mercoledì 28 ottobre 2009

Perduta nella Sala del Crepuscolo

Ecco qui il mio nuovo racconto, dedicato stavolta a Sara "Lady Irian", colei che mi corregge, da un po' di tempo, anche gli altri racconti (e lo ha fatto anche con questo). Il racconto è un fantasy a tinte dark, e credo sia il mio racconto più lungo, oltre ad essere uno di quelli migliori, a mio avviso. Il titolo è ovviamente una traduzione di "Lost In The Twilight Hall", uno dei miei brani prediletti dei Blind Guardian. Spero sia comunque di gradimento.

Un ringraziamento a Bompa per la sua consulenza su Halo.

Perduta nella Sala del Crepuscolo

Quella serata era stata molto piacevole per Sara. Prima si era rilassata suonando il suo amato basso, improvvisando per circa mezz’ora. Successivamente, si era messa al computer a gironzolare per internet, sostenendo una gradevolissima conversazione in chat col suo amico Mattia, che, tra le altre cose, le aveva detto che avrebbe compiuto un gesto carino nei confronti dell’amica: aveva deciso di scrivere un racconto breve con lei come protagonista, cosa che aveva già fatto con molti dei suoi amici più stretti. Un racconto! La ragazza ne era davvero felice, sarebbe stata un’eroina di una storia, e la cosa la rendeva euforica ma anche un pochino ansiosa. Alla fine della chiacchierata era arrivato Marco, un altro suo grandissimo amico, che le aveva proposto di giocare assieme ad Halo on-line, sulla sua Xbox360. Da grande amante di quel videogioco lei aveva accettato, entusiasta, e nonostante la giornata fosse stata stancante e lei avesse abbastanza voglia di riposare, era entrata nel videogioco. Come diceva sempre il suo amico, la sua bravura era nella media, ma visto che giocava con esperti come era lui, non riusciva ad ottenere grandi risultati; ed infatti quella sera era arrivata quasi sempre ultima. Poco male, comunque, si era divertita moltissimo lo stesso, e del resto l’importante era proprio quello. Aveva parlato con i suoi amici virtuali, aveva fatto un numero di kill abbastanza buono rispetto al solito, e stava passando davvero una buonissima serata.

Erano quasi due ore che giocava senza sosta, e visto che aveva un po’ di sonno e le palpebre cominciavano a diventare pesanti decise di andare un momento in bagno a rinfrescarsi il viso. Entrò, e cominciò a sciacquarsi la faccia; ad un certo punto però, colse qualcosa di strano con la coda dell’occhio. Si tirò su di scatto dal lavello, ma non vide altro che la propria immagine riflessa nello specchio del bagno. Tuttavia qualcosa le sembrava diverso lo stesso: la sua immagine riflessa era luminosa, troppo luminosa per la fioca luce del bagno, sembrava quasi finta per quanto era illuminata,quasi come se lo stesso specchio stesse emettendo luce. Con la sua solita perspicacia, capì che qualcosa non andava, così si avvicinò alla superficie riflettente. Vista da vicino, sembrava ancora più bislacca, così Sara, incuriosita, avvicinò un dito e la toccò delicatamente, ritraendosi subito dopo subito. Con grande sorpresa, dal punto toccato si irradiarono delle piccole oscillazioni concentriche, come quelle che si formano gettando un sasso in acqua, che si estesero a tutto lo specchio, fino a scomparire oltre il bordo. La cosa era strana, ed allarmante per certi versi, ma la ragazza si sentiva stranamente euforica; non sapeva perché, ma quello stranissimo oggetto non le suscitava alcun timore, l’unica cosa che provava era curiosità. Si riavvicinò e provò a inserire tutta la mano nello specchio. Era una sensazione stranissima, sentiva come se la sua mano fosse asciutta e bagnata allo stesso tempo, oltre a provare un curioso sentore di tiepido. Vide che la superficie era di nuovo agitata, continuamente si generavano piccole onde dal suo avambraccio fermo; poi, senza alcun preavviso, l’arto le fu strattonato molto energicamente, al punto di farle male, da una forza misteriosa, e la ragazza venne trascinata all’interno dello specchio.

Si ritrovò, chissà come, in un immenso ambiente di cui non si vedevano le pareti, tanto sembrava largo, e certo il buio che in quel luogo dominava quasi incontrastato non aiutava. In mezzo, a intervalli regolari, vi erano file interminabili di gigantesche colonne di marmo completamente lisce, tanto grandi che sarebbero servite diverse persone per abbracciarne una, che si innalzavano fino ad un soffitto che la semioscurità mascherava dietro una cappa nera impenetrabile. Dopo un attimo di stordita contemplazione, Sara si girò, e vide che dello specchio da cui era entrata non c’era traccia, era completamente sparito. Dalla posizione accucciata in cui si era ritrovata, si rialzò, e un brivido le percorse la schiena: il tiepido che aveva provato aveva lasciato spazio ad un freddo non troppo intenso, ma che riusciva comunque a scuoterla leggermente e a farle battere i denti. I suoi occhi si stavano però abituando al buio, e dopo qualche minuto di incertezza decise di muoversi; là vicino, intravide che a terra c’era una specie di telo, o una grossa bandiera. Si avvicinò, lo raccolse, e al fioco riverbero presente lì, una luce gelida che nulla aveva di naturale, poté leggere chiaramente le parole ricamate su quel vessillo: “Sala del Crepuscolo”. Al momento, però, la sua principale volontà era quella di scaldarsi, e la curiosità che aveva avuto in precedenza era sparita, così si avvolse nel panno come in una coperta e si avviò a passo lento, cercando una via di uscita da quelle oscure aule.

Il senso del tempo lì sembrava non sussistere, così lei continuò a camminare, e ad avanzare, prima ottimista poi con una crescente disperazione. Sentiva che i minuti diventavano ore, che le ore diventavano giorni, e che i giorni diventano settimane, e nonostante il suo corpo non avvertisse nulla, nemmeno un accenno di fame e di stanchezza era perfettamente consapevole del passare inesorabile del tempo, in una maniera che mai aveva sperimentato prima. Avanzava e avanzava, ma non sembrava muoversi, la sala era sempre uguale, le stesse enormi colonne e la stessa luce soffusa, e non se ne vedeva mai la fine. Era consapevole di un intero mese passato lì dentro quando, finalmente, decise di fermarsi. Non sentiva ancora la benché minima traccia di fatica fisica, solo non aveva più voglia di avanzare nell’ignoto e nel buio, aveva perso la speranza di trovare un’uscita. E fu proprio allora, che notò, in fondo alla sala, un debole bagliore, come un aurea di luminosità diffusa; poi da dietro la fila di colonne che le occupavano la vista spuntò un piccolo lumicino, che si spostava lento attraversando trasversalmente la sala. Sara si tirò su di scatto e cominciò a correre più veloce che poteva verso la luce, speranzosa di aver trovato finalmente la via d’uscita. Volò come con le ali ai piedi, senza nemmeno accorgersi che la luce si era fermata, e poi ancora, finché con sua grande sorpresa non si trovò a fronteggiare un uomo. Dimostrava circa quaranta anni, era alto, con dei lunghi capelli neri che gli arrivavano fino a sotto il collo e la faccia pulita e ben rasata; indossava una lunga tunica a coprire il corpo, e nella sua mano destra fiammeggiava una torcia. Sulla faccia, aveva dipinta un’espressione di sano stupore, come se non avesse mai visto una ragazza in vita sua. A lei però non importava, era troppo rinfrancata, così salutò l’uomo e gli chiese cosa fosse quel luogo, ed egli rispose dicendo semplicemente di seguirlo, in una lingua che mai lei aveva sentito ma che, misteriosamente, riusciva a comprendere e, con sua grande sorpresa, pure a parlare inconsapevolmente.
Camminarono lentamente fianco a fianco per qualche minuto, prima che l’uomo decidesse di aprire bocca. Però dopo fu molto loquace: le disse che si chiamava Akhet, e che era l’ultima persona rimasta nella Sala del Crepuscolo da moltissimo tempo. Quando la ragazza gli chiese informazioni su quel luogo, apprese con meraviglia che era antichissimo, almeno cinquemila anni, ma probabilmente molto di più. Il racconto di quel personaggio si rivelò tanto bello e interessante quanto inverosimile: la Sala era, nelle sue evocative parole, un mondo parallelo a quello “normale”, al quale solo gli uomini potevano accedere. Le regole che vigevano lì erano molto diverse da quelle che comunemente gli esseri umani sperimentavano: la Sala era di dimensione infinita, ma si poteva, almeno anticamente, arrivare nel punto che si voleva semplicemente desiderandolo. Anche le persone erano diverse, là dentro: non c’erano morte, ne sofferenza, non si aveva bisogno di mangiare ne di dormire, si era come esseri di puro spirito, e il corpo era solo una specie di accessorio. Ogni anima, inoltre, poteva imparare ad espandersi e a generare ciò che voleva, in quei luoghi la magia era realtà, e lui si dimostrò orgoglioso quando la giovane, sbalordita, lo etichettò come “stregone”. Poi continuò, raccontando la storia della Sala: un tempo era un luogo bellissimo, illuminato sempre di azzurro tenue e non troppo intenso di giorno (a questa luce doveva il riferimento al crepuscolo nel suo nome), con la volta che imitava il cielo, con tanto di nuvole; e la notte il buio non dominava, si potevano vedere stelle nemmeno immaginabili sulla Terra, e senza alcun telescopio ne astronave si potevano vedere i pianeti intorno ad esse, viaggiando attraverso lo spazio con la mente. Certo, tutto ciò non era aperto a tutti, e solo i più saggi tra gli uomini potevano accedervi. Si entrava attraverso uno specchio magico che appariva ai meritevoli, dopodichè, una volta entrati, non si poteva più uscire; poco male, comunque, visto che quel luogo era una specie di paradiso dove ognuno poteva avere ciò che desiderava, ciò che voleva, ciò che amava, poteva perfino ricreare, attraverso un incantesimo, le persone che aveva lasciato nel mondo reale. Ad un certo punto, però, era successo qualcosa di strano e di terribile: i Saggi cominciarono, prima raramente poi sempre con più frequenza, a impazzire e morire uno dietro l’altro misteriosamente. Lo specchio di entrata, che prima appariva tanto spesso non si fece più sentire (l’annuncio dell’arrivo di un nuovo Saggio faceva con molto rumore, per far si che tutti gli altri potessero dare il benvenuto) ne vedere, e la popolazione della Sala diminuiva sempre più: e a questo si accompagnava un progressivo oscuramento, che alla fine condusse a quella oscurità quasi completa, senza differenze tra giorno e notte, insieme ad una sensazione di freddo che, in circostanze normali, mai nella sala era stata avvertita. Akhet ormai era l’ultimo rimasto, nonché l’unico ad aver capito cosa stava succedendo: qualcosa di terribile, che lui chiamava “Il Male Supremo”, stava pervadendo la sala; quel qualcosa prendeva la Sala e ogni cosa fosse ferma, ma bastava essere sempre in movimento, camminare sempre, per non farsi trovare da esso. Erano ormai passati 4000 anni da quando lo stregone era rimasto da solo, e non si era quasi mai fermato. Alle preoccupazioni di Sara, che sapeva quanto la solitudine prolungata faceva male, psicologicamente parlando (per quattromila anni, poi!), l’uomo rispose che non doveva temere, che la magia funzionava ancora, là dentro, e che quindi riusciva ancora a creare degli amici immaginari, anche se ultimamente stava da solo molto più spesso, a pensare.

Continuarono a parlare per giorni interi, senza mai fermarsi e senza sentirne il bisogno. Akhet era ignorante, non aveva avuto nessun contatto col mondo nei quattro millenni precedenti, così Sara dovette raccontargli un mucchio di cose. Poi accadde qualcosa di inaspettato, e per certi versi meraviglioso: la ragazza notò uno chiarore in fondo alla Sala. Dopo pochissimo, una luce azzurra pervase per tutto l’ambiente, mentre i due erano costretti a coprirsi la faccia visto tutto quel tempo passato nelle tenebre. Appena si abituò alla luminosità, la ragazza si guardò attorno, ammirata per tanta bellezza: le colonne, con le loro decorazioni invisibili al buio, la volta di un azzurro etereo, l’orizzonte che sembrava tanto vicino da poterlo toccare con una mano. Era una cosa bellissima, ma voltandosi verso l’uomo, vide che era terrorizzato, al limite del panico. Gli chiese cosa avesse e lui, stringatissimo, rispose che non aveva notato, alla luce della torcia, che lei avesse i capelli rossi. Allora, tremando di paura, le raccontò che ogni Saggio impazzito, prima di morire, aveva urlato la stessa inquietante profezia: “Quando la ragazza con la testa di fuoco sarà giunta, Allora l’oscurità diffusa si concentrerà Il mago immortale morrà, trafitto da una punta E per la Sala del Crepuscolo la fine sarà” Fino a quel momento nessuno, nemmeno lui era riuscito ad interpretare questa previsione, che sembrava più una farneticazione senza senso di una persona in preda alla pazzia. Ma ora, improvvisamente, lui aveva afferrato tutto. Aveva capito la metafora sulla “testa di fuoco” per indicare i capelli rossi, e riusciva a comprendere anche, avendone studiato i segreti, come il Male Supremo potesse concentrarsi in un punto, andando a formare un essere di pura malvagità. Sara vide il suo volto contrarsi in un’espressione di cattiveria, e seppe in quel momento che, per preservare se stesso e la Sala , il mago aveva intenzione di ucciderla, in modo da evitare che la profezia si compiesse. Tutto successe in un attimo: Akhet alzò la mano in aria per lanciarle un incantesimo, poi qualcosa gli volò addosso velocissimo, trascinandolo fuori dal campo visivo della giovane. Allora ella aggirò alcune colonne, e poté ammirare il terrificante spettacolo, l’uomo tentò per un attimo di divincolarsi prima di accasciarsi senza vita, mentre il suo petto era trapassato dal gigantesco artiglio di una creatura enorme, nera come la notte e con gigantesche ali da pipistrello. Per un momento, i suoi occhi fissarono intensamente le fessure rosse e luminose che aveva il mostro; poi il panico si impadronì di lei, che incominciò a fuggire, terrorizzata. Corse cambiando direzione molto spesso, ma sentiva sempre la presenza costante di quell’entità maligna alle spalle. Continuò a fuggire, poi, svoltando per l’ennesima volta, si trovò poco distante da quello che aveva tutta l’apparenza di essere lo specchio da cui era entrata. Filò in quella direzione, e riuscì a tuffarsi dentro la superficie argentata e liquida, esattamente un attimo prima che una grossa fiammata la cogliesse in pieno, facendola esplodere in mille schegge di vetro.

Sofferenza! Era una sensazione che non sentiva da tempo, ma tuttavia non era piacevole, il dolore che sentiva al braccio. Tentò di aprire gli occhi, ma era tutto così bianco e luminoso e fu costretta a richiuderli; dopo poco arrivò una figura, e mettendola a fuoco Sara riconobbe sua sorella, con cui abitava, che con un espressione tra il sollevato e il felice le sorrideva. Faticosamente si tirò a sedere, e realizzò che si trovava in un ospedale. Dopo che l’ovvio stordimento le fu passato, la sorella le raccontò che aveva perso conoscenza in bagno, e che i medici le avevano diagnosticato una malattia che dava allucinazioni e svenimenti, ma che era perfettamente curabile in poco tempo e senza pericolo di ricadute; perciò sarebbe dovuta restare in ospedale solo finché l’omero, che si era rotta nella caduta, non fosse almeno un po’ guarito. Dopo pochi giorni, poté tornare a casa, e lì scoprì che era stato necessario sostituire lo specchio del bagno, che lei aveva mandato in frantumi; eppure non aveva riportato nessuna ferita, nemmeno il più piccolo graffietto, e la cosa era davvero strana. Che quella esperienza fosse stata autentica? Non lo avrebbe saputo mai, ma nonostante ciò non dimenticò mai il viaggio attraverso l’oscurità, il mago e il tenebroso dragone che aveva visto, o solo sognato, all’interno della Sala del Crepuscolo.

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