domenica 27 giugno 2010

Attraverso le profonde tenebre

Dopo un periodo di "magra", sono finalmente riuscito a scrivere ben 3 racconti, anche se due sono solo delle riscritture di racconti già scritti ma perduti prima ancora di pubblicarli. Il terzo, quest'ultimo, è anche il primo che pubblico, mentre a breve finisco la riscrizione degli altri e pubblico anche loro. Questo comunque è un racconto onirico e in qualche modo sperimentale, enigmatico specie nel finale, ma che spero vi piaccia.

Attraverso le profonde tenebre

Quando mi svegliai, la luce era accecante, così tanto che anche a occhi chiusi mi dava un po’ di fastidio. Dovetti aprirli molto lentamente, man mano che mi abituavo, e dopo qualche minuto riuscii finalmente a tenerli aperti. Mi resi conto allora di essere in un ampia stanza, dalle pareti, soffitto e pavimento compresi, completamente bianchi, e senza la più piccola macchia. Su uno dei lati corti della sala, vi era l’unico oggetto in una stanza altrimenti completamente vuota, un’unica porta a vetri, con appeso un cartello: “giusta via”. Io mi sentivo come svegliato da un sonno di mille anni. Non mi ricordavo cosa c’era prima, o meglio: avevo dei ricordi che esisteva qualcos’altro, al di fuori della stanza, ma non riuscivo a focalizzare alcun ricordo in particolare, come se la mia mente si fosse improvvisamente svuotata del tutto e delle mie memorie non rimaneva, appunto, che il ricordo della loro presenza. Ad ogni modo, non aveva senso rimanere lì, sdraiato sul candido pavimento, così mi alzai e lentamente, sgranchendomi le gambe, che sentivo abbastanza addormentate, mi avviai alla porta. Dal vetro smerigliato, intravedevo dall’altra un’altra stanza, leggermente meno illuminata di quella in cui mi trovavo. Senza pensare a nulla, maneggiai il pomello, quindi attraversai quell’uscio. Fu così che tutto cominciò

Mi trovai in un nuovo ambiente, ancora più largo del precedente, di un colore beige tendente al grigio. Ogni tanto il muro presentava qualche crepa, quasi invisibile, ma nel complesso regnava l’ordine e il grande stanzone sembrava quasi come il precedente. Sul fondo, due porte, mentre alle mie spalle la porta da cui ero entrato sembrava essere scomparsa subito dopo che l’avevo varcata. Non sapendo cosa fare, e senza pensieri, attraversai la stanza fino alla parete su cui si aprivano i due usci. Su uno, il più a sinistra, c’era di nuovo il cartello “giusta via”, ed era come la precedente, di vetro smerigliato; e dall’altra parte si vedeva ancora un ambiente, ancora di poco più buio del precedente. L’altra porta, invece, era di legno, completamente spoglia, un asse con un pomello. Volli comunque prendere la strada che era indicata come giusta, così entrai nella porta a vetri.

La grande camera era praticamente identica alla precedente, sennonché questa era grigia e l’intonaco alle pareti era abbastanza scrostato e con diverse crepe, come usurato dal tempo. Davanti, nella parete opposta a me, vi erano tre porte, e come al solito, spinto in parte da curiosità, e in parte dalla consapevolezza di non poter far null’altro, attraversai l’ambiente fin lì. Una delle tre porte era completamente trasparente, e dall’altra parte si vedeva una luce violetta lampeggiare, e delle ombre strane muoversi, e stranamente mi sentivo attratto da quella visione. La porta centrale era di mogano, semplice e spoglia; la porta a sinistra invece era più chiara, invece, come di noce, e vi era attaccato con un chiodo l’indicazione “giusta via”. Senza alcun dubbio, nonostante la porta a destra mi incuriosisse non poco, mi fiondai in quest’ultimo uscio, con un senso di inquietudine crescente.

Le mura della stanza erano grigio scuro, pieno di fessure e di scritte e disegni osceni che appena intuivo, nella luce del locale, soffusa ma non per questo dolce, solo angosciante. Un'unica luce intensa spiccava in fondo alla stanza, un quadrato di luce immerso nel grigiore generale. Irrequieto per la stanza in cui ero capitato, corsi subito dall’altra parte, turbato da scritte come “la fine è vicina”, oppure “l’unica via è il suicidio” che man mano mi passavano accanto, sulle pareti. Arrivato in fondo, scorsi le 5 porte sulla parete, e la luce proveniva da quella centrale. Dall’altra parte, non si vedeva altro che luce, e la cosa mi confortava non poco: fui quasi indotto ad aprire questa. Tuttavia, delle altre quattro porte, tutte uguali, tutte semplici assi di legno scuro, solo quella più a manca era contrassegnata dal ben noto cartello. Con una strana sensazione di pesantezza nel cuore, ma sentendo comunque di star facendo la cosa giusta, presi la porta di sinistra, e la varcai.

Il buio era totale, ora, e non riuscivo a vedere nulla, nell’oscurità più assoluta. Mi spaventai di quel buio che vedevo, e tentai di tornare indietro, ma invano: la porta era sparita come in ogni posto che avevo visitato precedentemente. Sentivo un odore penetrante e ripugnante, quasi vomitevole, indescrivibile nella sua bruttezza, e l’aria era irrespirabile, visto anche il terribile calore di quella stanza, che all’istante mi rese completamente madido di sudore, dalla testa ai piedi. Presi ad avanzare a tentoni, e più avanzavo più l’inquietudine aumentava. Ogni tanto, sentivo come delle voci lontane che mi sussurravano cose orribili in lingue sconosciute dal suono sgradevole, e ogni volta il mio stomaco si chiudeva e la paura mi coglieva. Ad un tratto, una voce più forte delle altre arrivò alle mie orecchie, e sentii come un leggero tocco, come di qualcosa che mi sfiorava appena il viso. Nel più totale panico, presi a correre alla cieca davanti a me, mentre le voci si intensificavano e sembravano svolazzare attorno a me, sempre più vicine. Corsi senza nemmeno mettere le mani avanti, e così alla fine sbattei la testa contro una parete, e poi non ricordo più nulla (dovevo essere svenuto), fino al mio nuovo risveglio.

Non so quanto ero rimasto lì sdraiato, se un ora, un giorno, o qualche anno, avevo perso a lungo la percezione del tempo; fatto sta che quando tornai cosciente era buio quasi quanto prima. Le voci erano sparite, ma lo stordimento e il disorientamento che seguirono alla ripresa lasciarono presto il posto ad una nuova inquietudine. Mi alzai con fatica, visto che il pavimento sembrava in qualche modo coperto di qualche sostanza appiccicosa e disgustosa, e repressi un mezzo conato di vomito. Le tenebre si erano diradate un minimo, giusto ciò che bastava per vedere una serie di porte nere tutte uguali che si aprivano sulla parete contro la quale avevo sbattuto. Con la paura nel cuore, ma comunque sempre deciso a fare la cosa giusta, presi la porta più a sinistra che ovviamente era contrassegnata dall’ormai ben noto cartello.

Mi ritrovai nella stanza da cui ero entrato nell’ultima. Rinfrancato, andai avanti e ancora una volta presi la via giusta, e ritrovandomi nella sala ancora precedente, più fiducioso, andai avanti sempre per la giusta via. Stanze più scure e rovinate e stanze più chiare e composte si alternavano, ma non finii mai più, con gran sollievo, in una stanza di quelle completamente buie. Tuttavia, man mano che avanzavo, l’euforia di essere uscito dall’incubo del “salone delle tenebre profonde” (come nella mia mente avevo chiamato quel luogo buio e spaventoso che avevo visitato) calava sempre più, e alla fine ero di nuovo irrequieto. Mi sentivo in trappola, come se fossi in un labirinto senza via di uscita.

Continuai a vagare per quelle sale per quelli che sembrarono mesi, senza mangiare, senza dormire, con l’unico desiderio di andarmene da quel luogo che avevo iniziato ad odiare. Quando ormai tutte le speranze mi stavano abbandonando, però, qualcosa finalmente accadde. Attraversai la giusta via, e invece che nella solita stanza grigiastra, mi ritrovai nel locale dove tutto era cominciato. Era molto più piccolo, ora, una specie di corto e stretto corridoio, ma senza dubbio era la stanza da cui ero entrato. Dall’altra parte, la porta a vetri smerigliati mi aspettava, ma di là intravidi qualcosa che mai mi sarei aspettato: giallo chiaro, e azzurro. La visione era meravigliosa, ormai colori come quelli non li vedevo da tantissimo tempo, abituato a quei toni di grigio e di tanto in tanto a qualche colore scurissimo e pallido che proveniva da una delle porte. Alla vista di quei colori vividi, l’emozione mi prese, e commosso mi avviai alla porta. La aprii, e mi trovai fuori. Il sole splendeva alto nel cielo, e illuminava la spiaggia, e il mare era azzurro e blu. Era tutto così bello! E poi compresi… ce l’avevo fatta, e ora davanti a me si stendeva un oceano di vita e d’amore.

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