martedì 19 maggio 2015

"Educazione Siberiana" e lo stile

La mia lettura di questi giorni è "Educazione Siberiana" di Nicolai Lilin, libro del 2009 che all'epoca della sua uscita divenne anche un discreto caso letterario, producendo pure un adattamento cinematografico nel 2013, diretto da Gabriele Salvatores. E' un romanzo molto particolare,che l'autore presenta come autobiografico, parlando della sua vita tra i criminali siberiani; almeno, così il libro è presentato, seppur ci siano diverse voci che affermano che il libro sia pieno di invenzioni e di inessattezze. Su questa controversia oggi non intendo esprimermi (anche perché non ho minimamente le competenze per farlo), come non voglio soffermarmi su quello che è il contenuto del romanzo, o tanto meno approntare la solita recensione. Qui voglio solo puntare il dito su un solo particolare: lo stile di scrittura di Lilin.

La lettura mi ha infatti fatto pensare che l'autore non sia un buon esempio per una persona che partendo da zero voglia approcciarsi alla scrittura, almeno per quanto riguarda il modo di scrivere. In particolare, a farmi storcere il naso è la sua abitudine a lunghissime divagazioni, per raccontare le storie parallele dei personaggi o dei luoghi che di tanto in tanto il protagonista incontra o, più spesso per spiegare particolari della cultura dei criminali siberiani. Per fare un esempio, c'è un certo momento in cui il protagonista, narrato in prima persona, cammina per poi fermarsi a prendere una pianta in fiore: a questo punto si stacca per una lunga narrazione sul motivo per cui va a prendere i fiori e sulla storia del fioraio. Il protagonista poi esce dal negozio  e attraversa un ponte con un nome particolare: stacco sul perché quel ponte ha quella denominazione, e così via. E' uno stile che alla lunga stanca, perché si perde facilmente il filo del discorso, il che non è aiutato certo dalla lunghezza immane dei capitoli (difatti i capitoli migliori sono quelli di poche pagine): il risultato finale appare più un malo tentativo di conciliare la biografia ("auto" o altrui) con un saggio culturale e storico, che un romanzo, il che fa riflettere sul fatto se la storia non fosse più adatta proprio per essere scritta in forma di saggio.

Probabilmente tutto ciò è dovuto alla scarsa familiarità di Lilin con la scrittura (e forse anche dalla volontà di scrivere il tutto direttamente in italiano, lingua  che padroneggia ma in cui sembra ogni tanto un po' goffo): dalla sua biografia peraltro non risulta che si sia cimentato con nulla di scritto prima di esso. Ciò è un'ulteriore conferma di quanto l'esperienza sia importante, per poter imparare a scrivere in maniera scorrevole e catturante. Per carità, poi, io non giudico un libro da un solo particolare come lo stile: a parte questa caratteristica, sto difatti trovando il libro molto interessante, e a dire il vero nemmeno troppo noioso. Tuttavia, credo che se fosse stato scritto in maniera più semplice e senza tutte queste divagazioni, lo avrei già finito; invece, sono ancora circa a metà. E' un fattore che alcuni sottovalutano, ma se volete essere scrittori la giusta via è questa: stare attenti anche a come si scrive, non solo a cosa!

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