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giovedì 23 gennaio 2020

Ultimi pensieri

Come ho detto nello scorso post, mi piacerebbe impostare la nuova stagione di Hand of Doom all'insegna della leggerezza. Questo però non vuol dire che mancheranno post più seri o riflessivi: ogni tanto invece ne posterò ancora. Ed è il proprio il caso di questo racconto, che è sì fulminante come quelli che ho postato in passato, ma non altrettanto scherzoso.

Tra l'altro, era quasi un anno che non ne postavo uno su Hand of Doom. Dopotutto, non è un tipo di contenuto molto apprezzato, visto che attira molte meno visualizzazioni e commenti rispetto ai post normali. Ma visto che io sono qui non solo per farmi leggere, ma anche (e soprattutto) per avere un mio spazio espressivo, dove fare ciò che voglio, ho deciso da quest'anno di postarne qualcuno in più.

giovedì 7 marzo 2019

Una crisi politica agrodolce

Come sai se mi segui da un po', su Hand of Doom non parlo mai di politica. E, nonostante il titolo, non ho intenzione di farlo nemmeno stavolta - o almeno, non in maniera diretta. Anche perché questo mio nuovo racconto, che ho scritto di getto domenica scorsa, non vuole criticare nessun uomo politico.

Un po' satirico lo è, questo è vero, ma il suo bersaglio non è la politica in senso stretto, quanto piuttosto il popolo italiano. Un popolo che, fondamentalmente, vota male ed è capace solo di protestare per problemi di poco conto, mentre quelli reali, gravi non gli interessano affatto. Ed è per questo che sono abbastanza convinto che il mio racconto non sia del tutto irrealistico e anzi più che plausibile. In ogni caso, sarai tu a dovermelo dire: come sempre, buona lettura!

giovedì 17 gennaio 2019

L'impresa

Sei nel pieno delle vacanze natalizie, sei a casa della famiglia della tua compagna/moglie e c'è una mezz'ora vuota prima di pranzo o di cena: tu come la riempiresti? Immagino che potresti avere diverse risposte a questa domanda; tuttavia, ho dei dubbi che la tua risposta sarebbe mai "scriverei un racconto". Ebbene, è proprio quello che ho fatto io!

Questo è uno dei miei racconti brevi e fulminanti, di quelli che ritengo adatti alla pubblicazione su un blog: del resto, è anche più corto di un post medio - sì, anche uno di quelli del giovedì. L'ho scritto, appunto, a casa di Monica aspettando una cena, ispirato da uno spunto che mi ha dato proprio la famiglia di mia moglie - ma non dico di più. Forse è un po' stupido, ma non mi importa: buona lettura!

giovedì 13 settembre 2018

Furto d'auto

Quello che leggi è il post numero seicento di Hand of Doom. Forse non è un risultato molto significativo, ma a me le cifre tonde sono sempre piaciute: ecco perché ho deciso di festeggiare questo piccolo evento. E quale modo migliore di farlo, se non con un bel racconto?

Questo l'ho scritto ad agosto, mentre facevo la fila dal medico (sì, il mio medico ha dei tempi abissali, sono riuscito a cominciarlo e a finirlo mentre aspettavo lì). È uno dei miei racconti brevi, surreali e fulminanti: in questo caso, ironizza sul fatto che molti scrittori alle prime armi non abbiano la più pallida idea su come far parlare i propri personaggi.

giovedì 3 maggio 2018

Una luce nel buio

Era un bel po' di tempo che non postavo un racconto qui sul blog: per la precisione, sono sette mesi esatti, visto che l'ultimo "Ucronia improbabile" vedeva la luce proprio il 3 ottobre dello scorso anno. Nel frattempo, mi sono successe tantissime cose, specie a livello personale - come sai se non leggi Hand of Doom da ieri. E così, ho cambiato mentalità anche sui racconti: analizzando la situazione in maniera razionale, sono arrivato a concludere che abbia poco senso postarli su un blog, visto che nella maggior parte dei casi i lettori non hanno il tempo e la voglia per leggerli.

In apparenza però questo non vale però per quelli brevissimi, di poche centinaia di parole: se sono brevi e fulminanti, sembrano adatti per questa epoca che fa della velocità e della frenesia la propria bandiera. Ed è così che, dopo qualche titubanza, ho deciso di tornare a postarne uno, proprio breve e sferzante.

martedì 3 ottobre 2017

Ucronia improbabile

Come ho già detto in passato, anche se molti lo ignorano la fantascienza è probabilmente il genere più politico e di protesta di tutti, almeno in certe sue branche. Seppur di solito con le mie storie io esplori i lati più oscuri del comportamento umano, capita anche a me di scrivere qualche racconto più orientato "sul sociale". Come in questo caso.

Ho scritto "Ucronia improbabile" proprio come grido di protesta contro quello che è il mondo oggi e le sue assurdità. Mi è venuto fuori un racconto molto breve - una sola pagina, si legge in un minuto - ma in cui ho cercato di condensare molti significati, agganciandomi proprio al genere ucronico (se non hai idea di cosa sia, ti rimando a Wikpedia). Ci sarò riuscito? Dimmelo tu: puoi leggerlo come al solito su Penne Matte, a questo indirizzo. Buona lettura!

venerdì 19 maggio 2017

Death metal svedese

So cosa state pensando in questo momento, specie se siete lettori da qualche tempo: ma per quale motivo scrivere un articolo sul death metal su Hand of Doom? Non ha un sito metal per postare queste cose? Certo che ce l'ho. Ma quello di oggi non un articolo sul death metal, e anche chi non lo conosce può leggerlo senza problemi.

"Death metal svedese" è infatti di un breve racconto spiritoso che ho scritto di getto qualche giorno fa. Giusto il tempo di revisionarlo, e così eccolo qui: potete trovarlo a questo indirizzo, sul solito social network Penne Matte. Si tratta di un raccontino che prende il giro certe abitudini di alcuni scrittori, specie di quelli alle prime armi, e spero vi faccia fare qualche risata. Detto questo, al solito non mi resta che augurarvi: buona lettura!

martedì 11 aprile 2017

Perché non ti butti giù?

A parte queste ultime settimane, in cui ho avuto grossi problemi da affrontare, nell'ultimo periodo posso dirmi soddisfatto dal punto di vista della scrittura. Negli ultimi mesi ho infatti completato molti racconti, anche se la maggior parte non li ho pubblicati, né qui né su qualche altra piattaforma. Più che altro invece ho spedito questi testi in giro per partecipare a concorsi o alla selezione di riviste.

Proprio in quest'ultimo caso ricade il racconto di oggi. L'ho scritto per una rivista online ma non è stato selezionato - del resto, non si può sempre vincere, capita di essere scartati. Ho deciso allora di proporvelo: visto però che è un racconto a cui tengo, che è un po' atipico per me e che parla di una tematica scottante come il bullismo, pensavo comunque che potesse essere di vostro gradimento. Non mi resta quindi che augurarvi: buona lettura!

venerdì 10 marzo 2017

Il ragno

Fino a qualche minuto fa (mentre comincio sono già le ventuno e dieci), non avevo uno straccio di post da proporre per questo blog. Il motivo è semplice: fino a ieri sono stato fermo per una bella influenza, e ho passato intere giornate sdraiato e al caldo. Di sicuro, l'ultimo mio pensiero era il blog, per cui non scrivo niente da quasi una settimana - e per fortuna che il post di martedì era già completo, quando ho cominciato a stare male.

Nelle mie intenzioni, perciò, stasera ci sarebbe stato un buco, e Hand of Doom sarebbe stato aggiornato di nuovo martedì prossimo. Poi però mi è venuta un'altra idea. In fondo qualcosa da pubblicare ce l'ho: un bel racconto, già rivisto e pronto per essere letto.

venerdì 2 dicembre 2016

Viale della vittoria

Vi ricordate del concorso #noiumani, di cui vi avevo parlato, qualche mese fa? Come avevo già detto allora la mia ferma intenzione era quella di partecipare, nonostante i dubbi che avevo. All'epoca il racconto con cui intendo partecipare era già pronto: me la sono presa con gran calma ma alla fine l'ho completato, con ben un mese di anticipo sulla scadenza del concorso.

"E a noi che ce ne frega?" direte voi a questo punto (anche se io spero che un pochino vi importi). Se fosse un concorso normale, effettivamente potreste leggere il mio racconto solo se venisse scelto, o se lo pubblicassi dopo aver visto i risultati del concorso. Come vi ho già detto l'altra volta, però, #noiumani è un contest molto particolare: tutti i racconti pubblicati sono in chiaro, leggibili da chiunque. Ovviamente, il mio non fa eccezione: si intitola Viale della vittoria e potete leggerlo a questo indirizzo.

venerdì 23 settembre 2016

Ventidue settembre

Come probabilmente avrete saputo, ieri, ventidue settembre, era il Fertility Day, controversa iniziativa del Ministero della Sanità. Di solito qui su Hand of Doom non parlo di questioni come questa, ma per stavolta farò un'eccezione: trovo l'iniziativa sbagliata non solo a livello comunicativo - che comunque è stato disastroso - ma anche alla radice, nei concetti. Per farla breve, penso che fare un figlio per sostenere il welfare, per far crescere l'Italia, per non perdere il treno giusto o per gli altri motivi indicati dagli organizzatori sia atroce. Specie in un mondo drammaticamente sovrappopolato come il nostro.

Tuttavia, vista la natura controversa della questione, probabilmente non avrei mai scritto un post sull'argomento, se non fosse che Monica mi ha fatto una richiesta: scrivere una storia ambientata in un futuro distopico in cui i concetti espressi nei testi di supporto all'iniziativa sono estremizzati. L'idea mi è piaciuta subito: nel giro di un paio di giorni ho scritto un racconto di tremilaseicento parole, che poi è stato editato e preparato in tempo di record.

martedì 19 aprile 2016

Un messaggio inaspettato

Ultimamente, ho avuto un po' di tempo per riprendere il mio romanzo, fermo per qualche settimana lo scorso mese, un po' come tutto il resto. Rimettendomi a scrivere, però, mi sono accorto di un fatto allarmante: dopo aver perso l'abitudine di farlo, scrivere era diventato meno naturale. Era come se, in qualche modo, mi fossi un po' arrugginito. Niente di preoccupante, per carità: dopo un po', ho ripreso tranquillamente a farlo con più tranquillità. Tuttavia non è stato piacevole: per questo, ho deciso di prendere provvedimenti. Scrivere più spesso, quindi, anche in piccoli ritagli di tempo, ma non solo: ho sentito la necessità di variare un po', pur rimanendo sempre nell'ambito della narrativa. Negli scorsi mesi, infatti, non ho scritto racconti: un po' per mancanza di ispirazione, un po' perché non hanno un grande successo, se pubblicati qui. A dispetto di questo, però, ho preso la decisione di riattivarmi e di ricominciare a farlo.

Non avevo un piano particolare, in realtà: pensavo di riprendere coi racconti col tempo, quando avrei avuto voglia e ispirazione. Di sicuro non pensavo di farlo la scorsa settimana, in cui tra impegni e anche il mio precario stato di salute ho dovuto saltare persino il post del venerdì. Eppure, nella mattina di sabato mi è venuta un'idea che ho trovato affascinante: e se il primo messaggio di una civiltà extaterrestre che capteremo non fosse quello che ci aspettiamo? Sono partito da qui per sviluppare un racconto di quelli fulminanti: ho cominciato a scrivere e in meno di mezz'ora sono riuscito a completarlo. Qualche giorno di revisione, ed eccolo qui, tutto per voi. Buona lettura!

martedì 19 gennaio 2016

Banalità al quadrato

È da parecchio tempo, precisamente da metà settembre, che non postavo un racconto su Hand of Doom. Non che io abbia smesso di scrivere storie: semplicemente, tra quelle accantonate e quelle troppo lunghe per un blog, su queste pagine non è più arrivato nulla, almeno fino a ora. Qualche settimana fa, mi è venuta un'idea per un racconto adatto, e così l'ho buttata giù di getto, in un un'unica stesura durata pochi minuti. Da allora l'ho rivisto più volte, come al mio solito; tuttavia, nonostante le tante letture, ancora non sono ancora sicuro se sia un colpo di genio o una schifezza immonda (no, non mi piace l'idea che possa essere una via di mezzo!). Ovviamente, il giudizio definitivo su questo dilemma spetta a voi: buona lettura, dunque!

martedì 15 settembre 2015

Cuore di spazzatura

Nella scrittura, ci sono due scuole di pensiero: c'è chi dice che bisognerebbe sempre mettere nelle proprie storie un po' della propria vita, e chi sostiene invece che le storie che partono dalla realtà siano noiose. Appartenendo decisamente alla prima, ho scritto spesso racconti ispirati a storie che mi sono realmente accadute o a fatti che mi hanno colpito: quello di oggi, il primo dalla pausa estiva, non fa certo eccezione. In buona parte, quelle che potrete leggere qui sotto sono fatti reali, esagerati quel tanto che basta per dare più pathos ma non abbastanza da diventare irrealistico (almeno spero); senza spoiler, sappiate che la "storia del pasticcere" mi è successa davvero, per quanto assurda. Ci ho messo anche alcune idee personali nel mezzo, anche se in maniera molto vaga: come in altri casi, voglio che ognuno si faccia la sua idea leggendo il racconto. Detto questo, non mi resta altro che da augurarvi buona lettura e di invitarvi, se vi va, a lasciare un commentino qui sotto con le vostre opinioni!

martedì 14 luglio 2015

Barriera

Sto riflettendo molto, nelle ultime settimane, a come sia facile creare fraintendimenti quando si comunica, e in special modo quando lo si fa a distanza, per esempio nel web. E' proprio sulla base di questi pensieri che qualche giorno fa mi è venuta in mente una possibile storia sul tema: l'ho buttata giù quasi di getto e il risultato è il racconto breve che vedete qui sotto, il primo dopo qualche mese di pausa. E' uno dei miei tipici racconti di fantascienza, di quelli rapidissimi e fulminanti; detto questo, vi invito a leggerlo (e magari anche a dirmi la vostra opinione nei commenti), con la speranza che vi piaccia!

martedì 12 maggio 2015

Macchia

Dopo la settimana del primo maggio e relativo weekend, pensavo davvero che sarei riuscito ad avere un po' più di tempo libero da dedicare ai miei progetti. Già, pensavo. La settimana scorsa è stata ancor più piena e occupata delle solite, purtroppo, perciò davvero non ce l'ho fatta a buttar giù nemmeno due righe in croce. Stavolta però non mi andava di far saltare ancora una volta il post del martedì: ecco quindi che ho deciso di postare il racconto di cui parlavo nell'incipit del precedente L'amore ai tempi di Amazon, da me accantonato perché non mi convinceva. Leggendolo, capirete anche il perché: è infatti un racconto che contiene idee abbastanza "impopolari", almeno tra un certo tipo di persone, che poi sono tra l'altro le mie idee sull'argomento. Spero vi piaccia lo stesso.

Macchia

La sua vita era stata una pacchia sin da quando si ricordasse. I suoi giorni trascorrevano lenti e tranquilli, con due pasti abbondanti al giorno e tanto riposo nel mezzo. Forse c’era un po’ di noia, ma per lui non era un problema: amava ogni più piccolo angoletto di quella sua vita. Gli piaceva scorrazzare nel suo rifugio, amava i pochi contatti che gli erano concessi coi suoi simili, ma soprattutto gli piacevano quei giganti, che gli portavano il cibo, lo pulivano e lo coccolavano, esseri quasi divini che splendevano di un bianco acceso. “Macchia” lo chiamavano loro, anche se per lui questa parola non aveva alcun significato: il suo suono però lo rassicurava e lo faceva sentire bene, ogni volta che veniva pronunciato. L’unica cosa che invece lo metteva un pochino in agitazione erano gli sproloqui del più anziano dei suoi simili, quello che chiamavano “Neve”. Quando erano tutti insieme, come un ossesso quel vecchio acido non faceva altro che raccontare strane storie: al di fuori di quel luogo di piacere e di gioia, diceva Neve, c’era invece un mondo crudele, in cui i pericoli erano dietro l’angolo e la vita appesa ad un filo. Neve raccontava poi che tutti i loro antenati provenivano proprio da quel mondo, e che il loro gruppo per qualche motivo era stato eletto dai giganti divini, che li avevano condotti in quel paradiso. Seppur quelle storie emotivamente lo turbassero, Macchia non riusciva nemmeno ad immaginarsi una cosa del genere, e come tutti gli altri tendeva a considerare Neve uno con troppa fantasia e qualche rotella fuori posto; venne però un giorno in cui sbatté il muso contro il fatto che si era sbagliato, e di grosso…

«Ecco, io proprio non capisco, Tony: come fai a continuare a mangiare il formaggio senza sentirti in colpa?» disse Stefano, alzando la voce.
«Ste’, ma che te ne importa?»
«Mi importa, eccome! Lo sai come le tengono le mucche, negli stabilimenti per il latte? Segregate in spazi strettissimi, lì ferme senza mai far vedere loro la luce del Sole. Non ti disturba, questo?»
«Ma…» cominciò Antonio
«Nessun ma! Non c’è nemmeno un  motivo valido per mangiare formaggio, visto che puoi assorbire gli stessi elementi nutritivi dalle verdure. Eppure lo dovresti sapere meglio di me, che l’essere umano è l’unico animale che beve latte anche da adulto: non crederai alla balla degli specisti secondo cui questo è un fatto naturale, vero?»
«Io non lo so davvero, se sia una balla o meno. Insomma, io non mangio più carne animale, ma non credo proprio che mangiare il formaggio sia sbagliato.»
«Non ami forse gli animali quanto noi? Perché se vuoi puoi anche rimanere in macchina, mentre noi andiamo.»
«Lo sai che li amo quanto te. Semplicemente, abbiamo qualche idea diversa, non puoi essere un po’ tollerante?»
«Le idee dannose non sono accettabili, quindi nessuna tolleranza, mi dispiace.»
«Se avete finito di bisticciare come bambini voi due lì dietro, saremmo praticamente arrivati» fece con irritazione Giuseppe dalla parte anteriore dell’auto, mentre cominciava a rallentare.
«Siete pronti?» chiese Mario dal sedile del passeggero, per poi riprendere, una volta che tutti ebbero assentito:
«Ok, allora mettete i passamontagna. Entriamo.»
I quattro uomini scesero dalla vettura ed a passo veloce si diressero verso il cancello, bloccato da un semplice catenaccio, che cedette subito alle tronchesi di Mario. Il gruppetto camminò quindi come stabilito verso la porta più vicina dello stabile che sorgeva in mezzo al cortile, accanto a cui era affissa la targa “Istituto di ricerca medica “L. Pasteur”. In breve riuscirono a forzare anche quella, e furono dentro al laboratorio. A quel punto i quattro si divisero per cercare gli animali: Stefano si diresse verso il corridoio che si apriva a sinistra, ed in breve ebbe successo.
«Li ho trovati» urlò, facendo accorrere gli altri. Si ritrovarono in una stanza la cui parete di fondo era del tutto ricoperta da gabbiette, dove placidamente un gran numero di topi bianchi si muovevano confusi.
«Poveracci, cosa vi hanno fatto? Non vi preoccupate, però, ora vi liberiamo tutti» disse Stefano, cominciando ad armeggiare sulla cerniera che teneva chiusa la gabbia più vicina. I suoi compagni si unirono a lui, e rapidamente riuscirono ad aprire le gabbiette, facendo sciamare i roditori al di fuori.
«Hai visto questo? Ha una macchia a forma di stella sulla testa, che carino!» disse Antonio, spalancando una delle ultime gabbie
«Più che carino direi che è un martire! Chissà cosa gli hanno fatto quei bastardi per fargli avere quella macchia, avrà subito chissà quali torture. Ma ora è libero. Siete tutti liberi!» disse, proprio mentre Mario spalancava l’ultima gabbia.

Macchia si sentiva spaesato e terrorizzato, la testa gli girava come mai gli era successo prima. Era stato svegliato all’improvviso nella notte da una confusione di luci e di suoni, che lo avevano agitato moltissimo; poi il suo rifugio era stato aperto da un gigante che non conosceva. C’era qualcosa di pauroso in lui: era scuro e non aveva la solita aura luminosa, ma era la voce alta che usava a spaventare maggiormente Macchia. Il gigante lo aveva preso e poi lo aveva lasciato andare, e seguendo istinto lui aveva seguito i suoi compagni, correndo fuori dal suo ambiente. Si era presto ritrovato da solo in un luogo con pochissima luce e con una temperatura fredda come non ne aveva mai sentite, ed aveva così compreso mestamente che Neve non era un folle. Aveva continuato a muoversi in preda all’angoscia per moltissimo tempo, ed ora si sentiva stanco e rassegnato: non gli sembrava di arrivare da nessuna parte e non sapeva come tornare indietro. Forse avrebbe fatto bene a rimanere poco lontano dal suo ambiente e a tornarci, ma in quei momenti di panico non ci aveva pensato, l’unica sua preoccupazione era fuggire il più lontano possibile da lì. Ed ora si trovava lì, sperduto in mezzo al nulla, con il freddo e l’ansia che lo facevano tremare. Continuò pian piano ad avanzare, finché ad un tratto non avvertì un odore. Non ne aveva mai sentito uno del genere, ma era dolce e molto buono: il nervosismo si trasformò all’istante in appetito, così decise subito di seguire la traccia olfattiva. Si avventurò in campo aperto e poi si ritrovò a dover percorrere delle strette gallerie, in cui passava appena, ma avanzò deciso. Si ritrovò quindi di nuovo allo scoperto, davanti all’imboccatura di un altro tunnel: l’odore era divenuto nel frattempo fortissimo, doveva trovarsi poco oltre quell’imboccatura. Macchia vi si infilò a fatica, quel posto era veramente angusto, ma alla fine riuscì a raggiungere il cibo: cominciò allora a divorarlo a grandi e avidi morsi. Anche il sapore era strano ma buono, tuttavia dopo qualche morso lo stomaco cominciò a fargli male. Il dolore divenne rapidamente tremendo, finché fu troppo atroce da sopportare: Macchia cacciò un tremendo urlo di dolore e di paura, prima che i sensi gli venissero meno.

Luca non aveva mai voluto seguire le orme del padre nella sua azienda di derattizzazione. Dopo anni passati a cercare un qualsiasi lavoro senza successo, saputo che l’azienda del genitore si sarebbe allargata con l’ingresso di un dipendente, aveva chiesto di entrare. Così, da circa una settimana seguiva suo padre in giro per le varie aziende alimentari della zona, imparando il mestiere.
«Natur-food s.r.l.. Non ho mai sentito questo nome.» disse leggendo l’insegna del capannone che gli era toccato quella mattina.
«E’ un’azienda che si occupa di cibo per vegetariani o non so cosa; almeno, questo mi hanno detto quando mi hanno contattato.» disse suo padre, smontando a sua volta dal pickup. Si diressero insieme all’ingresso e poi verso la zona in cui si trovavano le trappole, poco lontano dalla zona in cui una dozzina di operai lavorava alle catene di montaggio. I due fecero fermare per un attimo i lavori, come le norme igieniche imponevano, poi cominciarono ad aprire le trappole che erano allineate lungo il muro.
«Guarda questo quant’è grosso! Mi è capitato raramente di vederne di così grandi!» fece suo padre con tono scherzoso, alzando il braccio e mostrandogli un enorme ratto tutto bianco, con una sola macchia nera sulla testa, vagamente a forma di stella.
«E’ anche parecchio pulito, per essere un topo di fogna. Da dove viene, secondo te?» chiese incuriosito Luca, guardandolo da vicino. Se all’inizio quello spettacolo lo avrebbe disgustato, ora ci era abituato.
«Chi lo sa, ma che importa? Piuttosto, sbrighiamoci, che poi dobbiamo passare al distretto sanitario e non voglio fare tardi.»
Continuarono a svuotare e sistemare le trappole finché le esche non furono tutte rimpiazzate e i cadaveri dei roditori furono tutti al sicuro nei sacchi per lo smaltimento.
«Perfetto! Tu porta tutto nel furgone, io vado a far firmare le solite scartoffie al proprietario e poi arrivo, questione di due minuti» ordinò il padre a Luca, prima di andarsene.
“Una ventina di topi: parecchi, anche se forse questo è niente rispetto a quelli che hanno ucciso nei campi. Non è ironico, che anche i più convinti tra i vegetariani non possano non sterminare degli animali per mangiare?” si chiese tra sé il giovane, prima di sollevare sulle spalle l’armamentario e dirigersi verso l’uscita del capannone.

martedì 28 aprile 2015

L'amore ai tempi di Amazon

Il venticinque aprile è uno dei giorni più pieni e impegnativi dell'anno per un gelataio (insieme peraltro al primo maggio, che è alle porte): è per questo che la scorsa settimana, tra preparativi e il weekend intensissimo, ho avuto pochissimo tempo da dedicare a qualsiasi altra cosa, compreso ovviamente Hand of Doom. Appena ho avuto un po' di tempo, ho deciso perciò di andare a ripescare un vecchio racconto che avevo scritto qualche mese fa, per poi accantonarlo perché non ero certo che fosse decente. Ieri tuttavia mi è venuta un'idea per un altro racconto e l'ho buttata giù di getto: rileggendolo qualche ora dopo, mi è già sembrato abbastanza completo da poter essere pubblicato. Invece del racconto precedente, che continuava a non convincermi del tutto, ho cominciato perciò un tour de force di revisioni per giungere infine a pubblicarlo proprio oggi: missione compiuta! In ogni caso, questo è un breve pezzo che ironizza sul fatto che, come probabilmente saprete, con il servizio di self-publishing fornito ad esempio da Amazon si sono moltiplicati i casi di e-book scontati e scritti coi piedi, specie nell'ambito del romanzo rosa. L'ho concepito sperando che fosse divertente e che vi possa piacere!

L’amore ai tempi di Amazon

Il Sole tingeva di rosso il cielo e il mare mentre scendeva lentamente dietro l’orizzonte, regalando uno spettacolo impressionante alla coppia che sedeva tranquilla sulla terrazza panoramica in cima dell’Empire State Building. 
«Che spettacolo splendido! Non trovi anche tu?» disse Mary con gaiezza.
«Si, stupendo… ma mai quanto te.» rispose John, con un sospiro. 
«Oh!» fece la ragazza con meraviglia.
«Non ce la faccio più a mentire a te e a me stesso, Mary! Si, te lo devo confessare: io ti amo!» proseguì il giovane.
«Oh mio dio, che gioia! John, fin’ora ho avuto paura che per te non fosse lo stesso! Finalmente allora anch’io posso confessartelo: ti amo anche io!» 
L’emozione di Mary era palpabile, e anche John sentiva le farfalle nello stomaco: in quel momento però il suo timore si sciolse, e avvicinandosi a lei, la baciò appassionatamente sulla bocca, ben sapendo che per lei era la prima volta. Rimasero uniti per un secondo, poi improvvisamente il giovane si staccò, quasi con uno strattone
«Cristo santo!» imprecò urlando, mentre Mary sbiancava. 
«Che è successo?» gli chiese sconvolta.
«Ho… avuto un’illuminazione. Non so come spiegarlo: come un lampo che mi ha attraversato il cervello, proprio mentre ci baciavamo. Mi sono reso conto in un istante  che è tutto sbagliato!»
«Sbagliato? Questo bacio?» chiese la ragazza, ancor più pallida.
«No… non proprio il bacio, almeno. Ho solo realizzato tutta una serie di astrusità che non so fin’ora come mi possano essere sfuggite. Per esempio: tu sei una ragazza solare, intelligente, bella, simpatica e così via, giusto? Non sono solo io a pensarlo, te lo dicono tutti quelli che ti conoscono, uomini e donne.»
«Si, è vero.»
«Allora come è possibile che questo era il tuo primo bacio, e che fin’ora non sei mai riuscita a trovare nemmeno un fidanzato? Ma non sei solo tu, il problema: anzi, forse io stesso sono ancora peggio»
«Che vuoi dire?»
«Ecco, io sono bello, ricco e famoso, tutti i tabloid parlano di me e delle mie storie di passione con questa o quella modella. Perché quindi ora dovrei provare questo fascino ingenuo per te, tanto addirittura da essere diventato timido come non sono mai stato neppure da bambino? Non ha senso!»
«Forse è l’amore che ti fa questo effetto?» rispose la ragazza, anche un po’ irritata. 
«Non è che non sono stato innamorato prima di te, eh! Ma questa è la prima volta che mi succede. Questo è il meno peggio, però, visto che sono cose che rientrano nel campo del possibile. Mi sono appena accorto che ci sono invece fatti davvero impossibili, il che è assolutamente angosciante, secondo me.
«Come è possibile, per esempio, che tu a diciannove anni vai all’Università qui a New York, in motorino per giunta? Non dovresti stare nel campus di un college, magari? E poi perché se siamo entrambi di New York usiamo sempre espressioni tipiche della lingua italiana? Anche le nostre abitudini e le nostre mentalità sono da provincia italiana, più che da New York, in effetti.»
«Oddio, non vorrai dire che…» balbettò sconvolta Mary.
«E ancor più terribile, come è possibile che il Sole tramonti a est, sul mare? E’ contro ogni dannata legge della fisica!»
«Dio mio!»
«Si, ormai è chiaro cosa ci è successo…» cominciò John, tornando a parlare piano.
«Non lo dire, ti prego!» si lamentò Mary
«Purtroppo non parlarne non cambierà la realtà. E’ così, Mary: io e te siamo i personaggi di un romanzo scarso. Ci ha creati probabilmente qualche ingenua autrice italiana che non ha la minima idea di come scrivere qualcosa di decente.»
«Non è possibile, no!» strillò Mary, scoppiando a piangere.
«Dai, poteva essere peggio. Poteva essere una di quelle schifezze pornografiche a tinte sadomaso.» cercò di rincuorarla John, ma Mary continuava a singhiozzare senza tregua. 
«Cosa possiamo fare per tirarci fuori da questa assurdità?» disse infine la ragazza, ancora con le lacrime agli occhi. 
«Purtroppo, io di soluzione ne vedo una sola» replicò John con un cenno in direzione del parapetto. Mary comprese cosa voleva dire e per un momento impallidì ancor di più.
«Hai ragione, probabilmente è l’unica cosa da fare» disse poi, cercando di farsi coraggio. John le tese la mano e insieme si avvicinarono al limite dell’abisso per poi tirarsi su.
«Pronta?» le chiese lui.
«Pronta.» confermo lei prima di darsi una spinta, e cominciare a precipitare verso la strada sottostante insieme al suo amante. 

Lentamente, John si alzò sulle braccia, stupefatto. Quando si era schiantato sull’asfalto aveva sentito una fortissima fitta, ma era stato solo un attimo: non aveva nemmeno perso conoscenza e il dolore era sparito come era arrivato. Il giovane si guardò intorno e individuò Mary: anche lei si stava rialzando in piedi, frastornata.
«Siamo vivi! Come è possibile, dopo un volo del genere?» chiese, appena lo vide. Il giovane ci pensò per un attimo, prima di realizzare la risposta.
«E’ molto peggio di quanto pensavamo. Dannazione, il nostro è un paranormal romance!» disse, tetro.

martedì 10 febbraio 2015

Minaccia dallo spazio

Dopo qualche tempo in cui non sono riuscito a trovare nemmeno un attimo per scrivere nemmeno un racconto, finalmente riesco a postarne uno nuovo. Avendo comunque avuto pochi spazi liberi per poterlo creare, è uno quelli fulminanti, che si leggono tutti d'un fiato; spero però che non vi dispiaccia, essendo comunque il mio tipo di racconto più classico, e che ve lo godiate!

Minaccia dallo spazio

«Siamo proprio sicuri che sia una minaccia?» chiese contrariato il presidente, alzando gli occhi dal documento che aveva appena letto.
«Si, signore» rispose il ministro della difesa, «Quell’astronave è assolutamente un pericolo. Ci resta un giorno appena, e poi prenderà la Terra proprio all’interno dei nostri confini, a meno che non cambi improvvisamente direzione, cosa però che io non credo possibile, conoscendo i suoi occupanti. A quel punto, l’intera umanità avrà probabilmente i giorni contati, o almeno questo è quello che dicono i miei consulenti scientifici.»
«Ma non c’è un’altra soluzione che l’abbattimento? Non possiamo tentare nuovamente di comunicare?»
«Purtroppo no, signore. Come lei sa i primi tentativi di trovare un accordo sono falliti, ed ora l’astronave è in completo silenzio radio, abbiamo provato fino a circa un’ora fa ad inviare messaggi ma non abbiamo ricevuto risposta. Quelli si rifiutano in ogni modo di arrivare a qualsiasi compromesso, vogliono solo atterrare e lo faranno, a meno che non li fermiamo.»
I due si fissarono, poi il ministro riprese:
«Allora, vuole procedere?»
Il piccolo studio rimase per un attimo immerso in silenzio, poi il presidente riprese, con un filo di voce:
«E’ proprio necessario?»
«Scusi se sono irrispettoso, signor presidente» fece il ministro, «Ma glielo ho ripetuto ormai diverse volte, perciò non capisco perché lei continua a chiedermelo. Comprendo benissimo i suoi scrupoli morali, i suoi dubbi, ma se la scelta è tra distruggere qualche migliaio di vite oppure condannare la razza umana, la prima, per quanto possa essere inaccettabile, è comunque la scelta di gran lunga migliore. Nemmeno io gioisco di quest’atto di brutalità, ma le ripeto, è l’unica soluzione sensata a questa crisi. »
«E va bene, allora, firmerò, ma che Dio abbia pietà di me e di lei.»  fece il presidente sbuffando leggermente, raccogliendo l’ordine di abbattimento sulla sua scrivania e scarabocchiando il suo autografo.
«Ha preso la decisione giusta, signor presidente, ed in futuro sarà ricordato come il salvatore dell’umanità.»
«Sarà anche giusta, ma è estremamente dolorosa. Di sicuro, non mi sento di essere un eroe, semmai un assassino. Comunque sia, ora se non le dispiace vorrei rimanere da solo .»
«Si figuri, tolgo subito il disturbo. I miei saluti, signor presidente.»
«Arrivederci»

Rimasto solo, il presidente sospirò e si mise a pensare a ciò che avrebbe dovuto fare in seguito. Nonostante aveva probabilmente salvato l’umanità, non sarebbe stato facile giustificare con l’opinione pubblica l’abbattimento di un’astronave da trasporto carica di esseri umani proveniente dalla Luna.
“Ma è colpa solo del caso, se i raggi cosmici hanno mutato i batteri rimasti nei dintorni dell’Apollo 12 in modo da renderli così virulenti e letali” si disse, cercando una pallida giustificazione a quell’evento, ma invano: sicuramente quella notte non sarebbe riuscito a dormire.
“Manco fosse una dannata astronave aliena!” pensò, con rabbia.

martedì 16 dicembre 2014

La scoperta

Come vi avevo promesso, ecco qui un nuovo racconto, tutto per voi! E' questo un racconto che ho cominciato diverso tempo fa, forse quasi un anno, ma dopo poco l'ho abbandonato: mi pareva infatti che il mio stile non fosse sufficientemente buono per riuscire a scrivere qualcosa di così particolare com'era questa bozza già dall'inizio. Qualche settimana fa l'ho ripreso e l'ho concluso senza toccare la trama, che è rimasta la stessa pressoché dall'inizio, ma cambiando molto a livello di forma: forse sarò maturato stilisticamente rispetto al tempo in cui l'ho inizato, o forse ho semplicemente più esperienza e più facilità di scrittura, chi lo sa. In ogni caso, è un racconto del mio genere più classico, di fantascienza; spero per questo che ve lo godrete, anche per il fatto che questo è l'ultimo post prima della pausa natalizia.

La scoperta

L’altimetro della plancia di comando della Parbas segnalava che la nave si trovava ormai in prossimità del terreno: era giunto il momento dell’atterraggio.
“Ci siamo!” pensò Æsper mentre alzava al massimo i razzi di frenata. La cloche si fece più rigida, e la nave cominciò a vibrare leggermente; il suo pilota la controllò però con mano ferma, guidandola finché le sue sei solide zampe d’atterraggio non si posarono con un lieve scossone sul terreno.
“E’ fatta, finalmente!” esultò tra se Æsper, sospirando e rilassandosi contro il sedile di pilotaggio. In quel momento la tensione accumulata nei lunghi minuti della discesa si sciolse di colpo, ed una fortissima stanchezza gli piombò addosso.
“La mia impresa può aspettare un giorno” pensò mentre si alzava cautamente, per poi imboccare il lungo corridoio che dalla sala comando portava alla cabina. Appena vi fu giunto si spogliò velocemente e si infilò nel letto, addormentandosi quasi all’istante.
Il suo sonno fu così pesante che al risveglio, per un momento, si allarmò nel non avvertire il lieve ronzio causato dal viaggio attraverso l’iperspazio, ricordandosi solo dopo qualche attimo dei fatti del giorno prima. Anche quando si fu svegliato del tutto, tuttavia, la sua epocale scoperta continuò a sembrargli irreale, quasi un sogno. Tutti i pianeti individuati fino ad allora nella breve storia dell’esplorazione iperspaziale di Erthæ erano totalmente inabitabili, per un motivo o per un’altro; quello invece, dalle analisi in orbita, sembrava avere un’atmosfera accogliente, con una quantità di ossigeno ed una temperatura più o meno analoghe a quelle del pianeta di Æsper. Gli unici problemi erano la gravità e la pressione, entrambi piuttosto basse, ma la tuta esplorativa poteva tranquillamente sopperire ad entrambe: era stata così semplice la decisione di scendere sulla superficie. La scoperta che lo avrebbe fatto reso famoso era però un’altra: nelle ultime fasi della discesa l’esploratore aveva notato delle irregolarità sul terreno, ed avvicinandosi ancora ne aveva potuto constatare la vera natura. Non erano rocce né formazioni geologiche di qualche tipo, sembravano invece essere alberi. Alberi! Era in assoluto la prima forma di vita aliena mai scoperta ed Æsper, di conseguenza, sarebbe divenuto il più famoso esploratore solitario nella storia di Erthæ. Non aveva altro da fare, per documentare l’impresa, che ispezionare un po’ la zona nei dintorni del luogo d’atterraggio e raccogliere campioni ed informazioni sulle forme di vita presenti, poi sarebbe potuto decollare di nuovo alla volta del suo pianeta. Così, dopo aver passato un’ora a fare rilievi dalla sala comando della nave, Æsper indossò la tuta esplorativa. Entrò quindi nella camera di pressurizzazione e premette il bottone di apertura: con un lieve clangore il portellone comincio a scorrere, lasciando per un momento fuoriuscire un intenso flusso d’aria. Rapidamente la situazione si stabilizzò, e Æsper poté affrontare la scaletta: era fuori! La prima cosa che lo colpì fu il terreno: era in apparenza ricoperto di qualcosa di simile alle rocce sedimentarie, eppure aveva una consistenza più friabile, per non parlare poi del suo strano colore grigio-rosaceo. L’esploratore raschiò via un po’ di scaglie di roccia dalla superficie e le mise in un sacchetto che infilò in una delle larghe tasche laterali della tuta: le avrebbe fatte analizzare al suo ritorno su Erthæ. Riprese quindi a camminare, finché non fu uscito da sotto alla pancia della Parbas; lì si fermo a guardarsi intorno. Il panorama, illuminato da una luce tra il bianco ed il verde chiaro, era simile in tutte le direzioni, ma ai suoi occhi appariva estremamente bello, di un fascino alieno, soprattutto per merito della foresta che circondava la piccola radura in cui era atterrato e creava un contrasto netto con l’azzurro del cielo, così simile invece a quello del suo pianeta natale. Æsper si diresse proprio verso il bosco, ed appena fu giunto al limite della vegetazione prese ad osservarla: erano alberi alti e di colore marrone spento, che si levavano altissimi e senza alcuna ramificazione, al contrario di quelli di Erthæ. Altre piante là attorno erano di colore nero, ma a parte questo erano simili in tutto e per tutto a quello davanti a cui lui si trovava. L’esploratore scattò qualche fotografia e prelevò un campione di corteccia da uno degli alberi; poi, eccitato alla prospettiva di nuove scoperte, si mise in cammino.

Vagò a lungo per la foresta senza incontrare un solo animale, nemmeno di piccolissima taglia. L’unica forma di vita presente sul pianeta, o almeno su quella parte di esso, erano evidentemente quegli alberi.
“Probabilmente questo è un pianeta giovane dal punto di vista evolutivo, gli animali non hanno ancora colonizzato la terraferma, si trovano solo negli oceani” ipotizzò Æsper, riportando alla mente i suoi vecchi studi di biologia. Continuò a camminare, scattando ogni tanto qualche foto, ma ormai il suo fascino per quel mondo era per gran parte scemato: il paesaggio era sempre uguale a se stesso, non cambiava quasi per nulla man mano che avanzava. Fosse stato un esobiologo probabilmente sarebbe stato ancora esaltato, ma lui non riusciva più ad apprezzare quella monotonia, per quanto imponente e rigogliosa.
“E’ il caso di tornare indietro, direi” decise infine, e si fermò nel mezzo della foresta: proprio in quel momento, notò davanti a se un piccolo movimento, quasi impercettibile. C’era qualcosa che camminava tra gli alberi in lontananza, e che si muoveva proprio nella sua direzione, rapidamente, quasi a balzi. Infine, spuntò tra gli alberi, trovandosi a pochissima distanza da lui: Æsper poté così vedere che era una bestia alta il doppio di lui e dall’aspetto orribile. Aveva un corpo tozzo e tappezzato qua e là da grosse escrescenze che culminava nella testa, piccola rispetto al resto ma comunque imponente, su cui oltre a due occhi spenti, da morto, spiccava una grossa bocca, ricoperta da piccoli tentacoli ed incorniciata da quelli che sembravano due lunghi baffi. L’esploratore a quella visione fu preso dalla paura, ma riuscì a mantenersi calmo, preparandosi a difendersi. L’animale volse per un attimo la testa verso di lui, mettendolo ancor di più in agitazione; poi, con gran sorpresa di Æsper, si raddrizzò e con un piccolo balzo riprese la sua marcia nella stessa direzione.
“Deve essere un animale erbivoro. Del resto qui attorno non sembrano esserci abbastanza prede di cui un carnivoro possa cibarsi” si disse l’esploratore, sospirando rinfrancato. Ora che la paura stava lasciando rapidamente spazio alla curiosità ed alla voglia di conoscere, decise sul momento di rincorrere quell’essere al tempo stesso così brutto e così affascinante.

Gli tenne dietro per qualche minuto, di corsa per non perderlo di vista. La fatica cominciò a farsi sentire, ed Æsper stava quasi per lasciar perdere l’inseguimento, quando l’animale si arrestò, in una zona dalla vegetazione meno fitta. Appena gli fu vicino, l’esploratore poté vedere che in uno spazio leggermente più largo tra gli alberi, quell’essere si era acquattato a terra e si scuoteva piano. Cautamente, cominciò ad avvicinarsi ancora di più, cercando di capire meglio cosa stesse facendo; contemporaneamente, un improvviso boato squarciò l’aria. Nel giro di qualche istante, dal nulla esplose una pioggia violenta che iniziò a percuotere con forza tutto il terreno lì attorno. Æsper si mise al riparo sotto un albero, mentre l’animale si trovava ancora allo scoperto: appena ne fu colpito, cominciò a scuotersi con foga, per poi accasciarsi a terra, stecchito. L’esploratore si stupì: si sarebbe aspettato che l’animale fosse abituato a quella strana precipitazione, che era probabilmente la norma su quel pianeta.
 “Deve essere pioggia acida. Chissà come hanno le forme di vita ad evolversi e a sopravvivere qui, su questo pianeta così inospitale.” si chiese Æsper. Lo scroscio durò pochissimo tempo, per poi estinguersi quasi di colpo. Quando vide che non cadeva più nemmeno una goccia, l’esploratore controllo la propria tuta: sapeva che poteva resistere a ben altro che ai pochi schizzi corrosivi che gli erano giunti, ma era meglio controllare che fosse tutto a posto.
“Nessun danno, neppur lieve.” constatò infine, sollevato, prima di prepararsi al rientro: ne aveva abbastanza di quel pianeta, almeno per il momento. Infilò le mani nella tasca degli attrezzi, alla ricerca del dispositivo che consentiva di far volare l’astronave fino al punto in cui si trovare: frugò a lungo, ma non riuscì a trovarlo.
“Dannazione, non c’è! Lo avrò lasciato sulla Parbas? No, ho controllato prima di partire e c’era. Mi sarà caduto mentre inseguivo quel mostro? Dannazione!” imprecò tra sé, mentre le sue dita si infilavano in un piccolo buco, che non aveva notato prima di allora. Senza quell’oggettino, l’esploratore era costretto a trovare la nave da solo: sconsolato, si volse perciò nella direzione da cui era giunto inseguendo il mostro e prese a muoversi.

Dopo un’ora di cammino, Æsper dovette arrendersi all’evidenza: si era perso.
“Dannazione a me stesso” imprecò, fermandosi in cima al pendio che affrontava ormai da un po’, credendo di averlo percorso in discesa all’andata. Si sentiva affaticato, nonché ansioso più che mai. Smarrito, si guardò intorno: da lassù si poteva vedere l’intero panorama, constatò subito. Davanti a sé vi era un pendio piuttosto ripido, che terminava bruscamente: partiva da lì una foresta dall’aspetto molto diverso da quella che aveva percorso fino ad allora.
“Oh mio dio, eccola là!” pensò d’improvviso Æsper, scorgendo una forma familiare: anche se piccola piccola, in lontananza, sembrava proprio la sua astronave. Ma come era arrivata laggiù, in quel posto in cui era certo di non essere mai passato? E come mai sembrava muoversi leggermente?
“Forse un altro di quei mostri ha trovato il comando a distanza, e giocandoci a caso ha inavvertitamente fatto muovere l’astronave. Oh, sia lodato il suo sistema automatico antischianto!” si disse Æsper. Non era molto probabile fosse andata davvero così, ma a quel punto, stufo com’era di quella escursione, non gli importava nulla: prese così a discendere il pendio, diretto verso l’astronave, unico luogo del resto dove avrebbe potuto scoprire la verità.

Scese molto velocemente, facilitato anche dal fatto che il terreno in quella zona non fosse per nulla accidentato: presto si ritrovò alla zona di confine che aveva visto dall’alto. Era un limite incredibilmente netto: la base di roccia finiva all’improvviso e ne cominciava un’altra all’apparenza di sabbia, o di terriccio. Anche la vegetazione cambiava radicalmente: alle ultime piante del tipo che aveva incontrato fino ad allora, stranamente dall’aspetto cadente e malato, se ne sostituivano di anche più alti, totalmente verdi, seppur di aspetto vagamente simile ai precedenti.  
“Forse questi alberi sono più simili a quelli di Erthæ, si alimentano con la fotosintesi” pensò l’esploratore fermandosi per un momento a guardarsi attorno, prima di riprendere il cammino. Continuò a muoversi in linea retta per qualche minuto,a passo rapido, finché non si ritrovò in una nuova radura, molto ampia e del tutto brulla. Dall’altra parte, con somma gioia, scorse la Parbas: era immersa tra gli alberi dall’altra parte della macchia e si spostava adagio.
“Il difficile sarà ora entrare di nuovo dentro, ma se riesco ad arrampicarmi su un albero e poi a saltarle sopra quando si tufferà di nuovo nella foresta, dovrei farcela” si disse l’esploratore, calcolando la direzione in cui si muoveva. Presto lo comprese, e corse verso la zona verso cui la Parbas si muoveva; appena vi fu arrivato, si mise alla ricerca di una pianta adatta al suo piano. La individuò, e si apprestò a salire, ma prima controllò che fosse sulla precisa traiettoria della nave: ciò che vide lo lasciò di stucco e lo spaventò. Quella che credeva essere la Parbas era in realtà un animale gigantesco, forse leggermente più piccolo della nave ma con una forma molto simile, a clessidra, le stesse sei zampe e lo stesso colore tra il rosso ed il nero: nessuno stupore che l’avesse scambiato per la sua astronave. La creatura continuava ad avanzare verso dove si trovava, anche più veloce ora, con atteggiamento aggressivo: mentre Æsper, mantenendo il sangue freddo nonostante la paura, tirava fuori dalla tasca la pistola, poté così notare meglio il suo corpo, irto di radi peli, e la grossa sua testa, con due occhi enormi ed assolutamente malvagi, due lunghi tentacoli rigidi ed una bocca grande e terribile, caratterizzata da due grosse chele dall’aria micidiale. Ora l’animale lo stava proprio caricando, emettendo un ruggito alto e ferino; l’esploratore però non si fece prendere dal panico, prese con calma la mira al centro degli occhi della creatura e poi sparò. Lo colse in pieno, ma l’essere non sembrò risentirne, diventò anzi ancor più agitato e furibondo ed arrivò quasi ad agguantare Æsper, che riuscì a schivarlo per un pelo, rotolando poco lontano, per poi rialzarsi e sparagli di nuovo al fianco. Il proiettile lo beccò ad una delle sue zampe, al che il mostro inarcò la schiena, gemendo di dolore.
“I piedi sono il suo punto debole!” realizzò in un attimo l’esploratore, cominciando a bersagliare le altre zampe dell’animale: in un momento gli mise fuori uso l’intero lato, e quando esso cercò di scuotersi e di continuare l’attacco, poté fare lo stesso con le gambe dall’altro lato.
 «Non te l’aspettavi, eh, bastardo?» gli urlò Æsper sfogando la tensione accumulata durante lo scontro, mentre il bestione ormai abbattuto al suolo rantolava in maniera pietosa. L’esploratore si avvicinò per finirlo quando con la coda dell’occhio notò un movimento provenire dal suo fianco: fece giusto in tempo a voltarsi per vedere un secondo mostro, simile all’altro, spuntare dall’intrico della foresta, prima che le sue chele lo afferrassero e lo tirassero su in alto, cominciandogli a stritolargli le ossa. Æsper cacciò un urlo di sorpresa e di terrore, poi le fauci si aprirono e si chiusero di nuovo, e tutto sparì nell’oscurità.

«Ma’, vieni qui! Fai presto!» strillò Andrea. Un minuto dopo, sua madre arrivò in giardino trafelata: doveva essere corsa giù dal primo piano della casa.
«Che diavolo succede? Perché hai urlato? Spero tu abbia un motivo valido, giovanotto, mi hai spaventato!»
«Guarda Lucky! Ha qualcosa di strano addosso!» disse il ragazzo indicando il suo cane nella cuccia.
«Cosa, quella roba lì? Non è niente, è solo una formica, di quelle rosse, non vedi?»
«Così grande, una formica rossa? E poi non si muove!»
«Eh, certo! Prima a Lucky ho dato l’antipulci, avrà ucciso anche quella!»
«Mi sembra strana lo stesso.»
«In ogni caso, ora gliela togliamo di dosso, quindi problema risolto» concluse la madre, allungando la mano. Le sue dita, così grandi e forti in proporzione, stritolarono così la navetta di Æsper e la gettarono lontano, cancellando ogni residua traccia del passaggio del minuscolo esploratore di Erthæ sulla Terra.

martedì 4 novembre 2014

Vera minaccia

Se si eccettua "Un giorno di ordinaria gelateria" del mese scorso, è qualche tempo che non posto più racconti. Non che abbia battuto la fiacca, in questi ultimi tempi: oltre ai miei tanti altri progetti, anzi, ho infatti portato avanti pure un paio di racconti, considerevolmente più lunghi della media di quelli di quest'anno, che necessitano perciò molto più lavoro, rispetto a quelli "normali". Questa settimana sono riuscito infine a completarne uno dei due, probabilmente il più breve, e finalmente a postarlo: è un racconto di fantascienza piuttosto classico, narrante della solita invasione aliena, anche se con risvolti... che ovviamente non vi spoilero! Null'altro se non: buona lettura!

Vera minaccia

Magnus Kallberg restò impassibile mentre la piccola navetta aliena a forma di uovo atterrava davanti a lui. In quanto presidente della Lega Terrestre, era obbligato a mostrarsi forte davanti ai suoi colleghi ed al mondo: intimamente però provava un certo timore. Poteva quella proposta d’armistizio essere in realtà una trappola per eliminarlo?
“No, è impossibile. Per quanto possano essere barbari, non oseranno mettere a rischio i membri di una delegazione di pace.” pensò, cercando di scacciare i pensieri negativi. Intanto, il portello sul lato della nave si aprì con uno sbuffo e ne discese una rampa.
«Prego, salire a bordo.» disse una voce metallica proveniente dall’interno della navetta, appena la scala ebbe toccato il suolo.
«Ebbene, popolo della Terra, è giunto il momento. Siate con noi col vostro cuore, e che esso sia ricolmo dell’auspicio e della speranza che la nostra missione abbia successo. Arrivederci!» disse Kallberg solennemente alle telecamere dei tanti giornalisti presenti, continuando ad ostentare calma. Quindi, lentamente si voltò, e scambiato un cenno d’intesa con i suoi due compagni di viaggio, si avviò insieme a loro in direzione della navetta.

Appena entrato, l’uomo notò subito l’assenza della cabina di pilotaggio e di qualsiasi equipaggio: vi era solo uno stretto ambiente dalle pareti dello stesso colore bianco purissimo, quasi irreale dell’esterno, che conteneva tre ampi sedili affiancati ed un paio di larghi oblò ai lati.
«Prego, sedere e bloccare le protezioni.» fece la voce meccanica. Kallberg prese posto sul lato sinistro, mentre il vice presidente della Lega, Lewis Grenwood, si sedette dall’altro lato; Anders Edkvist, l’unica guardia del corpo che era stata loro consentito di portare, si infilò in mezzo. Appena tutti ebbero allacciato le cinture, il portellone si mosse, arrivando infine a richiudersi. Non passò nemmeno un minuto che si avvertì una piccola accelerazione: Kallberg fissò allora fuori dal finestrino, dove il panorama aveva cominciato lentamente a muoversi.
“Forse troppo lentamente“ pensò il presidente dopo una decina di minuti. Erano saliti forse di venti chilometri, mentre la nave madre aliena, era noto dai rilevamenti, era in orbita ad oltre trentamila chilometri dal suolo terrestre. Stava per dire qualcosa quando Edkvist, quasi leggendogli nel pensiero, lo anticipò.
 «Non sembra anche a voi che ci stia volendo una vita?» disse nel suo solito tono, rispettoso ma con una nota di sarcasmo irriverente. Kallberg fece per rispondergli quando, all’improvviso, un dolore violentissimo e penetrante scosse violentemente tutto il suo corpo.
“Sto morendo” pensò, ma improvviso come era apparso lo spasimo si dissolse, senza lasciar la minima traccia. Il presidente riaprì lentamente gli occhi che non ricordava di aver chiuso, e constatò di essere ancora all’interno della navetta. Qualcosa però era cambiato: il blu scuro del cielo e le sfumature marroni e verdi della Terra fuori dall’oblò erano stati sostituiti dal nero del cosmo.
«L’avete sentito anche voi?» fece la Greenwood, la voce rotta che dimostrava uno sgomento presente anche sul viso di Edkvist e probabilmente pure su quello di Kallberg.
«Si, anche io. Probabilmente è questo il famoso teletrasporto.» rispose il presidente, cercando di mostrarsi tranquillo, anche se non era semplice: per quanto breve, era stata comunque un’esperienza decisamente intensa.

Passò giusto un minuto, poi negli oblò il buio fu sostituito da un’intensa luce bianca; quindi, con un lieve strappo la nave si fermò.
«Prego, indossare l’attrezzatura vitale.» disse la solita voce, mentre dal soffitto davanti ai sedili discendevano dei piccoli contenitori bianchi attaccati a dei cavi. Aprendoli, i tre uomini vi trovarono qualcosa a metà tra un sacchetto di plastica ed una maschera anti-gas. Subito dopo, un’immagine apparve in fondo alla navetta: era uno schema che illustrava il procedimento per indossare quell’apparecchiatura.
«Tutto ciò è estremamente strano… strano ma rassicurante, non trovate anche voi?» fece Kallberg, spezzando il silenzio che era calato.
«Che intende, Magnus?» chiese Greenwood.
«Beh, guardi quelle istruzioni, Lewis: sono state realizzate appositamente per gli esseri umani, come anche queste “attrezzature”. E questi sedili, poi: sembrano essere stati costruiti in un blocco unico insieme alla nave, non sembrano mobili, il che mi fa pensare che anche la nave sia stata costruita appositamente per noi tre. Insomma, credo proprio che se avessero voluto eliminarci, avrebbero potuto farci salire su una nave qualunque e poi vaporizzarci all’interno di essa.
«Comunque sbrighiamoci, non credo sia bene far aspettare i nostri ospiti.» concluse il presidente, cominciando ad indossare la sua attrezzatura vitale, mentre la voce metallica ripeteva di nuovo il proprio messaggio.

Una volta che i tre uomini ebbero addosso quella che pareva un’ampia maschera da subacqueo, che avvolgeva strettamente l’intera testa, lo schema sulla parete di fondo sparì. Subito dopo, sentirono che l’aria intorno a loro veniva risucchiata, un attimo prima che il portellone sì aprisse con uno sbuffo, riequilibrando la pressione.
«Prego, scendere.» fu lo scontato messaggio che risuonò nella cabina, una volta che la rampa ebbe finito di abbassarsi. Kallberg si affacciò dall’apertura e studiò il posto: la navetta quasi non si distingueva sullo sfondo altrettanto bianco dell’hangar, ma si riusciva a comprendere comunque che fosse un ambiente piuttosto stretto. I tre uomini scesero con calma le scale, ed  appena furono arrivati in fondo, il portello ricominciò a chiudersi: al tempo stesso, la larga parete davanti a loro si schiuse, cominciando ad allargarsi pigramente e rivelando lo spazio completamente oscuro alle sue spalle, uno squarcio nero che si faceva man mano più largo, divorando il candore del muro. L’ansia crebbe in Kallberg, mentre i minuti trascorrevano senza che nulla accadesse; poi dal buio, improvvisamente, emersero due figure. Mentre si avvicinavano  il presidente li studiò:erano due umanoidi molto alti, slanciati, dalla pelle bianca candida quasi come la loro nave, ed indossavano lunghe tuniche nere e grigie, che ne avvolgevano tutto il corpo, dalle spalle fino a terra. Erano i primi alieni che un essere umano avesse mai visto, o almeno i primi che rivelavano il loro vero aspetto, senza la tuta protettiva che ricopriva integralmente i soldati protagonisti dei raid sul suolo terrestre.
“Non me li sarei mai immaginati… così!” pensò Kallberg guardando quei due in faccia. Si era aspettato dei mostri o almeno esseri dagli sguardi feroci, ma quegli alieni avevano occhi placidi, con la pupilla orizzontale che li faceva assomigliare vagamente a capre, sensazione acuita anche dalle piccole antenne che partivano dalla sommità della testa ed andavano verso l’indietro e dalla folta barba sotto i loro menti. I due continuarono ad avanzare, fermandosi ad un paio di metri davanti agli uomini fissandoli con una strana espressione, apparentemente preoccupata seppur al tempo stesso tranquilla. Fecero un rapido inchino, subito imitati dai loro ospiti, e poi il più alto cominciò a parlare lentamente, con una voce acuta e melodiosa.
«Io sono Veshek Nalvar, segretario della nazione itinerante Hirutìn, e questi è il mio sottosegretario, Trevak Juitar. A nome di tutto il popolo Hirutìn, gentili signori, vi do il benvenuto a bordo.» disse la solita voce robotica parlando da altoparlanti piazzati all’altezza delle orecchie nell’attrezzatura vitale, a cui Kallberg non aveva fatto caso.
“Ingegnoso, un traduttore simultaneo” comprese il presidente.
«La ringrazio, signor Nalvar. Sono Magnus Kallberg, presidente della Lega Terrestre.» rispose cauto, mentre dall’attrezzatura provenivano suoni alieni, a conferma della sua teoria. I suoi accompagnatori si presentarono a loro volta, poi Nalvar riprese la parola.
«Prego, gentili signori, seguitemi. Abbiamo molte cose da dirci.» li invitò.

Il gruppetto venne condotto in breve ad una piccola sala molto intima, senza finestre e del solito colore bianco, nella quale l’unico mobilio erano cinque sedie attorno ad un largo tavolo. Quando tutti furono seduti, Nalvar cominciò a parlare:
«Dunque, gentili signori. Come ho già detto, abbiamo molto di cui parlare. Per cominciare, credo sia opportuno raccontarvi la storia del nostro popolo. Sempre se per voi non è un problema, ovviamente.»
«Se lo ritiene necessario, signor Nalvar, faccia pure» rispose Kallberg con fredda gentilezza.
«Lo è, gentile signore, ed a tempo debito ne capirà anche il perché.
«Noi Hirutin, dovete sapere, siamo un popolo molto antico. Ci siamo evoluti dalle forme di vita che abitavano il nostro pianeta, Tìn, in un periodo corrispondente, nella vostra unità di misura del tempo, a circa tre milioni di anni fa. Partendo da una situazione primitiva, ci siamo man mano evoluti tecnologicamente, fino ad arrivare a livelli molto superiori a quelli a cui voi attualmente vi trovate. Ciò nonostante, il nostro pianeta continuava ad essere diviso in tante nazioni, piccole e grandi, che di continuo guerreggiavano tra loro. L’assenza di conflitti era una condizione a noi ignorata, non abbiamo mai conosciuto nemmeno la situazione semi-pacifica da voi sperimentata in quelli che chiamate “Stati Occidentali”.
«Un tragico giorno di circa ventimila anni fa, nei nostri cieli apparve uno sciame di navette aliene, il primo contatto che Tìn avesse mai avuto con una forma di vita non proveniente da esso. I nostri avi, nei vari stati, cercarono subito di comunicare, di dare il benvenuto ai visitatori, ma i tentativi di comunicare andarono tutti a vuoto. Quel che è peggio, gli alieni immediatamente ci aggredirono in armi, cominciando a conquistare il pianeta e ad uccidere i suoi abitanti.»
«Ed è per questo che da allora voi fate lo stesso agli altri? E’ per questo che avete cercato di sterminare il nostro popolo?» lo interruppe Greenwood con una voce furibonda che Kallberg non aveva mai sentito prima. Il presidente lo guardò per un secondo, allarmato ed irritato: aveva saputo che il suo vice aveva perso la moglie ed il figlio in uno dei blitz fulminanti di quegli alieni e ne aveva appreso il dolore, ma non credeva che potesse avere quella reazione. Al contrario, Greenwood era noto per la sua leggendaria flemma: per questo Kallberg non aveva avuto dubbi su di lui come accompagnatore.
«Basta così, Lewis» ordinò, perentorio, per poi rivolgersi agli ospiti.
 «Perdonatemi, sono mortificato. Prego, signor Nalvar, prosegua, e scusi ancora per l’interruzione.»
«Si figuri, gentile signore, non ha importanza. Dunque, come stavo dicendo, subimmo questa invasione, ma inizialmente ognuno combatté per se stesso. Non tutte le nazioni erano state attaccate, ma invece di unirci, cosa che ci avrebbe consentito di sconfiggere il nemico anche piuttosto facilmente, continuammo a restare divisi. Avvennero invece fatti atroci: alcuni dei nostri approfittarono della difficoltà militare in cui gli stati confinanti sprofondavano dopo l’aggressione aliena e li assalivano a loro volta. Era ovvio che anch’essi, prima o poi, sarebbero stati presi di mira dagli invasori: perché avrebbero dovuto far distinzioni? A loro tuttavia non importava: riuscivano a guardare solo al presente, accecati dai paraocchi dell’odio per il diverso e del nazionalismo.
«Un’alleanza venne infine formata dopo mezzo anno, ma era già troppo tardi. Raccogliendo le nostre esperienze, riuscimmo a scoprire tutti i punti deboli del nemico, e cominciammo una lotta senza quartiere: la nostra rabbia era grande, visto che ormai ognuno di noi aveva avuto le sue gravi perdite. Ci volle un altro mezzo anno, ma riuscimmo infine a respingere i nemici; nella ritirata, pero, essi distrussero tutto ciò che ancora era in piedi, ed inquinarono più che potevano l’atmosfera, sfruttando e depredando ogni singola risorsa dell’immenso territorio che controllavano. I padri dei nostri padri ce ne hanno data una descrizione tragica e molto vivida: le foreste morivano a vista d’occhio per le radiazioni e per l’aria tossica e lo stesso capitava agli animali ed alle persone, che agonizzavano dolorosamente. La morte era ovunque. La distruzione avanzava inesorabile, ed in poco tempo ogni forma di vita sul nostro pianeta sarebbe stato del tutto condannata. Fin qui tutto chiaro, gentili signori? Avete domande?»
«Scusi, signor Nalvar, io ne avrei una» disse Kallberg.
«Prego, mi dica.»
«Ecco, lei ha appena affermato che i vostri – se così posso chiamarli – nonni vi hanno parlato dell’attacco al vostro pianeta, ma ricordo che poco fa ha detto che gli alieni sono giunti ventimila anni fa. Ho per caso frainteso io, oppure la durata media di vita della vostra razza è molto più lunga della nostra?»
«Mi scusi, non lo avevo specificato. In realtà noi non siamo poi così diversi da voi: stando alle nostre ricerche la vostra vita media si aggira intorno a cento dei vostri anni, mentre la nostra è sui centoventi. La parte di gran lunga maggioritaria dei ventimila anni successivi all’invasione di Tìn li abbiamo trascorsi in viaggio. Il nostro sistema di spostamento interstellare è quello che voi chiamate “teletrasporto”, solo applicato su distanze molto più lunghe. Come anche voi avete scoperto, è fisicamente impossibile, nel nostro universo, che la velocità della luce venga superata: anche il nostro teletrasporto deve sottostare a questa legge. Perciò anche se noi percepiamo un trasporto istantaneo, magari il viaggio che abbiamo compiuto è durato decine o addirittura centinaia di anni. Probabilmente, quindi, la nostra età reale si aggira su molti millenni, anche se la nostra vita effettiva non è che di alcune decine di anni, come la vostra. Ho soddisfatto la sua curiosità, gentile signore?»
«Si, signor Nalvar, scusi l’interruzione»
«Si figuri. In ogni caso, come ho detto poc’anzi, il nostro pianeta stava diventando rapidamente invivibile, e nonostante ciò fosse estremamente doloroso, non potevamo rimanere. I nostri scienziati riuscirono a far funzionare alcune delle navi aliene che avevamo catturato, e potemmo così abbandonare per sempre la superficie di Tìn mentre la sua biosfera esalava l’ultimo respiro.
«Per qualche anno, il nostro intero popolo rimase in orbita intorno al nostro pianeta natale. Tuttavia, scendere sulla superficie per procurarci le poche risorse di cui avevamo bisogno aveva forti effetti psicologici su chi lo faceva: le misure di sicurezza fecero si che nessuno morisse in missione, ma tra quelli che vi partecipavano vi era un altissimo tasso di suicidi. Infine, si decise quindi di abbandonare per sempre Tìn ed il suo sistema solare, per non tornare mai più, utilizzando la tecnologia del teletrasporto acquisita dagli alieni. Ma cosa avrebbe potuto fare il nostro ormai piccolo popolo in seguito, senza più possedere un pianeta? Alcuni di noi proposero di trovare un mondo disabitato da colonizzare, cosa che successivamente misero in atto; ma troppo forti, in troppi di noi, erano ancora le ferite della guerra. Una grande parte degli Hirutìn decise perciò di emendare le proprie colpe intraprendendo una missione senza fine, cercando pianeti abitati da altre civiltà e mettere queste in guardia contro ciò che era successo a noi. Il primo tentativo tuttavia fallì miseramente: il popolo Mèlmram, abitante il primo mondo che visitammo, non volle ascoltare le trasmissioni radio che gli inviammo, e ci attaccò quando divenimmo insistenti; preferimmo a quel punto fuggire a gambe levate che rispondere. Non sappiamo cosa sia successo nel frattempo, ma è molto probabile che a loro sia andata peggio che a noi. Qualcuno di voi, gentili signori, si intende di astronomia?»
«Io! Sono un astrofilo amatoriale.» si propose Edkvist, sorprendendo Kallberg, che non conosceva questa passione della sua guarda del corpo.
«Riconosce questo corpo celeste?» intervenne Juitar, mostrando all’uomo un piccolo apparecchio video piatto che conteneva un’immagine variopinta.
«Certo! E’ la Nebulosa del Granchio, uno degli oggetti più famosi del nostro cielo.» rispose l’uomo, per poi spiegare, girato verso i suoi compagni:
«E’ il resto di una supernova, in poche parole di una stella a fine vita che è esplosa, ed ha lasciato questa nube di gas incandescente.»
«E’ quasi esatto, gentile signore, ma le chiedo scusa: sono costretto a correggere una delle sue affermazioni, anche se il suo errore è di sicuro in buonafede, dettato probabilmente dal fatto che la vostra cultura non fosse sufficientemente sviluppata all’epoca dell’esplosione.» fece Juitar.
«Non si scusi, lei ha ragione. La stella è esplosa intorno all’anno 1050, quindi circa un millennio fa, in un epoca in cui lo sviluppo tecnologico della Terra era praticamente nullo. O almeno, la sua luce è arrivata in quell’occasione, mentre la sua esplosione risale, mi pare di ricordare, a circa ottomila anni fa.»
«Ricorda bene, gentile signore. In ogni caso, nell’occasione di cui stavo parlando, i nostri astronomi hanno studiato quella stella, il sole dei Mèlmram: secondo loro, la sua vita non era affatto alla fine, ma circa a metà vita, e non era nemmeno abbastanza massiva da poter esplodere come supernova. Non sappiamo cosa sia successo in seguito alla nostra partenza dal sistema, ma è altamente probabile che i Mèlmram abbiano continuato a farsi la guerra tra loro per molti altri millenni, finché non sia stata messa a punto una qualche arma particolarmente potente e sofisticata che si è ritorta anche contro i propri creatori, facendo esplodere la stella.»
«In ogni caso», intervenne Nalvar, «dopo quell’esperienza, fu deciso di modificare decisamente il nostro approccio per svolgere quello che avevamo deciso essere il nostro compito nell’universo. Si discusse a lungo su cosa si potesse fare per unire il popolo diviso di un pianeta, e la soluzione fu trovata nella nostra storia. Gli attaccanti di Tìn ci avevano uniti ed in un certo senso salvati: probabilmente senza di loro ci saremmo comunque autodistrutti tra noi, per giunta estinguendoci totalmente, senza il loro teletrasporto. Dovevamo fare  perciò imitarli, in parte: aggredendo muti tutti gli stati del mondo di turno con brevi raid non totalmente distruttivi, li avremmo costretti ad unirsi per combatterci. E’ questo, lo avrete capito, il motivo per cui abbiamo attaccato la Terra, e sembra proprio che il nostro intento abbia avuto pieno successo.»
«Quindi, voi… voi avete ucciso milioni di persone, per questo? Avete sterminato a sangue freddo milioni di innocenti solo per unificare tutti gli stati sotto un’unica bandiera?» chiese Greenwood, lentamente e quasi con sofferenza. Nella sua voce non c’era più rabbia, solo uno scoramento estremo, sentimento che anche Kallberg provava.
«Si, è così» disse lentamente Nalvar, la strana espressione sul volto, aggiungendo quindi «O almeno è ciò che vi dovevamo far credere.»
Juitar intanto parlò bassa voce all’interno dell’apparecchio, senza farsi captare dal traduttore simultaneo: subito dopo la porta della stanza si aprì, e due figure vennero avanti. Kallberg ne fu sorpreso: non erano extra-terresti, bensì esseri umani come lui, una donna ed un bambino che per giunta gli pareva di aver già visto da qualche parte.
 «Mio Dio!» urlò Greenwood alzandosi in piedi, e poi continuando ad urlare si precipitò verso i nuovi arrivati, piangendo ed abbracciandoli.
“Ecco, è la famiglia di Lewis!” realizzò il presidente, anche se il suo sconcerto aumentava: era un qualche genere di inganno? O altrimenti, come facevano ad essere ancora vivi?

Vi fu qualche minuto di pausa, poi Greenwood si ricompose e sedette di nuovo al tavolo.
«Credo che debba una spiegazione a tutti noi, signor Nalvar.» disse Kallberg, deciso.
«Ovviamente. Vi è un motivo molto semplice per cui i suoi parenti, gentile signore, sono qui presenti, anche se li credeva uccisi. Come le nostre navette militari anche le nostre armi funzionano col principio del teletrasporto, oltre che con qualche semplice effetto speciale. Vi abbiamo fatto credere che i nostri fucili disintegrassero completamente i vostri corpi, mentre invece si limitavano a trasportarli a bordo di nostre navi approntate proprio per lo scopo. Le milioni di persone che pensavate essere morte sono quindi al sicuro, ibernate ma in perfetta salute, e quando lo deciderete le potremo riportare a casa senza alcun problema»
 «E’… tutto vero?» chiese Greenwood, commosso.
«Si, gentile signore.» rispose Nalvar, la solita espressione indefinibile sul volto. Seguì qualche momento di silenzio, poi cautamente Kallberg riprese la parola.
«Perché… perché tutto questo sforzo solo per l’umanità?» domandò piano, quasi con timidezza.
«Glielo ho già spiegato, caro signore. Lo abbiamo fatto per il vostro popolo, per la Terra.»
«No, intendevo un’altra cosa: cosa ci guadagnate voi, nel fare tutto ciò?»
«Nulla, gentile signore, eccetto la soddisfazione altruistica di avere favorito la guarigione di un pianeta. Credendo noi il nemico, voi avete allontanato in realtà quella che per voi è la vera minaccia, ossia voi stessi. Ora siete uniti, amici, lavorate insieme, cooperate, non lottate più tra di voi, per la prima volta nella vostra storia: è questo il nostro guadagno, la gioiosa consapevolezza di aver salvato un’altra civiltà da se stessa, e di averla indirizzata sulla giusta strada per la pace. Questo, ed anche il piacere egoistico della buona riuscita di una nuova missione.»
Ancora una volta cadde il silenzio per qualche momento, prima che Nalvar tornasse a parlare, il volto sempre corrucciato nella stessa impenetrabile espressione:
«Comunque, gentili signori, direi di concludere qui questa nostra prima riunione. Abbiamo ancora molte cose da dirci, ma siccome dovremo restare ancora per circa un anno nel vostro sistema solare, per ricaricare gli accumulatori d’energia delle nostre navi, ne abbiamo tutto il tempo, ammesso che voi ne abbiate voglia. Per oggi, perciò, penso che possa bastare così. Vi ringrazio, gentili signori, per essere venuti fin qui.»
«Grazie a lei, signor Nalvar, per tutto, soprattutto per ciò che avete fatto per la nostra razza, anche se non riesco ancora a capacitarmi della portata delle vostre azioni né tantomeno a capirne le motivazioni.» rispose Kallberg, per poi affrettarsi a precisare:
«Non è però colpa della sua spiegazione, che è stata chiara, semplicemente siamo noi umani che dobbiamo essere diversi, forse inferiori a voi nell’intelletto per comprendere.»
«Mi spiace solo che spesso il nostro popolo ha spesso ridicolizzato le idee new age secondo cui le divinità della mitologia non erano altro che visitatori celesti arrivati sulla Terra all’alba della civiltà. Voi, signori, siete proprio come divinità!» aggiunse raggiante Greenwood.
«Divinità, gentile signore? Mi scusi se la contraddico, ma io non credo affatto che noi lo siamo. Semplicemente, attraversando un’esperienza estremamente dolorosa e traumatica come quella del pianeta Tìn, siamo cresciuti come popolo, ed ora siamo moralmente più maturi di voi. Tutto qui.» concluse l’alieno, mostrandosi nuovamente corrucciato. E fissandolo, Kallberg comprese finalmente cosa quell’espressione significava: era in realtà l’equivalente alieno di un sorriso sincero su un volto gioviale.