domenica 29 settembre 2013

Una nuova Invasione

Avevo detto che a breve avrei postato qualcosa, nel precedente post, ed infatti eccomi qui, con un nuovo racconto, anche se non è proprio nuovissimo. Altro non è, difatti, che la riscrittura di uno dei primissimi miei racconti, Invasione, che era scritto col mio stile ultra-acerbo di un tempo, ma che secondo me poteva essere rimaneggiato per diventare qualcosa di interessante... e quindi, ecco qui a voi la nuova "Invasione"! Per il resto, come sempre a chi leggerà il giudizio; prima di lasciarvi leggere però, vorrei fare un piccolo ringraziamento alla mia ragazza Monica, che mi ha dato alcune idee per migliorarlo. Grazie!

Invasione

Come tutte le notti, anche in quella A si trovava nella sala di controllo del grande telescopio, davanti allo schermo di un computer. Nonostante fosse molto giovane, si era già laureato a pieni voti in astronomia, ed era riuscito persino a trovare lavoro in un osservatorio. Era quello che amava fare, del resto: le stelle avevano sempre attratto il suo animo da sognatore ed anche se il suo lavoro attuale (uno studio che prevedeva rilevazioni fotometriche delle galassie vicine) non prevedeva l’osservazione diretta del cielo, era comunque più che felice di compierlo. A dispetto di ciò, il giorno precedente A aveva dormito poco, ed ad un certo punto sentì chiaramente la sonnolenza salire, si sarebbe probabilmente addormentato, se ad un tratto non fosse accaduto qualcosa di inatteso: improvvisamente, infatti, il grafico dell’intensità di radiazione in tempo reale balzò verso l’alto, per poi rimanere costante: molto strano! Di solito, il passaggio di un satellite causava un’impennata istantanea, che si spegneva, però, subito. Stavolta invece il segnale rimaneva costante nonostante il passare dei secondi e poi dei minuti: quale poteva essere la causa? Non era possibile fosse lo scoppio di una supernova, lo spettro rilevato dagli strumenti era in tutto e per tutto uguale a quello di una stella; non poteva però nemmeno essere il passaggio di un altro sole o di un corpo celeste di qualche altro tipo sconosciuto, visto come era apparso dal nulla. Rinvigorito dalla curiosità di sapere, A lavorò per tutta la notte, cercando di avere immagini più nitide di ciò che aveva individuato, finché la mattina comprese, con immenso stupore (ma anche con una fortissima gioia), cosa esso fosse.

A si risvegliò e subito accese sul telegiornale: ora che erano passati tre giorni dalla sua scoperta, anche la gente era venuta a conoscenza di ogni cosa; e, peraltro, non c’era stato alcun bisogno di divulgare la notizia. L’oggetto misterioso si era infatti avvicinato al pianeta, ed era divenuto visibile ad occhio nudo anche di giorno; e, con lui, ne erano apparsi tanti altri uguali, che avevano circondato il pianeta da ogni direzione, cominciando a ruotarvi intorno. Non c’era bisogno di nessun esperto per dirlo: visto il loro aspetto, ed il fatto che si erano stabilizzati in orbita grazie a manovre certo non dovute solo alla gravità, quelli non potevano che essere oggetti artificiali. Erano astronavi aliene! Il telegiornale non parlava d’altro, e dopo lo spazio per la cronaca arrivò quello degli opinionisti: così, allo spaventato, che auspicava un immediato rafforzamento delle difese militari, si sostituiva l’ottimista, a dire che gli alieni non potevano esser venuti certo con scopi bellicosi, visto che l’avanzamento tecnico da essi raggiunti non poteva che essere accompagnato da un alto grado di civiltà ed era impossibile volessero uno scontro; arrivava quindi lo scienziato, che non esprimeva altro che la sua esaltazione per quello che era il primo contatto in assoluto con una forma di vita non nata sul pianeta. A, da par suo, propendeva per la tesi più fiduciosa. Gli alieni erano lì non certo per combattere: se già loro, ben più arretrati tecnologicamente, erano riusciti a mettere fine ad ogni guerra da diversi anni, non c’era alcun pericolo che i visitatori potessero essere aggressivi. Se fosse stato nel suo carattere, avrebbe preso parte ad una di quelle molte feste messe in piedi per celebrare l’arrivo degli alieni; ed anche se preferiva la riservatezza, in cuor suo si riteneva estremamente fortunato per aver avuto la possibilità di vivere un giorno così importante per l’intera storia del mondo.

Che si sbagliava, lo poté constatare solo poche ore dopo, ancora una volta davanti alla televisione. Era l’ora di cena e fuori era quasi buio, ma nei fusi orari più ad ovest il sole era ancora alto; era proprio una città ad occidente il luogo in cui si trovavano tutti i reporter. Una delle navi si era infatti improvvisamente abbassata quasi al livello del suolo, rimanendo sospesa in aria in qualche modo, iniziando subito dopo ad emettere un bislacco suono, che si ripresentava ad intervalli regolari, ed andando avanti per ore. Visto che la pausa tra un segnale e l’altro era fissa, si aspettava in silenzio quando il prossimo sarebbe arrivato; ma il momento predestinato giunse e passò, senza che nulla accadesse. Poi, senza alcun preavviso, si sentì come un boato, proveniente dall’alto; subito dopo, dalla fessura che si era in quel momento aperta nella nave, cominciò a sciamare fuori un numero immenso di piccole navette, che si diressero con decisione verso il terreno. L’entusiasmo schizzò alle stelle, ma fu di brevissima durata: gli alieni cominciarono infatti subito a sparare, ed il video si riempì di sfere di fuoco; l’ultima visione fu la faccia terrorizzata della giornalista, prima che la linea cadesse ed il video tornasse sulle facce spaventate degli anchorman in studio. Anche A era sconvolto: non poteva credere a quello che aveva visto e ne fu immensamente turbato; poi i giornalisti annunciarono che pure le altre astronavi avevano cominciato ad avvicinarsi, e fu il panico più totale.

I tre giorni successivi furono di sgomento totale, per A: ogni telegiornale parlava dell’invasione ormai in atto, di come gli alieni bombardassero sistematicamente ogni città, per poi scendere a finire i superstiti, senza risparmiare nessuno; quando invece qualcuno riusciva a sfuggire, raccontava di come essi fossero piccoli, ma terribili, nonché della loro particolarità più vistosa: una tuta protettiva, che li mascherava totalmente, non rendendo possibile capire il loro reale aspetto. Alcuni giornalisti, armandosi di coraggio, andavano sui luoghi in cui il nemico era già passato, trovando mucchi di cadaveri, ammassi di macerie e corpi che recavano ogni segno di atrocità e di sadismo; ciò successe però solo per i primi giorni, perché poi gli invasori si accorsero di loro, e vi furono ovunque massacri di reporter, trucidati in diretta, nell’orrore rassegnato dei presenti in studio, che ormai quasi si erano abituati a quel genere di raccapriccio quotidiano. I servizi peggiori erano però quelli sull’esercito: mostravano i soldati stanchi e sfiduciati, che riferivano di non poter fare assolutamente nulla per contrastare gli alieni. Le loro tecnologie erano talmente avanzate, che era difficilissimo anche solo abbattere una nave o uccidere un soldato, figurarsi vincere una battaglia. Giunse l’alba del quarto giorno ed A era devastato: non aveva praticamente più dormito, non andava più a lavorare, aspettava solo che la fine arrivasse. La prostrazione fisica in cui era piombato, quella mattina lo fece infine crollare addormentato; ma fu un sonno molto breve. Un’esplosione lo risvegliò, gettandolo ancor più nello sgomento: il nemico doveva essere oramai alle porte. Al boato ne segui un altro e poi ancora, sempre più vicino, finché un ultima esplosione squarciò la sua casa; quasi senza accorgersene, A si ritrovò all’improvviso nell’oscurità più totale, ma inaspettatamente ancora cosciente. Intuì subito che casa sua gli era crollata addosso, ma i detriti sopra di lui si muovevano: doveva essere, in qualche modo, vicino alla superficie, avendo avuta la fortuna di non essere sommerso totalmente dalle macerie. Lentamente, cercò di alzarsi: aveva probabilmente una gamba rotta, ed altre ammaccature in tutto il corpo, ma riusciva lo stesso a muoversi ancora senza troppi problemi. Con tutte le sue forze, puntò verso l’alto, scavando e scostando i detriti; dopo qualche minuto, da una fessura cominciò a filtrare la luce. Qualche altro minuto ed A era fuori. Si ritrovò davanti ad uno spettacolo desolante: la bella cittadina dove aveva vissuto era ora un cumulo deserto di macerie e solo il fumo si muoveva ancora, dando al tutto un’atmosfera ancora più spettrale. Devastato da quella visione orrida, il giovane si accasciò a terra: solo in quel momento notò che da dietro una pila di cemento erano spuntati due alieni, che lo avevano visto e si stavano avvicinando velocemente a lui. Spaventato, ma anche oramai rassegnato al proprio destino, A li guardò avvicinarsi lentamente senza far nulla, finché non gli furono vicinissimi: non si aspettava altro che gli puntassero addosso le loro armi e lo facessero subito fuori. Invece, i due si limitarono a guardarlo, emettendo qualche strano suono; quindi, lo raccolsero ed iniziarono a trascinarlo via, mentre lui si sentiva sempre più debole, e cadeva presto in un buio oblio.

Si risvegliò, intontito, in un ambiente luminosissimo. Subito, si accorse che la testa gli girava e non riusciva a respirare molto bene; quindi, vide di essere imprigionato in mezzo a quattro pareti di vetro, fuori dalle quali vi erano alcuni alieni, in una tuta bianca molto diversa da quella dei soldati, che gli giravano attorno e lavoravano con alcuni strani macchinari, emettendo quei bizzarri suoni che dovevano essere, evidentemente, la loro lingua. Per alcuni minuti, A non osò fare nulla, nemmeno mostrarsi sveglio; poi, ormai stanco, si tirò in piedi, al che subito gli alieni si girarono quasi tutti a guardarlo. Nonostante non vedesse i loro volti, il giovane intuì che quegli esseri dovevano essere probabilmente biologi, che stavano esaminando lui, per loro una forma di vita aliena quanto loro per lui. A provò a parlare e ad esprimersi a gesti, ma gli alieni non gli prestavano per nulla attenzione: erano solo intenti a squadrarlo ed a parlare tra loro, e sembravano non curarsi quasi che lui fosse lì. Quella situazione però durò molto poco: gli scienziati smisero presto di chiacchierare, e subito dopo A sentì un rumore sordo: avvertì immediatamente un lieve flusso d’aria sulla faccia, e contemporaneamente sentì la vista annebbiarsi. Doveva essere qualche veleno gassoso, capì, mentre il panico lo coglieva: ormai ne era certo, stava per morire. Fu in preda a tale terrore che accolse la rivelazione che avvenne giusto qualche secondo più tardi. Da una porta di quella sala entrò infatti un altro scienziato, che non indossava però la parte superiore della tuta: A poté così ammirarne le spaventose fattezze. Il suo aspetto era veramente terrificante: quella strana peluria che ricopriva parte del suo volto, minuscolo ma bestiale, quella pelle biancastra, quasi da spettro… e poi quegli occhi! Ne aveva addirittura due, piccoli ed infossati nel viso ed il loro sguardo era colmo di malvagità. Un cupo orrore prese a quel punto A; le sue gambe non lo ressero più, e così il giovane si accasciò al suolo, giusto un istante prima di esalare il suo ultimo respiro.

«Joe, per l’amor del cielo, indossi subito un casco! Non sappiamo ancora se questa forma di vita extraterrestre potrebbe in qualche modo danneggiare l’uomo o meno!» urlò il professor Morgan, adirato come non mai. Il dottor Joe Pogson si accorse solo allora di essersi tolto in precedenza, sovrappensiero, la parte superiore della divisa, e corse a prenderne una da quelle di riserva, appese al muro di fronte.
«E’ morto, eh?» fece, una volta che si fu sistemato.
«Già. Mi sarebbe piaciuto tenerlo in vita ancor un po’ dopo i prelievi che gli abbiamo fatto, era interessante: sembrava quasi voler comunicare con noi, non come la maggior parte degli altri, che si agitano impauriti e basta.» rispose Morgan
«E perché non l’hai fatto? Sei il capo, dopotutto…»
«La nave-zoo è del tutto al completo, però, e poi ce ne sono alcuni altri, come lui, pochi ma ci sono. Non valeva perciò la pena di disturbarsi a scambiarlo con un altro.»
«Ho capito. E’ un peccato, però…» disse Pogson, tornando a fissare con un po’ di tristezza il corpo del ciclope, ormai inerte dentro al contenitore. Ne aveva visti tanti, ma gli facevano sempre un po’ impressione: le strane escrescenze sulla sommità della testa e sotto il collo, la pelle violetta, e poi l’unico occhio, grande ed al centro della testa, che tanto ricordava i mostri presenti nella mitologia antica, se non altro per il suo aspetto ferino ed aggressivo. Eppure, nonostante tutto Pogson li trovava affascinanti, ed era stato tra i pochi ad essere contrario alla missione di guerra su quel pianeta, che a quanto si sapeva i nativi chiamavano “Xur” ma che ora era stato denominato, in via provvisoria, “Terra 41”. Ricordava ancora quando, qualche anno prima, si era arruolato nell’esercito, sognando di scoprire qualcuna di quelle specie di quei batteri che si raccontava fossero l’unica forma di vita sui primi pianeti esplorati. Grande era stato lo sgomento, quando aveva scoperto che ogni pianeta conquistato era abitato non da organismi unicellulari, ma da vere e proprie civiltà moderne, distrutte per lasciar spazio ai terrestri. L’uomo era avido, purtroppo e di mondi non ve ne erano mai abbastanza; tuttavia, terraformare un pianeta costava troppo, meglio rubarne a qualche civiltà, distruggendola. Pogson si era arrabbiato, e successivamente si era lamentato ad ogni missione; le sue proteste erano state tuttavia sempre blande. Dopotutto anche lui era un pavido essere umano, e di quel lavoro aveva proprio bisogno.

Un mese dopo, Terra 41 era completamente libera da ogni forma aliena: la flotta umana poteva così ripartire. La procedura standard imponeva, tra le altre cose, di espellere i rifiuti nel vuoto, prima del salto nell’iperspazio.
«E tu cosa ci fai qui?» chiese Pogson, più a se stesso che a qualcun altro, alla vista del corpo dell’alieno. Stava guidando la squadra delle pulizie in una cella frigorifero, indicando quali campioni erano ormai inutili e si potevano gettare e quali invece era importante tenere; non si aspettava, però, che dietro un angolo avrebbe trovato, per una curiosa coincidenza, proprio il cadavere dell’alieno che aveva visto morire.
«Non so perché questo sia qui, ma bisogna espellerlo, di sicuro non può restare, potrebbe divenire pericoloso per la nostra salute se si scongela, anche se è avvolto nella plastica. Qualcuno mi aiuti a portarlo via.» disse Pogson agli uomini delle pulizie. Uno di loro prese il grande corpo dell’extraterrestre per un estremità, mentre lo scienziato lo afferrò dall’altra ed insieme lo trascinarono fuori dal frigorifero, fino alla zona smaltimenti. Misero il cadavere in uno dei vani appositi, quindi Pogson premette il contatto: nel giro di un istante, la camera si era svuotata nello spazio. L’inserviente tornò subito al lavoro, ma il biologo rimase per un momento a guardare, con un po’ di tristezza, il corpo dell’alieno che volteggiava nel vuoto; poi, conscio di avere ancora molto lavoro da fare, girò i tacchi e se ne tornò nel frigo. E così, mentre il calore del rientro nell’atmosfera di quello che un tempo era stato il suo natale Xur, disintegrava il poco che rimaneva di A, l’astronomo alieno, le navi terrestri saltavano una dopo l’altra nell’iperspazio, dirette verso un nuovo pianeta e verso la prossima civiltà che la sete di potere dell’uomo avrebbe sterminato.

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