giovedì 11 ottobre 2012

Mistici vecchi bardi

Dopo quasi tre mesi dall'ultimo racconto, ho finalmente ne ho finalmente terminato uno nuovo, oltre ad essere andato avanti con almeno cinque altri racconti (ed è anche questo uno dei motivi per cui ho avuto questa pausa, la divisione delle mie forze in cinque parti), dei quali due sono parecchio avanti; tra di essi, c'è anche il racconto "capolavoro", quello tanto lungo che ormai sta quasi diventando un mini-romanzo, ormai a pochi passi dalla propria realizzazione. Tornando a noi, questo racconto è un tributo lunghissimo ai Blind Guardian (anche detti "I Bardi"), il mio gruppo musicale preferito, e metaforicamente racconta come la loro musica è riuscito a rendermi una persona più felice; è inoltre infarcito di citazioni alle loro canzoni (e, se vi va, fate un gioco: cercate di trovarle tutte!). Detto questo, non mi resta che augurarvi una buona lettura!

Mistici vecchi bardi

Era un periodo molto infelice, per me. Ero molto depresso, non avevo nessuno al mondo, e mi sentivo solo e poco amato. La mia vita non aveva alcun senso, nessuna direzione, niente radici, niente punti fissi, e la mia unica speranza verso il futuro era che tutto sarebbe finito al più presto possibile. La sera, prima di dormire, sdraiato sul letto, piangevo e pregavo Dio per un aiuto, ma egli rimaneva silente, come se mi avesse dimenticato; oggi so che non esiste affatto, ma nell’ingenuità di quei tempi ancora credevo (ora quasi me ne vergogno). Ogni giorno passava sempre uguale a quello precedente ed a quello che sarebbe seguito poi, e non c’era scampo alle sofferenze, solo una lunga serie di momenti di perdizione, senza il benché minimo senso. Non ero sempre stato così: da giovane, ero stato un ragazzo allegro e solare, il che era ancor peggio: il ricordo della felicità passata ormai andata era insopportabile, ed il fatto che la Terra, da parco giochi, si fosse trasformata in un deserto per me, dove non era rimasto nulla a parte le lacrime, mi abbatteva ancora di più; così rimanevo seduto nella mia stanza, ove l’inverno mi avvolgeva anche d’estate, ed ogni cosa mi scivolava addosso. Avevo quasi deciso di porre fine a tutte le mie sofferenze definitivamente, uccidendomi; l’avrei anche fatto, se non fosse stato per un evento che cambiò radicalmente la mia vita.

Una sera simile a tutte le altre ero nella mia camera, a vegetare tristemente, quando qualcosa di molto strano avvenne. Come un sesto senso misterioso, senza preavviso, si attivò nella mia mente, facendomi percepire con stupore che c’era qualcuno là fuori, nella notte. Lo distinguevo chiaramente: vi era una qualche presenza arcana all’esterno, e chissà come sapevo anche che aspettava proprio me! Senza pensarci due volte, uscii dalla finestra (abitavo al piano terra) e cominciai ad inseguire l’essere di natura sconosciuta, che intanto aveva cominciato a muoversi; corsi molto a lungo, tanto che presto le abitazioni lasciarono posto ai campi, e poi ai boschi. Ad un certo punto, il sesto senso scomparve come di colpo: e, come risvegliandomi dalla strana trance in cui solo in quel momento realizzai di esser caduto, mi accorsi di essere nel pieno di una foresta, tra gli alberi, in una notte senza Luna, con le tenebre che mi circondavano. Dov’ero? Dopo un po’, mi accorsi che non era totalmente buio: vi era come uno strano baluginare che rischiarava appena, e veniva da una direzione ben precisa. Mi avviai, e ben presto scorsi la fonte di luce: era un grande fuoco, e da esso proveniva un vociare, come di una folla di persone. Rapito da quella visione mi spinsi ancora più avanti, senza timore; così, finii in una radura circolare, ove si trovava una piccola moltitudine, seduta in cerchio intorno al falò. Uno dei presenti mi notò, e subito avvertì gli altri, che si voltarono tutti verso me: mi sentii enormemente in imbarazzo, ma subito dopo in molti mi accolsero sorridendo, rincuorandomi un poco. Mi fu fatto cenno di unirmi al cerchio, e sebbene fossi molto restio a causa della mia timidezza estrema, alla fine accettai. Guardando meglio, notai che, isolati dagli altri, c’erano quattro uomini incappucciati, con in mano degli strumenti musicali. Mi venne spiegato che essi erano bardi, cantori girovaghi insomma, e che tutta quella folla era lì per ascoltare i racconti e le canzoni di quegli uomini. Interessato, aspettai qualche minuto, dopodiché il silenzio calò, e lo spettacolo ebbe inizio.

I bardi si alzarono improvvisamente, e cominciarono a raccontare una storia, in maniera corale. Era il racconto fantasy di un uomo dalla bassa statura, una specie di gnomo, o qualcosa di simile; ma la sua “piccolezza” non gli impediva di compiere grandi imprese. Così, egli intraprese un lungo viaggio: sfidò i giganti più volte, trovò una bizzarra creatura a cui rubò un oggetto magico in grado di dargli l’invisibilità, viaggiò attraverso paesi incantati e fitte foreste, fino ad arrivare alla montagna dove un grande drago custodiva avidamente i suoi tesori. Con l’astuzia, il piccolo uomo riuscì a provocarlo, al che cominciò a sfogare la propria rabbia sugli uomini della città vicina, i quali colsero però l’occasione per uccidere il mostro. Si scatenò quindi una folle battaglia per spartirsi l’oro ormai senza padrone, ma alla fine il bene trionfò, ed il piccoletto poté tornare a casa, conservando però nel cuore la sua bellissima avventura. La storia finì, e subito i quattro bardi attaccarono una meravigliosa ed evocativa canzone, che parlava di avventure epicissime, del tempo e di una torre nera. Anch’essa terminò dopo un po’, e mentre il pubblico acclamava i musicisti e discuteva di quanto appena ascoltato, il mio pensiero correva proprio al racconto. Un pensiero proveniente da chissà dove, che sembrava quasi estraneo a me, mi balenò nella mente: se anche quel piccolo uomo era riuscito a superare il suo difetto e ad avere avventure inimmaginabili, perché io non potevo fare lo stesso e vincere ansie e tristezze, cominciando a vivere davvero? Sul momento fui abbastanza restio, il cambiamento mi spaventava sempre (ed è così in parte anche adesso); e poi, subito dopo, un nuovo racconto cominciò, interrompendo i miei pensieri.

Stavolta, il mondo in cui la novella era ambientata era il nostro, o così sembrava, anche se il periodo era il medioevo. La storia principale parlava di un monarca, il più grande mai esistito nella sua terra, annunciato da una profezia che descriveva la sua grandezza chiamandolo “re che era e che sarà”, e di un grande mago, suo consigliere. Il vero protagonista del racconto, attraverso i cui occhi esso era narrato, era però il figlio illegittimo del sovrano, un giovane condannato dal destino, fin dalla nascita, ad uccidere e venir ucciso da suo padre, e che non poteva far nulla per evitare questo suo fato nefasto, spinto dalle forze della sorte, troppo grandi per poter essere contrastate. Dopo molti avvenimenti, alla fine il destino si compì, e il ragazzo fu contento: nonostante, al contrario di suo padre, egli sarebbe stato considerato dalla stragrande maggioranza dei posteri come un abominio, assassino del proprio sangue, non gli importava, l’unica cosa a cui pensava mentre scompariva nell’abisso era che finalmente poteva riposare in pace. Il racconto terminò, e come la volta prima i bardi iniziarono una canzone. Questa parlava di casate nobiliari in lotta per il potere, ma l’ambientazione era particolare, fantascientifica anziché medioevale, con astronavi e viaggi spazio-temporali; al centro di tutte le battaglie vi era un pianeta desertico, l’unico a produrre una risorsa preziosissima; dopo un po’, il brano finì, lasciando il posto al brusio della folla. Anche quest’altra storia mi diede da pensare: il giovane protagonista mi assomigliava molto. Come me era incompreso da tutti, e come me accettava di malavoglia il proprio destino (il mio prevedeva solo la solitudine, ma non era migliore, pensavo) senza però riuscire a fare nulla per cambiare. Sarebbe stato così anche per me? O il fato aveva qualcosa di diverso per me? Non sapevo, ma speravo con tutto il cuore che qualcosa potesse mutare. Ci pensavo ancora, quando la folla si zittì, segno che un’altra novella stava per prendere vita .

I bardi declamarono il racconto più lungo della serata, almeno il doppio di ogni altro precedente (ed ora posso dire” anche seguente”); ma non era solo la lunghezza a distinguerlo dagli altri. La trama, infatti, non saprei raccontarla, tanto era intricata e complessa! A grandi linee, comunque, la storia era ambientata in un mondo fatato nel quale inizialmente esistevano solo gli dei, la maggior parte dei quali buoni; ma ve ne era anche uno, il più potente, dallo spirito man mano sempre più malvagio, che contrastava sempre gli altri suoi simili. In ogni caso, ad un certo punto si risvegliano altri esseri, immortali ma non divini, figli di colui che stava ancor sopra agli dei, l’autorità assoluta dell’universo. Inizialmente queste creature vivevano in pace insieme agli dei, ma poi una parte di essi si rivelò passionale e troppo suscettibile. Il dio nemico ne approfittò, e così una parte di questi esseri si recarono nella terra da lui abitata, per combattere le sue armate infernali. Da lì in poi, si susseguirono battaglie e guerre senza fine; nel mentre arrivò anche un'altra razza di esseri, questa volta mortali (comuni uomini, in pratica), che si allearono con gli immortali e combatterono il dio malvagio, anche se alcuni furono plagiati da quest’ultimo. Vi furono enormi guerre, con il nemico che avanzava piano nella conquista, mentre tanti valorosi guerrieri del bene morivano; e poi storie di intrighi e di tradimenti senza fine, con alcuni episodi a lieto fine ma la maggior parte tristi, senza spiragli di luce. Sembrava ormai quasi finita, con il male che stava per conseguire la vittoria finale ed abbattere la luce, quando gli dei decisero finalmente di scendere in guerra. Il conflitto che ne seguì fu violentissimo, e cambiò addirittura la morfologia del territorio, con intere aree che sprofondarono nel mare; ma alla fine il nemico fu sconfitto. L’oscurità non era stata distrutta del tutto, ma i bardi decretarono la fine (con un po’ di disappunto di tutti i presenti): quella era un’altra storia. Così, dopo questa conclusione, il gruppo attaccò un pezzo musicale, ancora una volta molto bello, che narrava questa volta dei riti pagani, i quali risultavano diabolici agli occhi dei cristiani dalla mente chiusa, ma che non eran altro che riti di passaggio, di cambiamento e di rinascita, delle allegre feste per ringraziare la natura di quanto aveva dato agli uomini. Anche questa canzone terminò, e subito cominciò il solito ciarlare: e anche io cominciai, come sempre, a riflettere. Non è come molti bigotti pensano, che il fantasy sia deviante, o che estrani le persone dalla realtà, non è altro che fantasia, nonché un mondo in cui puoi immergerti e dimenticare almeno per un po’ i tuoi problemi. Questo pensiero mi piacque, ma duro solo un secondo, prima di focalizzarmi di nuovo sui cantori, che avevano ricominciato a parlare.

Questa storia era parecchio strana, diversa, e mi colpì particolarmente (probabilmente è per questo che la ricordo meglio delle altre). Era ambientata ancora in epoca medioevale, e parlava di un ragazzo nato cieco, che per non mostrare il proprio handicap, andava in giro sempre incappucciato ed avvolto in una lunga tunica. Col tempo, era riuscito ad imparare a basarsi su odori e suoni per vivere, olfatto e udito erano diventati così sensibilissimi, consentendogli una vita quasi normale. Eppure, nel suo villaggio non era affatto ammirato, al contrario: fin da piccoli, i suoi coetanei l’avevano schernito, cosa del resto normale per dei bambini; solamente che poi la situazione non era affatto mutata, e alla soglia dei venticinque anni il dileggio proseguiva, se possibile con ancor più crudeltà. Lui tuttavia aveva imparato a non curarsi di quello scherno, ed andava avanti diritto per la propria strada. Un bel giorno di settembre, il ragazzo decise di intraprendere un viaggio verso l’ignoto, in solitaria; non lo fece per dimostrare qualcosa, ma solo per se stesso, per il proprio spirito di avventura e per la voglia di vivere e realizzarsi attraverso il viaggio. Nonostante il suo handicap, il giovane girovagò in lungo ed in largo, avventurandosi in luoghi ignoti ai più; eppure, non ne aveva mai abbastanza, e continuava ad andare sempre più lontano, spinto da un’enorme ed insaziabile sete di conoscenza. Ad un certo punto, riuscì a trovare un passaggio, che lo condusse al limite del tempo e dello spazio e poi anche al di là, facendolo giungere in un posto lontano, oltre la realtà di tutti i giorni, ove vi erano cose che nel mondo reale vivevano solo nell’immaginazione; ma lì, dall’altra parte, esistevano davvero. Ivi compì gesta eroiche: combatté creature mitologiche (tra cui un essere mezzo uomo e mezzo drago) e salvò intere nazioni con la sua intelligenza e le sue particolari capacità sensoriali, diventando addirittura l’eroe più grande mai apparso in quelle terre. Quando tornò al villaggio, dopo molti anni, portò esperienze, ricchezze e oggetti fatati, e tutti davanti a tutte quelle prove delle sue imprese, dovettero credergli: così il ragazzo, ormai divenuto uomo, nonostante lo scherno degli anni passati, divenne l’idolo dell’intero paese. Gli fu conferito il titolo di Guardiano, una carica prestigiosa ed importantissima, ma che prevedeva anche la responsabilità più alta nella protezione del popolo e dei suoi averi. Il resto è poi leggenda, ed il Guardiano cieco è rimasto, ancor oggi, nei cuori di tutto il villaggio. Il racconto terminava così, e venne subito seguito da una nuova canzone. Si parlava ancora di fantascienza, ma non vi erano guerre cosmiche o viaggi nello spazio, al contrario, affrontava l’amicizia di un umano con un alieno, e parlava delle emozioni di quest’ultimo, del suo modo di vedere la Terra ed i suoi abitanti, ma soprattutto della sua tristezza nel dover tornare a casa, senza poter mai più rivedere il suo compagno terrestre. La canzone era come sempre stupenda, ma finì presto, e mentre tutti parlavano, i miei pensieri vagavano, spingendosi nei meandri più profondi della mia mente. Come aveva fatto il ragazzo, senza la vista, a riuscire in tutte quelle imprese? Anche io avevo molti problemi, anche se non paragonabili alla cecità, eppure ce la facevo a stento ad andare avanti, e la vita per me era sofferenza: perché non poteva essere per me come era stato per lui? Questo pensiero si impresse a fuoco nella mia mente, e subito mi venne a cuore la volontà di trovare una risposta ai miei dilemmi. Cercavo di capire come fare, quando il silenzio scese ancora una volta sulla radura, subito riempito dalle voci dei bardi.

La novella successiva era ambientata in un mondo fantasy particolarissimo, in cui le stagioni duravano anni ed anni, ove vi era un regno composto di sette parti, e dominato dal feudalesimo medioevale. Il punto di vista era quello dei potenti e dei nobili, ed il racconto narrava appunto le loro vicende, i loro intrighi, le loro vite, per giunta in una maniera molto diretta e cruda: morte, violenza di ogni tipo e sesso erano presenti ovunque. La storia si concentrava poi su un bambino molto giovane, ma già condannato a passare una vita da paralitico, dopo una rovinosa caduta da una torre. Eppure, il ragazzino non si arrendeva, continuava a lottare con tutte le sue forze, aiutato dai suoi compagni e dal potere che si era risvegliato in lui, che gli consentiva di entrare nel corpo del suo lupo domestico, col quale camminava. Man mano che proseguiva il racconto, la trama si faceva sempre più interessante ed avvincente: comparivano man mano migliaia di personaggi, e l’oscurità avanzava sempre più, al che io rimanevo senza parole. Purtroppo, ad un certo punto la storia terminò senza neanche un vero finale, con mio sommo dispiacere, ed iniziò una nuova canzone, su guerrieri nordici che nonostante la propria potenza in battaglia, attraversavano un periodo di immensa crisi, visto che i loro dei sembravano averli abbandonati. Il brano musicale fu breve, e venne seguito da un lungo dibattito. Anche allora, la mia mente vagò a lungo, riflettendo sul coraggio del protagonista. Anch’egli aveva avuto molta sfortuna nella propria vita ma non aveva mai abbandonato la speranza di poter tornare a camminare, era sempre andato avanti imperterrito senza piangersi addosso, come invece probabilmente avrei fatto io: certamente una persona ammirevole, nonostante fosse ben più giovane di me. Mi stavo per interrogare se non fosse il caso di prendere esempio da lui e dalla sua maturità, quando un nuovo racconto cominciò.

Era un racconto ambientato nel nostro mondo, ai giorni nostri. Non c’erano protagonisti, si parlava solamente, in maniera romanzata, dei giochi di potere intrapresi dai potenti del mondo, mentre i “piccoli” erano da essi mandati a morire contro un nemico artificiale senza motivo, ingannati dalla promessa di pace e di libertà, che non erano che vuote parole dietro alle quali si celavano ambizione e cupidigia. Gli stessi capi di stato finanziavano poi la ricerca militare, con soldi spendibili per aiutare la gente, ma usati invece solo per creare armi sempre più avanzate, che arrivavano nello spazio ed erano sempre più efficaci nel loro atroce compito di sterminio. Andando avanti nel tempo, sembrava davvero imminente il giorno in cui sarebbe scoppiata una guerra così gigantesca e totale che avrebbe spazzato via l’intera umanità dalla Terra. I bardi conclusero la storia dicendo che tutto ciò era realmente successo, ed anche se ai giorni nostri sembrava tutto passato, comunque non bisognava mai abbassare la guardia, perché quelle situazioni potevano riproporsi; quindi, partirono con una canzone molto ariosa, che aiutò a dissolvere le ombre che quel racconto aveva creato. In essa, si parlava di due giovani ragazzi, che si amavano ma per colpa di un destino avverso non potevano stare insieme; eppure, si erano promessi di attendere che le condizioni fossero mutate per coronare il proprio sentimento. Alla fine il fato gli arrise, ed il loro amore durò fino alla fine del mondo. Seguì il solito brusio, ed io pensai, per una volta, anche alla musica: nel cuore sentii che l’amore era veramente importante, ed anche se io, per colpa di alcune esperienze avverse nel mio passato, avevo quasi odiato questo sentimento, comunque adesso capivo che tutti, anche io, ne avevamo bisogno, soprattutto perché l’odio generava solo morte e guerra. Ero arrivato a questa conclusione, quando le chiacchiere si interruppero, e cominciò un racconto, l’ultimo della serata, come annunciato.

Anche questo fu un racconto molto lungo e tortuoso. Si parlava di una titanica guerra tra una potenza straniera e conquistatrice ed una città stato assediata, che era durata già quasi dieci anni, ma nonostante ciò continuava imperterrita. La protagonista della novella era un’indovina, e coi suoi poteri di preveggenza aveva ormai da molto tempo potuto vedere il destino dei suoi compatrioti, e della città: c’era solo rovina davanti a loro, e morte, e disperazione . Nessuno però le credeva, anche visto che i nemici sembravano essere ormai logorati, al contrario ella veniva tacciata di essere un uccello del malaugurio, e disprezzata da tutti. Il racconto si soffermava in particolare su ciò che nel suo cuore albergava: c’era tristezza, rassegnazione, sconforto in quell’anima così complessa e tormentata, che così tanto desiderava morire e al tempo stesso piangeva la futura perdita della città, della sua cultura, di poemi e racconti, di tutta la bellezza e la santità di quel luogo, dove poi ci sarebbe stato solo silenzio. Ad un certo punto, il piano nemico entrò in atto: essi, con grande astuzia, fecero credere di essersi arresi, lasciando come pegno di pace una gigantesca statua di legno. Eccitatissimi, gli abitanti della città portarono la statua in città, senza sapere che nel suo ventre si nascondeva un commando di soldati nemici, pronti ad aprire le porte della città al grosso del loro esercito una volta che la notte fosse scesa e tutti avessero dormito. La veggente, grazie alle sue capacità, era l’unica che ne era a conoscenza: ma ancora una volta, non venne ascoltata, bensì ancora sbeffeggiata . Così la città cadde e fu rasa al suolo, con quasi tutti gli abitanti uccisi; e poi, come in quel luogo, nella radura non vi fu che silenzio, solo il calmo vento risuonò per qualche minuto, quasi a commemorare la tristezza di quella storia. La canzone stavolta non vi fu, ed anche il discorrere che cominciò dopo un po’ fu molto tenue e soffuso. Nel frattempo, io riflettevo fittamente: nonostante la sua tristezza, quella era una tra le storie più belle, imponenti ed epiche che avessi mai sentito, pieno d’emozioni com’era, qualcosa di mai provato prima d’allora.

Dopo qualche minuto, i bardi spezzarono il silenzio, con poche parole di saluto: speravano che i racconti e le canzoni nella foresta fossero piaciute a tutto il pubblico, e che l’indomani avrebbero intrapreso un viaggio nelle tenebre, per raggiungere altri luoghi e rallegrar altre persone con il loro spettacolo. Mentre tutti andavano via dalla radura, da soli o insieme, parlottando tra loro, io rimasi lì, fermo. La mia timidezza estrema mi tratteneva, ma volevo parlare di persona coi cantori. Ce l’avrei fatta? Lo speravo, ma non lo sapevo, visto quant’ero introverso. Infine, mi decisi, e tirando fuori tutto il coraggio e la forza d’animo che avevo, mi presentai a loro, ma purtroppo riuscii solo a balbettare: quasi pensavo di andarmene, dopo quella figuraccia, quando il loro capo mi sorrise, e indirizzò verso di me parole gentili, che mi fecero capire di non aver fatto nessuna brutta figura. Mi fecero sentire, per la prima volta nella mia vita, non sbagliato, giusto, e il cuore mi si riempì di qualcosa di nuovo, una gioia mai provata prima! Mi sentii commosso, ma trattenni le lacrime, e riuscendo a parlare quasi normalmente (era come se mi avessero messo a mio agio, e la timidezza fosse in gran parte sparita), feci loro, in forma di metafora, la domanda che era presente nella mia mente sin dal terzo racconto: gli chiesi come era possibile che un cieco potesse essere un guardiano, quando tale carica implica nel nome stesso di dover guardare. La risposta dei bardi fu semplicissima, ma geniale: mi risposero “perché lo voleva”. Al principio non capii, ma poi, mentre i cantori si congedavano con cortesia, pensandoci, cominciai a comprendere: il giovane aveva compiuto tutto per forza di volontà, e se ce l’aveva fatta con essa, nonostante tutto, ce la potevo fare anche io! Pian piano, pensandoci, ne divenni assolutamente certo: ogni racconto aveva un messaggio diverso, ma tutti mi erano molto utili, e volevano dire una cosa sola: che dovevo smettere di vegetare, come avevo fatto fino ad allora, e cominciare a vivere davvero; ed anche se prima forse non ci sarei riuscito, sentivo che l’atmosfera mistica e magica di quella sera aveva cambiato tutto. Le lacrime cominciarono a sgorgare allora, e piansi dalla gioia, mentre la luce del Sole, che ormai stava sorgendo, diradando le tenebre dal cielo e dalla mia anima, mi avvolgeva completamente, in tutta la sua potenza.

Non ricordavo di essermi addormentato, quando venni svegliato da delle voci, che si avvicinavano. Aprii gli occhi, e la prima cosa che vidi fu un grosso cane che mi stava vicino: saltai dallo spavento, avevo sempre avuto paura dei cani. L’animale era però al guinzaglio, e fu tirato indietro; potei così ammirare come nella radura fosse pieno giorno. Ero circondato da tante persone, poliziotti, tra le quali c’era anche mia madre, in lacrime. La prima cosa che fece fu chiedermi se stavo bene, al che io le risposi di si: e subito sentii che era la verità, non l’avevo detto tanto per dire! Ero stato triste, almeno fino al giorno precedente, ma quell’incontro con i cantori mi aveva cambiato totalmente la vita. Tutti quei racconti e quelle canzoni avevano in qualche modo influito su di me, mi avevano aperto davanti un mondo che prima nemmeno potevo immaginare, ed ora lo vedevo in maniera completamente diversa. Ero vivo! Dopo il mio ritrovamento, tornai a casa, ma non fui più infelice: era come se la gioia, nascosta da qualche parte in me, fosse venuta fuori! Così, da allora, anche se periodi tristi capitarono, come è del resto normale per tutti, non fui più depresso: la storia del guardiano cieco rimase sempre nel mio cuore, ma soprattutto ivi rimasero i bardi, ed io sono sicuro che, finché avrò vita, loro saranno in qualche modo sempre con me.

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