martedì 17 novembre 2015

Cervelli liquidi

In realtà, quest'oggi avevo in mente ben altro post. Poi però tra venerdì e sabato a Parigi è successo quello che sapete. Non fraintendetemi, non voglio parlare degli attentati: per quanto riguarda il lato geopolitico, storico o semplicemente di cosa è accaduto quella sera nella capitale francese, ci sono persone che lo hanno già fatto con più competenza e approfondimento di quanto sia nelle mie capacità. Potrei comunque darvi la mia opinione personale, ma nemmeno questo è nelle mie intenzioni: anche se una volta lo facevo, da tempo su Hand of Doom ho deciso di non affrontare più argomenti che possono essere sensibili, come religione, politica, scontri scienza/anti-scienza e così via. Ciò che voglio fare è raccontarvi semplicemente come ho passato quella serata, e le mie riflessioni successive.

Ancora leggermente convalescente per l'influenza di cui ho già raccontato, avevo pianificato di passare una serata tranquilla, sdraiato sul divano insieme alla mia famiglia a guardare la partita della Nazionale Italiana di calcio (si, piace anche a me, anche se non sembra!). Pensavo di andare a dormire poco dopo la partita, visto che dovevo ristabilire le mie forze. Poco prima della fine della partita però Monica mi ha aggiornato sul fatto che erano in corso delle sparatorie a Parigi. Quasi subito gli aggiornamenti si sono fatti drammatici, e abbiamo capito che la situazione nella capitale francese era gravissima. La partita è finita e subito dopo Rai1 ha aperto un'edizione straordinaria, in cui col passare dei minuti abbiamo appreso tutto quello che sapete: gli attentati allo stadio, ai ristoranti e alla sala concerti Bataclan, le irruzioni della polizia, il conto dei morti che saliva e il resto. Nel frattempo, io e Monica seguivamo anche il suo profilo Twitter (io non ne ho uno), cercando di capire qualcosa in più - cosa in effetti non molto sensata, col senno di poi. Siamo rimasti svegli fino a circa l'una di notte, quando le palpebre hanno cominciato a cedere e siamo andati a dormire. L'impatto emotivo della serata è stato abbastanza negativo: paura, rabbia, disgusto, tristezza, odio, sensazione di impotenza, sicuramente erano presenti nel mio stato d'animo, come probabilmente in quello di tutti.

Lo sconcerto era rivolto però non solo verso questo atto vile, ma anche verso ciò che i miei occhi vedevano sullo schermo del computer di Monica. Twitter quella sera fremeva letteralmente: erano tutti agitati nel tentativo di dire la propria, per condividere subito messaggi di ogni genere: da quelli che semplicemente esprimevano le proprie tristi condoglianze a chi già invocava bombardamenti, torture, guerre, distruzioni totali. Questi ultimi mi hanno reso davvero perplesso: anche io come detto ero scosso da una tempesta di emozioni, ma dall'altra parte sapevo bene di non avere la lucidità necessaria. Per questo, in quella serata ho evitato qualsiasi contatto con Facebook: non volevo scrivere cose sull'onda dell'emozione che poi a freddo non avrei più condiviso, evitandomi possibili figuracce e fraintendimenti. Non tutti hanno fatto la mia stessa scelta: così, c'erano tweet di una disumanità non troppo distante da quella degli stessi terroristi. Soprattutto, però c'erano tantissime reazioni emotive senza un briciolo di ragionamento alle sue spalle, cose veramente insensate e a volte anche dannose. Esempio: tutti quelli, italiani, che scrivevano l'hashtag "porteouverte"riservato a quelli che offrivano un posto alle persone che non potevano tornare a casa, danneggiando il tentativo di usare Twitter in maniera costruttiva.

Cosa che mi ha dato ancor più da pensare, quella sera per il social network giravano anche delle cantonate allucinanti. La più eclatante è stata la falsa notizia secondo cui in Giappone uno tsunami avesse nel frattempo ucciso ben quindicimila persone. I fatti erano ben diversi: è vero che c'è stato un forte terremoto al largo delle coste del Paese del Sol Levante, ma l'allarme tsunami è rientrato presto, e non si sono registrati danni a cose e persone, in definitiva è stato un evento senza conseguenze. Gli indizi che fosse una bufala c'erano tutti: nessun sito d'informazione riportava la notizia, si parlava solo di un terremoto senza danni, e del resto chi condivideva la notizia lo faceva senza fonti; inoltre un'affermazione così precisa (quindicimila morti) di sicuro sarebbe stata impossibile in una tragedia vera, in cui inizialmente ci sono stime e solo dopo ore o giorni arriva un bilancio definitivo, come successo appunto a Parigi (ma anche in Giappone con lo tsunami del 2011). Nonostante questo, però, tantissimi hanno condiviso la notizia senza controllare e senza un minimo di spirito critico, tanto che l'hashtag "prayforjapan" è diventato di tendenza insieme al legittimo "prayforparis".

In generale insomma lo scenario era questo: di fronte a una immane tragedia come questo attentato, non tutti si sono fermati a riflettere, a meditare, a raccogliersi nelle proprie emozioni. Molti invece si sono affrettati a scrivere online, a esprimere subito i propri pensieri in pubblico. E' vero che molti di quei pensieri erano semplicemente di solidarietà, il che da un certo punto di vista è lodevole. Io tuttavia faccio comunque fatica a capire la volontà di commentare a ogni costo: secondo me, per fatti così drammatici il silenzio è più rispettoso di ogni parola. Ma al di là di questa idea, in fondo soggettiva, mi chiedo: è proprio necessaria questa corsa alla tastiera, questo voler essere protagonisti a tutti i costi, questa velocità nel pensiero e nella scrittura, anche di fronte a un evento epocale come quello di venerdì scorso?

Non so di chi sia questa immagine (e spero non
infranga il copyright), ma la trovo perfetta per il post
Questi fatti, insomma, mi hanno hanno dato molto da pensare  su quanto ormai la cultura "liquida" di internet abbia liquefatto in qualche modo anche i cervelli di molte persone (in senso figurato, ovvio). Non si è più abituati a riflettere bene sulle cose, a non fermarsi alla superficie, a guardare con spirito critico, a distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è: ormai tutto è frenesia, e non importa più cosa si ha da dire, ma dirlo e basta, anche se sono bufale colossali. Sicuramente, fosse vivo Filippo Tommaso Marinetti sarebbe estasiato dalla velocità di un mezzo come Twitter, ma io invece rimango estraniato, spiazzato. Come siamo arrivati fino a questo punto? Non so rispondere, ma secondo me la nostra cultura deve imparare di nuovo a pensare, e scoprire il piacere della riflessione lenta e personale, invece della sua normalità di giungla digitale in cui tutti urlano le prime cose uscite dalla loro mente. Inutile difendere l'Occidente dai terroristi, se la sua cultura non è più quella della ragione ma è quella del tweet irragionevole!

La domanda: anche quest'oggi mi ritrovo a non sapere cosa chiedervi, nell'ambito dell'argomento del post - mi spiace, vi avevo promesso di tornare al blogging e alla scrittura e invece ho tradito malamente i miei propositi. Spero non vi dispiaccia questa deriva più riflessiva e meno leggera di Hand of Doom negli ultimi giorni, anche se comunque non durerà.

10 commenti:

  1. Come dice il famoso aforisma, il cervello è come un paracadute: funziona solo quando è aperto. Purtroppo, capire le cause di tutto questo è faticoso e quasi nessuno lo vuole fare; ed è un peccato, perché sarebbe meglio avere le idee chiare la prossima volta che si vota invece di usare la pancia, come sempre più spesso capita. L'unica consolazione è che in rete ci sono anche ottimi fornitori di notizie, che aiutano a pensare e a frasi le proprie, di idee, senza limitarsi a dire "mi piace"

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    1. E' vero, il peggio è che oltre ai commenti a caldo di pancia, spesso si mantiene l'opinione a caldo anche quando passa del tempo. Faccio veramente fatica a capirlo: se quando vedi certe atrocità, che ti colpiscono al cuore, è forse comprensibile dire "ammazzate tutti i terroristi". Già il giorno dopo però uno dovrebbe cominciare a elaborare, non concepisco che si fermi alla sera prima. Ma probabilmente se la penso così sono io a non essere "normale" :) .

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  2. Io credo che quel che tu hai descritto derivi dalla necessità delle persone di "esserci". Sentirsi parte di qualcosa, altrimenti chissà.
    Ecco il perché di condivisioni a prescindere, di prayforqualcosa senza capire, di filtri francesi sugli avatar.
    E' il danno dell'oggi: l'ignoranza sociale che viaggia velocissima.
    I social davvero danno purtroppo voce a tutti...

    Moz-

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    1. Tristemente vero. Il bisogno di partecipare poi io non lo capisco: la sera della strage e i successivi non ho scritto niente da nessuna parte, eppure non mi sono sentito diverso dal solito. Anzi, è stato un bene: meglio tacere, se non si ha altro da dire che "condoglianze", rispetto a scrivere messaggi che suoneranno sempre ipocriti - perché no, per quanto uno si sforzi, non potrà mai sapere cosa si prova a essere presi in ostaggio. Ma evidentemente sono strano io :) .

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    2. No, non sei strano.
      Anche io non ho detto nulla, perché innanzitutto si viene presi dalla foga del momento e non è bello.
      La gente strana è altra, è la massa di pecoroni.

      Moz-

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    3. Forse loro sono strani per noi, ma noi siamo strani per loro. In ogni caso una definizione di cosa è normale e cosa no in realtà non c'è - ma questo è un altro discorso. Per il resto, concordo sul fatto che sia giusto non farsi prendere dalla foga del momento :) .

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  3. No, non mi dispiace, anche perché leggo finalmente una riflessione che si discosta da quelle cui ormai i social mi hanno abituata.
    Io sono rimasta a meditare e riflettere senza rendere corali i miei pensieri. Il mio lo faccio pregando: niente bandiere, niente hashtag, niente proclami. L'unica arma di cui voglio disporre è la preghiera. E questa non ha bisogno di essere raccontata.

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    1. Mi fa piacere che la mia riflessione non ti sia dispiaciuta. Sono molto d'accordo anche sul fatto che certe cose, specie in queste occasioni, siano da tenere per se stessi: di sicuro meglio del protagonismo a tutti i costi :) .

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  4. Mi è piaciuta non poco questa tua disgressione Mattia..Io sono rimasta costernata dagli avvenimenti che mi comparivano in tv.
    Sicuramente inseguendo le vicende di questi ultimi anni e non essendo un'amante della tecnologia la uso per lavoro e già mi sembra molto, ma ancora qualche neurone mi fa riflettere. La smania di scrivere, di chattare senza pensare tanto per me la rende ancora più fastidiosa. E abbiamo sicuramente perso la buona abitudine del riflettere del pensare del trarre conclusioni prima con noi stessi , se ne siamo capaci , e poi con gli altri.Mi sei piaciuto e mi sono iscritta con piacere. Felice di un tuo ricambio.
    Buona serata e un abbraccio!
    http://rockmusicspace.blogspot.it/

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    1. Ciao, benvenuta su questo blog! Si, sicuramente le nuove risorse tecnologiche hanno aiutato il processo con cui si è giunti a questa frenesia, anche se io sono convinto che la tecnologia non sia buona né cattiva a prescindere, dipende sempre dall'uso che se ne fa. Più che verso internet, quindi, punterei il dito sul suo uso non responsabile. Per il resto, grazie mille per la tua iscrizione, mi ha fatto molto piacere: infatti ho aggiunto il tuo blog alla mia lista di "meritevoli" qui a lato ^_^ .

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