martedì 14 marzo 2017

"Gomorra" e la società moderna

Di recente, mi è capitato di leggere Gomorra di Roberto Saviano. Non sono un grande amante dei libri d'inchiesta, preferisco di gran lunga i romanzi o al massimo saggi più sistematici, ma da tempo avevo il desiderio di leggere questo. Se non altro,volevo scoprire in prima persona il motivo per cui è diventato un caso di dimensioni così immani.

Ora l'ho capito in pieno. Raramente ho trovato un libro così angosciante e forte. Nonostante la tendenza a divagare e a fare confusione, Saviano evoca bene immagini che colpiscono allo stomaco e fanno accapponare la pelle. Ma se le storie di camorra fanno effetto, c'è qualcosa che mi ha colpito ancor di più: il fatto che gli schemi descritti dallo scrittore di Casal di Principe non sono solo quelli su cui si fonda la malavita campana, ma si possono ritrovare anche nell'intera società attuale.

"O sei un camorrista o sei un fallito": questo è secondo Saviano il modo di ragionare a Napoli e dintorni. Chi cerca di seguire la legge viene considerato un poveraccio e uno stupido, visto che lavora duro per pochi spiccioli, spesso in nero, sempre ammesso non sia disoccupato - fatto probabile visto lo stato del lavoro in quelle zone d'Italia.

L'alternativa è quella di diventare parte dell'organizzazione - il Sistema, come lo chiamano i suoi affiliati. Una scelta rischiosa, la morte è sempre dietro l'angolo, ma che può portare anche a scalare le gerarchie, fino a diventare boss ricchi, ma soprattutto potenti. È proprio questo il motivo per cui tanti, anche giovanissimi, si affiliano alla camorra: piuttosto che essere degli onesti perdenti, meglio delinquere ma rispettati.

Sono sicuro che la maggioranza di quelli che vivono fuori dalla Campania giudicherà questa mentalità barbara e lontana anni luce dalla civiltà democratica del resto d'Italia. Come se la camorra sia un'emanazione diretta di Napoli, che altrove non potrebbe esistere. Ma è davvero così? Per me no: se ci si riflette, la forma mentis mafiosa e quella della persona "comune" hanno in realtà molti più punti di contatto di quanto non sembri.

Negli ultimi decenni la mentalità delle persone è diventata sempre più legata all'esteriorità, al successo, alla ricchezza. Forse lo era già prima, ma ultimamente si è accentuata, specie da quando la crisi economica ha reso ancor più stridente il contrasto tra i vincenti e i perdenti della società. Il che crea un'immane senso di ingiustizia e una fortissima pressione sociale, che spinge ogni persona a cercare solo successo, i soldi e una posizione irregimentata nella società.

In questo modo siamo giunti a una situazione in cui non conta ciò che si è, ma solo quanto si guadagna. Chi è ricco, anche se magari lo è perché lo ha ereditato e non ha fatto mai nulla per meritarlo, è in automatico etichettato come una persona vincente, un modello da imitare. Chi invece è disoccupato, anche per ragioni indipendenti dalla sua volontà è considerato un fallito, un poco di buono, a volte addirittura una scarto umano, visto che non contribuisce in maniera attiva alla società.

Non c'è assolutamente nessuna differenza tra questa mentalità e quella dei camorristi. E allo stesso modo crea danni: come a Napoli e dintorni è la spinta principale della criminalità, altrove porta le persone ad accettare lavori precari, malpagati o umilianti, solo per rispondere alla pressione sociale che ci vuole tutti lavoratori. Fare qualcos'altro, per esempio seguire un sogno - come può essere la scrittura - è sempre giudicato stupido, oltre che improduttivo.

Certo, ci sono anche degli innegabili punti di differenza. Al contrario della Campania, in altre parti d'Italia si tende a dare più importanza a concetti come legalità o rispetto altrui, e lo stato (almeno in apparenza) è più presente. E così, fuori dalle zone più depresse del mezzogiorno gli omicidi di stampo mafioso sono molto più rari - per fortuna, direi. Il che tuttavia, accoppiato con la mentalità di cui ho parlato fin'ora genera risultati a dir poco kafkiani e paradossali.

Succede infatti che un campano come scelta ha o essere considerato un fallito oppure affiliarsi alla camorra, una via difficile ma che potrebbe portargli ricchezza e potere. Un onesto invece ha come scelta o essere un perdente oppure fare un lavoro che nel novanta percento dei casi non lo renderà felice, spesso precario, che gli dà al massimo il giusto per vivere - di sicuro non gli porterà un grandissimo successo economico né gran potere, se non dopo decenni e in maniera fortuita.

In pratica, siamo così morbosamente attaccati al successo e ai soldi che in Italia, oggi, un criminale ha molte più possibilità di un cittadino onesto. Possibilità monetarie, certo, ma anche di successo nella propria "carriera" e possibilità di veder soddisfatti i propri sogni. Possibilità, persino, di essere felice. E non è forse paradossale - o perfino demenziale - che sia così per uno che può essere ucciso ogni giorno?

Esagerazioni fuori di testa? Forse sì, forse questo post-fiume è solo un grosso delirio, ma io sono convinto di aver ragione. Penso che quelli della mia età - ma anche un po' più grandi - siano una generazione con pochissime prospettive e speranze, nonché una delle più depresse di sempre. La vicenda di inizio febbraio su Michele, trentenne di Udine che ha fatto notizia col suicidio ne è una buona prova. Leggete la lettera che ha lasciato e potete ritrovare tutto quello che ho scritto fin'ora.

Tutto questo per dire che la camorra fa schifo, ma il mondo non è da meno. Ed è così per colpa della società, che non è un luogo accogliente, se non per i cosiddetti "vincenti". Finché l'idea - ormai obsoleta, visto quanto la tecnologia è progredita - che equipara un essere umano al lavoro che fa e ai soldi che guadagna non sarà abbandonato, il mondo sarà sempre così. Un mondo in cui nelle zone più fortunate esisteranno sempre precarietà e depressione, mentre in quelle meno fortunate la criminalità organizzata avrà sempre nutrimento per crescere e prosperare.

La soluzione a questa situazione è sempre la stessa: cominciare a valutare gli esseri umani in maniera diversa, e riconoscere loro una dignità che oggi è soltanto calpestata. Si fanno sforzi ingenti per combattere la criminalità organizzata, ma forse è inutile se prima non si comincia a cambiare la mentalità. E forse prima di tentare di fermare il camorrista che spaccia e spara sarebbe utile tentare di eliminare il camorrista che si nasconde nella testa delle maggior parte degli italiani, anche se loro non se ne rendono conto. Forse poi il compito sarebbe più facile.

La domanda: cosa ne pensi del mio discorso, e in generale della mentalità (a mio avviso retrograda) della società odierna?

6 commenti:

  1. Penso che il tuo post sia molto interessante, e che contenga un fondo di verità, anche se con un eccesso di generalizzazione. La mentalità di cui parli (o sei camorrista, o sei fallito) non è la mentalità campana, ma è circoscritta a determinati ambienti. Allo stesso modo, nella periferia di Milano e delle altre grandi città i giovani sono lusingati dalla prospettiva dei soldi facili, e si mettono a spacciare.
    C'è anche da dire che Gomorra è stato scritto 10 anni fa, se non qualcuno in più, e ora la situazione è un po' cambiata, in parte grazie all'attenzione che Saviano ha attirato sul problema. Il quartiere di Secondigliano è stato riqualificato, e ci sono diverse associazioni che operano per togliere i giovani alla Camorra.
    Vero è, comunque, che la società post-moderna identifica la persona con il lavoro che fa. Si dice, così, "il dottore", l'"ingegnere", come se questa fosse un'etichetta alla personalità stessa dell'individuo. Un tempo era forse più facile trovare un lavoro che rispecchiasse le esigenze psicologiche (e quindi anche la personalità) di un individuo. Ma ora non è più così. Sono pochi, della mia età, a essere veramente soddisfatti di ciò che fanno, e soprattutto a sentire che il proprio lavoro li rispecchia. La maggior parte si accontenta. Ma mi piace sperare e pensare che non sarà così ancora per molto. Più mi guardo intorno, più mi accorgo che la gente si sta risvegliando, ed è sempre più difficile accettare compromessi.

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    1. In realtà io penso che la mentalità "o lavori o sei un fallito" sia molto estesa, non sia circoscritta. L'ho trovata in molti ambienti diversi, e secondo me è assurda. E il risultato è quello che dici tu: nessuno lavora più per il gusto di lavorare, tutti lo fanno perché la pressione sociale lo impone.

      Non condivido molto il tuo ottimismo, comunque. Secondo me il mondo del lavoro sarà sempre peggiore, con la meccanizzazione crescente. Senza una redistribuzione come per esempio un reddito di cittadinanza serio e soprattutto un cambio di mentalità (se uno prende questo reddito non deve essere considerato una piattola). Altrimenti la vedo nera, per tutti :/ .

      (ma ovviamente queste sono mie idee ;) )

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    2. Non ho detto che è circoscritta "o lavori o sei un fallito", ma che lo è "o sei un camorrista o sei un fallito". Al contrario, ho fatto notare che si dà un peso eccessivo al ruolo sociale legato al lavoro, cosa che a molti (me compresa) sta stretta. Il mio ottimismo non riguarda il "sistema", ma la consapevolezza degli individui, sempre meno propensi a essere servi. Nel prossimo decennio si libereranno un po' di posti negli uffici, perché molti molleranno la schiavitù per cercare la propria strada. Sono pronta a scommetterci. ;)

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    3. Non saprei dire, in realtà, com'è la situazione a Napoli e dintorni. Non ci sono mai stato, ciò che scrivo nel post è riferito solo su "Gomorra". Quindi non so quanto il fenomeno criminale sia circoscritto.

      Comunque, io scommetterei sul contrario della tua prospettiva. Penso che in futuro sempre più gente cercherà di tenersi stretto un lavoro che odia, visto che l'alternativa è la povertà assoluta - il che già succede, in realtà. Ma solo il futuro può dare ragione a uno dei due :) .

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  2. L'8 marzo sono stato alla presentazione del libro Antigone a Scampia, un progetto in cui veniva letto l'Antigone a delle donne di Scampia, molte delle quali hanno vissuto in prima persona la situazione di quanto raccontato da Saviano, usando la tragedia per farle esternare le proprie sensazioni ed emozioni.

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    1. Sarà stata un'esperienza molto interessante, immagino :) .

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Le critiche, specie se costruttive, sono molto ben accette, gli insulti... pure! Chi non è capace di parlare in maniera civile sminuisce se stesso e la propria intelligenza, di certo non me né chiunque altro (e poi trovo i troll alquanto divertenti!)