella trachea, e un’altra gli sparava dritta nella gola una schifezza vomitevole, che per quanto nutriente e sana era davvero terribile da mandar giù; ma le palpebre si muovevano autonomamente, anche se lui non poteva controllarle, ed esse agivano solo in base al suo corpo. Succedeva così che certe volte aveva tantissimo sonno, ma era costretto a star sveglio, che la chiara luce d’ospedale gli entrava negli occhi spalancati; ed altre volte, avrebbe voluto vedere, se qualche persona cara gli veniva a far visita, ma le palpebre erano serrate, e non poteva farci nulla. A parte quest’unica azione però era completamente immobile sul suo letto, cosa che lo faceva soffrire non poco, visto che fin dai primi giorni di degenza in ospedale si erano formate, sulla sua parte posteriore, delle dolorosissime piaghe da decubito, alle quali nessuno faceva caso, visto che non si lamentava, e nessuno poteva pensare che fosse cosciente. L’unica cosa che riusciva a distrarlo provvisoriamente dalla sua sofferenza era la sua adorata ragazza, che lo visitava spesso, stava delle ore con lui, leggendogli qualche libro, e molte volte lo coccolava e lo baciava anche, nonostante lui non potesse, con sua grande tristezza, ricambiargli i baci e l’affetto. Erano gli unici momenti di felicità, in un vivere che per lui era diventato di colpo raccapricciante e senza senso, con l’unica libertà di rimanere lì, imprigionato e torturato dal suo proprio corpo.
Nei trent’anni in cui rimase attaccato alle macchine, il giovane, ormai uomo, divenne orrendo a vedersi, gonfio com’era per la mancanza di qualsiasi attività fisica. Anche se non si era mai considerato bello, rispetto a prima dell’incidente era diventato un mostro; per non parlare di tutta la sofferenza che provava, man mano che i suoi muscoli si atrofizzavano e morivano, dandogli delle dolorosissime fitte. Erano decenni che soffriva così, ma nonostante questo non riusciva ad abituarsi, era troppo duro da sopportare, e nella sua mente urlava per ore, senza però riuscire nemmeno a far neanche sussurrare il suo corpo. Oramai, i suoi genitori erano morti di vecchiaia, e praticamente tutti gli amici che aveva all’epoca del misfatto si erano pian pianino distaccati da lui, per vivere, giustamente, la propria vita: solo la sua fidanzata gli era rimasto vicina, accanto a lui. L’uomo soffriva a vederla lì, con la tristezza che le velava gli occhi, e sapeva che lei, per stargli accanto, non aveva avuto nessuna relazione, gli era fedele in maniera quasi commovente; aveva il suo lavoro e la sua vita, certo, ma lui, per l’amore che aveva ancora per lei, avrebbe preferito che così non fosse, avrebbe preferito esser solo, se questo avrebbe significato la sua felicità. Tuttavia, era sempre bellissimo averla accanto, anche se ormai l’età le segnava il viso per l’uomo la donna era sempre meravigliosa, e non solo fisicamente, ma anche per la sua dolcezza, e per la forza della sua determinazione. Prima dell’incidente, infatti, qualche volta si era parlato, nella loro coppia, di un argomento attuale come il fine vita, e la donna sapeva perfettamente che il suo amore voleva essere staccato dalle macchine, e lasciato a morire se gli fosse successo quello che poi accadde. Così, lei combatteva da quasi subito dopo l’incidente contro i politici compiacenti, i movimenti contrari al suo staccar la spina e tutto il resto, senza mai darsi per vinta, perché il volere del suo amore fosse applicato.
A trent’anni esatti dall’incidente, la sua ragazza riuscì finalmente ad ottenere il permesso, da parte del tribunale, di sospendere la sua alimentazione forzata; e quel giorno glielo annunciò, con le lacrime agli occhi, in parte per la felicità di essere riuscita, in parte per la tristezza di doverlo lasciar andare, finalmente. Ma se ci pensava non sarebbe comunque morto, in realtà il suo fidanzato era mancato trenta lunghi anni prima, e lei non aveva fatto altro che stare accanto al suo corpo, sperando che quell’uomo, l’amore della sua vita, potesse avere qualche residua speranza, nonostante sapesse che di speranze non ne aveva, di uscir dal coma irreversibile. Lui, nello strazio di una vita in trappola, era felicissimo del risultato ottenuto dalla sua anima gemella, e anche se non poteva farsi sentire, la ringraziò con tutto l’amore che ancora provava per lei. Dopo trent’anni, quei pochi giorni per morire di sete non sembravano tanti, ma passarono ancor più in fretta visto che lei gli fu tutto il tempo accanto, facendo sembrare la sua vita bella, per la prima volta in tanti decenni. Solo la sera del secondo giorno l’armonia fu rovinata, quando entrambi sentirono dei rumori provenienti dall’esterno: un gruppo dei cosiddetti “pro-life” si era assiepati davanti all’ospedale, e volevano entrare per riattaccargli la spina. Allora, entrambi si arrabbiarono: lui aveva deciso di morire per non dover più sopportare quello stato che non era vita, ed era stato aiutato dalla persona che amava in questo; quindi quella gente, che nemmeno lo conosceva, non aveva alcun diritto di imporgli una decisione dettata da fede o da chissà quale principio totalitario, che non accettava le scelte individuali. Fortunatamente però il gruppo non fu fatto entrare in ospedale, così lui poté continuare ad andare incontro al suo destino. Passò poco tempo, prima che il giovane sentì di star morendo letteralmente di sete; ma non gli importava, rispetto alla sofferenza che aveva dovuto patire in tutto il tempo passato immobile, quella era praticamente nulla. La sua fidanzata ancora lo abbracciava con amore, ed era come se lui riuscisse comunque a far sentire il proprio a lei, anche se non poteva ricambiare, purtroppo, il suo abbraccio. Poi tutto peggiorò, si sentiva veramente male, e sapeva che la fine stava per giungere. Miracolosamente, il suo corpo aprì le palpebre prima chiuse, e lui poté per l’ultima volta guardare gli occhi pieni d’amore di lei; poi sentì che finalmente stava per andarsene, e il suo spirito, finalmente, volò via libero… ma non prima di essersi un momento fermato.
Il suono dell’elettrocardiogramma piatto echeggiava ormai da due minuti, e i medici non avevano, ovviamente, tentato nemmeno di rianimarlo; ma lei ancora lo abbracciava, quell’uomo che era stato il suo unico amore, nei quarantanove anni della sua vita. Lo strinse ancora un po’, poi lo lasciò, e con le lacrime agli occhi si alzò in piedi. Lui non c’era più da trent’anni, ma ora anche il suo corpo era morto, e questo non era il suo unico impiccio: ricordava ancora come, quando era ancora giovane, si erano accaniti sul povero padre di Eluana Englaro, e di sicuro in oltre trentadue anni, se qualcosa era cambiato, dal punto di vista politico sul fine vita, era stato in peggio. Guardò ancora il suo uomo, che aveva richiuso gli occhi: ma quando li aveva aperti, ci aveva letto tanto amore e tanta riconoscenza, e solo questo l’aveva resa finalmente contenta, dopo quasi trent’anni di lotta. Stava quasi per andarsene, quando un sussurro la fece voltare. Sentì chiaramente pronunciare le parole: “grazie di tutto quanto l’amore che mi hai dato, luce dei miei occhi, e grazie per avermi ridato la libertà. Ci rivedremo oltre le cortine oscure della morte, ti aspetterò per tutto il tempo necessario, e ti amerò per sempre. Arrivederci, amore mio.”. La donna pianse dalla gioia a quelle parole, e poi, con il cuore più leggero, si recò a casa, dove avrebbe finalmente potuto mettere il cuore in pace e riposare, finalmente… come il suo amore stava facendo, infine libero, aspettandola dall’altra parte.
mercoledì 1 dicembre 2010
Una breve riflessione sul mondo attuale
E' un bel po' che non scrivo un post impegnato, ma ora mi sento di farlo, e quindi torno a scrivere di politica. Ciò che mi ha colpito negli ultimi giorni è la questione internazionale "Wikileaks", che penso conoscano tutti, ma che riepilogo in poche parole: questo sito, Wikileaks, ha reso pubblici dei documenti di intelligence, per così dire, "segreti", e sono uscite così tantissime notizie che non si sarebbero dovute conoscere, almeno per i diplomatici. Da quei documenti escono tanti giudizi di politici su altri politici che non corrispondono affatto ai giudizi pubblici che gli stessi hanno espresso in pubblico. Senza entrare nel merito della questione politica, vorrei riflettere un momento su questo fatto: evidentemente i documenti di Wikileaks dimostrano che l'ipocrisia regna sovrana, nei nostri governanti, a meno di non ammettere che essi son dei falsi (cosa che nessuno, o quasi, ha fatto); e questo è un fatto abbastanza grave, è una forma di disonestà che se non è illecita, per la legge, è comunque moralmente sbagliata, almeno secondo me. E' per questo che, nonostante anche Wikileaks abbia comunque i propri difetti (alcuni dei documenti son gossip), io sono comunque a favore di iniziative come questa, e sono contrario alla "persecuzione" del suo creatore, Julian Assange, ricercato in oltre 180 paesi del mondo, ufficialmente per stupro; ma al di là che lo stupro sia avvenuto o meno, è chiaro che questa caccia all'uomo è eccessiva, visto che di stupri ce ne sono a migliaia, e che quindi Assange è perseguitato solo per la scomodità della sua creazione.
Ecco, è tutto quello che ho da dire su questa questione, che non sarà la più pressante per me ma ha comunque ha la sua importanza, per quanto mi riguarda.
giovedì 25 novembre 2010
Un lunghissimo viaggio
Molti mesi dopo "Supernovae", finalmente sono riuscito a completare la riscrittura dell'altro racconto "perduto", anche se con un tale, consistentissimo, ritardo, dovuto a motivi personali, a impegni e a distrazioni varie. Che dire... è venuto meglio di quanto pensassi, meno fiabesco e dal tono più serio di quanto immaginavo risultasse, ed è quindi, per me, un buon racconto, carico di emozioni e vagamente onirico. Ancora una volta, spero che sia di gradimento per chi lo legge.
Il raggio gamma nacque improvvisamente in un luogo denso e pieno di plasma, dalla fusione dei suoi “genitori”, due protoni, che si congiunsero per dar luogo ad un nucleo di deuterio; lui, insieme ad un elettrone, suo gemello, fu il frutto di quella unione. Il fotone era diverso, però, sia da suo fratello che dai suoi genitori, a loro differenza non aveva alcuna massa ma in compenso si sentiva pieno di una grandissima energia; e per qualche motivo a lui oscuro, sin dalla sua nascita sentiva di doversi muovere alla velocità della luce, senza poter farne a meno, e così fin dai suoi primi istanti fece. Perse di vista subito i suoi parenti, che non potevano andare alla sua velocità, ma non gli importava, si sentiva forte e andava avanti con gioia, e senza guardarsi indietro. Presto abbandonò la zona in cui era nato, e si trovò in una nuova parte dove le particelle non reagivano, ma erano comunque estremamente concentrate. In quella zona densissima, ogni tanto il raggio gamma urtava qualche particella, ma aveva la fortuna di avere una traiettoria che gli consentiva di evitarne la maggior parte, al contrario di tante altri suoi simili che perdevano energia nelle collisioni, pur continuando al viaggiargli accanto. Attraversò l’intera zona in un tempo molto breve, questioni di minuti, e si ritrovò in una nuova regione, una parte ancora meno abbondante di materia, ma in cui i nuclei di idrogeno e i pochissime di elio lì presenti c’erano si muovevano velocemente tutti insieme, seguendo come una corrente ininterrotta. Non avendo la possibilità di cambiare direzione, e sapendo di dover andare avanti, il raggio gamma si unì subito al flusso, ma l’esperienza si rivelò fin da subito spiacevole: il flusso era pieno di particelle che spingevano e rimbalzavano tra di loro, e l’entusiasmo iniziale del fotone era diventato allora una specie di malessere. Tuttavia,una volta entrato, non era possibile uscirne, almeno finché la corrente non lo avesse rilasciato, e così dovette seguirne il tortuosissimo e labirintico corso per un tempo lunghissimo, così tanto che perse il senso del tempo, e non seppe da quanto si trovava lì.
Quando ormai il fotone aveva perso ogni speranza di uscire dalla corrente, che in maniera monotona lo faceva oscillare tra zone di differente densità, ma sempre con la stessa cadenza, qualcosa finalmente successe: Si ritrovò proiettato dal flusso stesso in una zona in cui esso non esisteva più, e dove le particelle erano talmente rarefatte che il fotone poteva proseguire per la sua strada senza scontrarsi con alcuna di loro. Con felicità riprese a muoversi in linea retta: era libero, finalmente! Molto velocemente uscì anche da quel posto, e man mano che avanzava protoni ed elettroni diminuivano sempre di più, fino ad arrivare ad essere praticamente nel vuoto, anche se dalla partenza dalla zona in cui era rimasto per anni in poi viaggiava circondato da un’immensa quantità di fotoni suoi simili. A volte gli capitava anche ancora di sorpassare velocemente qualche particella di vento stellare, ma con esse non c’era più rischio d’impatto, tanto erano rade. La sua innata curiosità lo spinse a guardarsi intorno, ad esplorare l’ambiente, molto diverso da quello che aveva conosciuto in precedenza: dietro di lui, l’enorme stella che aveva attraversato dal centro fino all’esterno, era ancora luminosissima, ma era ormai solo una sfera bianca sospesa nello spazio, e non sembrava l’immenso labirinto dal quale era uscito impiegando anni, pur muovendosi alla velocità della luce. Davanti a lui, invece, un puntino di luce si ingrandiva, e presto divenne una grossa sfera verde e azzurra, un pianeta evidentemente, con un grosso satellite quasi bianco con cui formava una bella coppia. Il raggio gamma osservò i due corpi celesti che passavano velocemente, e con la sua vista acutissima scorse che c’era del movimento, sulla superficie del pianeta: c’erano degli esseri che non andavano avanti per inerzia, ma facevano la loro volontà senza limiti! Erano molto diversi da lui, fatti di miliardi di atomi, esseri che addirittura comunicavano tra loro. Come li invidiava! Lui era un raggio gamma, non poteva fare ciò che voleva ne muoversi nella maniera che gli piaceva, doveva continuare ad andare diritto, senza nemmeno poter comunicare le sue emozioni agli altri miliardi di fotoni, che pure erano suoi silenti compagni di viaggio. La visione presto passò, doveva comunque continuare ad andare avanti imperterrito, e come era arrivato il pianeta vivente sparì, diventando prima un puntino nero che risaltava appena sulla superficie incandescente della stella, e alla fine scomparve, fagocitato dalla sua immensa luminosità. Il fotone continuò a viaggiare, imperterrito. Bastarono poche ore per passare le orbite degli altri pianeti, molti dei quali li vide però solo come puntini nella lontananza, appena distinguibili tra gli altri puntini del cielo stellato; alcuni non li scorse affatto, addirittura, dato che erano dall’altra parte dell’orbita. Solo un altro poté scrutarlo da vicino, ma fu una vera delusione, un gigantesco pianeta fatto di solo gas e dalle strisce azzurre e blu che lo attraversavano, ma non era nemmeno lontanamente interessante come il primo che aveva visto, e non gli dispiacque quando il suo moto lo allontanò da esso.
I giorni divennero mesi, e poi anni e decenni. Ogni tanto si poteva vedere, lontana, una qualche cometa, ma nulla di che, i corpi e anche le particelle con massa propria erano rarissimi, specie dopo che era uscito definitivamente da quel sistema stellare, ed i fotoni che l’accompagnavano erano la sua unica compagnia. E ancora, i decenni divennero secoli e poi millenni, e il raggio gamma si sentiva sempre più annoiato, il paesaggio stellato dava davvero poche emozioni, per quanto era monotono. Una volta era passato nelle vicinanze di una stella, che col suo vento stellare aveva riempito per qualche tempo lo spazio intorno a lui di particelle e lo aveva attratto con la sua forza gravitazionale, deviandone leggermente la traiettoria; ma non era stata molto esaltante come esperienza, anzi era stato infastidito dalla sua forza; un’altra volta era passato abbastanza vicino ad una nebulosa planetaria da vederla chiaramente, ed era stato uno spettacolo bellissimo, anche se noioso dopo un po’. Nel suo cuore però c’era sempre e solo il pianeta che aveva visto poco dopo la sua uscita dalla stella, e quelle forme di vita meravigliose che vi abitavano; per quanto brevissima, era stata l’esperienza più meravigliosa e gioiosa della sua vita, l’unica in cui era stato davvero felice, oltre ai primi momenti della sua nascita.
I millenni divennero milioni di anni, e man mano le stelle nel paesaggio divennero sempre più rade, finché il fotone si ritrovò nello spazio intergalattico, senza più stelle. Alle sue spalle a quel punto non vedeva più astri singoli, ma solo una grande galassia a forma di spirale, molto luminosa; però lui sapeva che non poteva far altro che andare avanti diritto, nonostante tutto, volente o nolente; così, sfiducia e tristezza nel suo cuore crescevano sempre più. Intorno a lui, la maggior parte dei fotoni che avevano proseguito insieme a lui, si allontanava, lentamente ma inesorabilmente, e i pochi che continuavano nella sua stessa direzione erano comunque una compagnia silenziosa, che gli causava un’insoddisfazione sempre più bruciante. Milioni di anni, ancora, e poi miliardi, e il raggio gamma guardava le altre galassie, alcune vicine, altre molto più lontane, che gli passavano pian piano accanto; ce n’era una anche esattamente davanti a lui, ma era lontanissima; e il fotone continuava, un milione di anni dopo l’altro, ad andare avanti. Per quanto per lui il tempo non passasse, la sua energia, man mano che avanzava, diminuiva sempre di più, e con lei anche il suo interesse per il mondo, anche le forme fantastiche delle galassie che aveva attorno lo avevano tediato. Dopo diversi miliardi di anni, il fotone arrivò finalmente vicino alla galassia che aveva scorto da lontano. Era una bella galassia a spirale barrata, e lui si accorse che il suo percorso rettilineo passava quasi perpendicolarmente attraverso un braccio della spirale. Quando era nella sua galassia di provenienza non era felice di trovarvisi, si annoiava a morte, ma ora sarebbe stato contento se, almeno per qualche altro milioncino di anni, avrebbe potuto tornare a vedere un cielo stellato, invece che l’immenso vuoto cosmico che fino ad allora lo aveva circondato e che lo aveva fatto sentire solo e sconsolato. In qualche altro milione di anni arrivò al limite della galassia, e vi entrò, con poca felicità per le stelle ma moltissima stanchezza, stanchezza che era ben visibile: dall’inizio della sua vita aveva perso molta della sua energia, e dal magnifico raggio gamma era rimasto un semplice raggio luminoso.
Trascorse qualche altra decina di migliaia di anni, in cui non successe molto. Nonostante pian piano il cielo, con gran gioia del raggio di luce, si era di nuovo riempito di stelle, comunque sul suo percorso non aveva incontrato nessun astro; ogni tanto qualche particella attraversava la sua strada, ma era troppo poco, e rimpiangeva i bei tempi andati in cui, miliardi di anni prima, aveva guardato con sufficienza la stella e la bellissima nebulosa che aveva incontrato nella galassia di origine. Poi però, dopo qualche milione di anni in cui lo scoramento riprese il sopravvento sulla felicità di non essere più nel vuoto cosmico, finalmente il fotone arrivò nei pressi di una stella, meno luminosa di quella da cui veniva ma comunque similissima. Di nuovo, tornò a muoversi nel vento stellare, questa volta in direzione contraria, risalendolo; ma nulla lo poteva fermare, e la stella si avvicinava man mano, causando la commozione del fotone, che per la prima volta dopo miliardi di anni vedeva da vicino un corpo celeste da vicino. Anche questa stella aveva un sistema planetario: vide da lontano un pianeta gassoso, ma che non assomigliava a quello bruttino del suo sistema di provenienza, era invece una sfera grigio-arancio, che sembrava quasi liscia, cerchiata da un elegantissimo anello fatto di piccoli asteroidi. Fu un bello spettacolo, ma nulla in confronto a quello che vide solo poche ore dopo. Avvenne tutto in pochissimo tempo: il nuovo pianeta si avvicinò rapidissimo, e con una gigantesca meraviglia il fotone si accorse che anche sulla sua superficie c’erano dei piccoli esseri, abbastanza diversi da quelli che aveva visto, ere prima, nel suo sistema natale, ma non per questo meno incantevoli. Assomigliava davvero a quel pianeta di tanto tempo indietro, aveva persino un satellite quasi identico (anche se di colore molto più scuro), ma questa volta la situazione era diversa: questa volta, con grande meraviglia ed emozione, il raggio di luce si accorse che la sua traiettoria puntava dritta dritta sulla superficie! Finalmente, dopo lo sconforto e l’orrore di una vita, tutti quei miliardi di anni assumevano un senso, quello di raggiungere il pianeta; e non sapeva come, ma nel cuore una voce gli diceva che, portando a compimento questo scopo, avrebbe aiutato quegli splendidi esseri viventi. In un momento attraverso l’atmosfera, e fu quasi alla superficie; la sua traiettoria finì dentro una specie di rete, in cui entrò, rimbalzò su una superficie e poi ancora su un’altra, di continuo, fino a venir indirizzata verso un’area diversa dalle precedenti. Non sapeva come, ma aveva la certezza che lì avrebbe concluso la sua vita: e mentre i pochi fotoni che erano riusciti ad oltrepassare le particelle d’aria e ancora lo accompagnavano si muovevano in tutte le direzioni lì dentro, lui impattava contro una particella della strana superficie, venendone assorbita. Questa fu la fine del fotone, ma i suoi ultimi istanti furono i più felici della sua vita : ne era valsa la pena, di tutti quei miliardi di anni di solitudine e di tristezza, per vivere solo quei pochi istanti di grandissima gioia lì, alla fine del cosmo.
La lastra fotografica che il tecnico gli aveva appena portato, con impressa la traccia di una galassia remotissima, era ottima, il telescopio Hooker aveva funzionato davvero divinamente, e il cielo di quella notte del tardo 1924 era straordinariamente limpido. Il professor Edwin Hubble la studiò a lungo, e poi, finalmente, si rese conto che era decisamente ciò che gli serviva. Dopo tante prove utili ma non sufficienti, quella era la foto definitiva, che gli consentiva di dimostrare scientificamente che le nebule, quelle nuvole lontane nel cielo, non erano semplici ammassi di stelle della Galassia, ma altri mondi, altre “galassie”, gigantescamente lontane dalla Terra! Era un risultato eccezionale, ed anche se c’era ancora del lavoro da fare, in cuor suo Hubble era felice. Con questa gioia, la mattina, dopo aver esaminato molte altre lastre fotografiche, andò a dormire; e in sogno, vide un unico fotone, che lo ringraziava per le bellissime emozioni che lui col telescopio gli aveva regalato, e che lui con grande emozione replicava, esprimendogli tutta la propria riconoscenza per quel lunghissimo viaggio che aveva fatto fare un balzo da gigante all’umanità.
lunedì 22 novembre 2010
Luna
Dopo un po' che non posto, tra diversi problemi e il fatto che mi sono concentrato sul progetto "La Ricerca nell'Immenso", eccomi di nuovo qui che comunico che il quarto (lunghissimo) capitolo del suddetto, intitolato appunto "Luna", è pronto, e chi lo volesse (immagino nessuno) lo può richiedere nei commenti. A breve comunque avrete novità.
Aggiornamento: il capitolo è disponibile a questo indirizzo
Aggiornamento: il capitolo è disponibile a questo indirizzo
giovedì 23 settembre 2010
Gemini
E' pronto anche il terzo capitolo del mio romanzo, dal titolo "Gemini"... al solito, chi lo vuole lo chieda. Mi sto concentrando solo su questo, perché penso sia una cosa buona, però proverò comunque a scrivere anche qualcosa da pubblicare qui.
Aggiornamento: il capitolo è disponibile a questo indirizzo
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