sabato 16 giugno 2012

Ombre evanescenti

Come promesso, ecco il mio nuovo inaspettato racconto. Non ci potevo credere nemmeno io, di solito mi ci vogliono giorni e giorni per scrivere un racconto e anche di più per rivederlo, nelle mie manie di perfezionismo. Invece stavolta tutta la trama è stata scritta in meno di ventiquattr'ore, e ne risulta che il 90% del racconto è scritto di getto, pure se poi è stato corretto in fase di correzione bozze... il restante 10% è stato riveduto ma senza cambiare niente della trama, perciò è come se il racconto fosse davvero scritto di getto. Lo dedico al mio amico Ago, nella speranza che nei prossimi giorni ricominci con le sue serate filmiche, ma spero che anche gli altri miei lettori possano goderselo.

Ombre evanescenti

Ago si sedette sul divano, in attesa. Era tornato da poco dal lavoro ed aveva appena consumato una cena frugale, ora si voleva riposare un minuto, prima di accogliere gli ospiti. Non era un giorno come gli altri, infatti, stavolta era una di quelle sere particolari in cui invitava i suoi amici Giorgio e Mattia a casa sua, per vedere insieme a loro qualche film della sua ampia collezione. Passarono giusto un paio di minuti, poi il campanello della porta suonò, ed era ovviamente Giorgio; e Mattia arrivo nemmeno cinque minuti più tardi. Tutto era pronto, così Ago premette il pulsante “play” ed i tre amici poterono assistere a Magnolia, un film molto bello ma in qualche modo anche assurdo, commentando ogni tanto e scherzando come era loro solito. Le oltre tre ore della durata del lungometraggio passarono veloci, in allegria,ed il film finì quand’era mezzanotte ormai passata: però era venerdì, l’indomani nessuno sarebbe stato costretto ad alzarsi presto, perciò Ago propose ai suoi amici la visione di un altro film. I due erano un po’ titubanti, dopotutto era tardi, ma alla fine decisero di accontentare l’amico e rimasero. Il giovane padrone di casa si alzò dal divano per cambiare film, ma non fece in tempo nemmeno ad arrivare davanti alla tv che la corrente improvvisamente andò via, gettando l’intera sala nel buio totale. Fu un blackout brevissimo, dieci secondi al massimo, eppure il ragazzo si turbò: perché i suoi amici avevano smesso di parlare, invece di commentare l’assenza di luce con il loro solito piglio scherzoso? Dopo i dieci secondi, l’elettricità tornò, e lo schermo televisivo vuoto ma luminoso re-illuminò la stanza: così Ago si accorse, sgomento, che Giorgio e Mattia non c’erano più, si erano come volatilizzati. Era uno scherzo di qualche genere? Eppure qualcosa non quadrava, anche se sul momento il giovane ci fece poco caso. Non aveva sentito rumori di alcun genere, nemmeno il lieve suono che faceva il portone quando veniva aperto: così i suoi amici dovevano per forza essere ancora all’interno della casa, da qualche parte. Iniziò a cercare attentamente dalla cucina, poi andò in bagno e in camera sua, ma non li trovò. A quel punto si arrabbiò anche un po’: possibile che si fossero nascosti nella camera dei suoi genitori o in quella delle sue sorelle, magari disturbandone gli occupanti che già dormivano? Usando la massima delicatezza possibile, Ago aprì la porta della camera dei suoi, con l’intento di entrare e dar la caccia ai due burloni senza però dar fastidio a sua madre e suo padre; ma quello che vide lo angosciò non poco. Gli amici non c’erano, ma anche i suoi genitori erano scomparsi, il letto era vuoto. Spaventato, corse nella camera delle sue sorelle: sparite anche loro, la casa era completamente deserta in ogni suo angolo. Centinaia di pensieri si affollarono allora contemporaneamente nel cervello del giovane. Era un’allucinazione? Oppure, che diavolo era successo? Che razza di scherzo di cattivo gusto era quello? L’agitazione lo prese, e per una buona mezz’ora fu divorato dalle ansie, senza riuscire nemmeno a muoversi, come paralizzato; poi però riuscì, con sforzo, a calmarsi almeno un poco. Rimase in piedi fino alle tre del mattino a rimuginare a vuoto; poi però, stremato da tutte le idee irrazionali ed assurde che come palline da ping pong rimbalzavano impazzite dentro alla sua scatola cranica, decise di andare a sdraiarsi nel suo letto. Immaginava che i pensieri non l’avrebbero comunque fatto dormire, ma invece dopo poco che si era coricato riuscì lo stesso ad assopirsi, stranamente, cadendo in un profondissimo sonno senza sogni.

Si svegliò abbastanza tardi la mattina dopo, un po’ stordito. I ricordi della sera precedente si erano affievoliti, così il giovane suppose che poteva essere stata un’allucinazione. Ma cosa l’aveva causata? Poteva esser stato l’alcool? Eppure aveva bevuto giusto una birra, non si era ubriacato nemmeno leggermente, perciò non poteva assolutamente essere. Allora doveva essere stato un incubo: rinfrancato, il ragazzo si alzò e uscì dalla sua stanza. No, non era neanche un incubo: la casa era vuota, esattamente come la sera prima. Non era stato un brutto sogno o un parto della sua immaginazione, e nemmeno poteva essere uno scherzo, a quel punto: era accaduto qualcosa di incomprensibile, forse persino di paranormale. Mentalmente lucido, ma molto in ansia, Ago si vestì rapidamente con i primi abiti trovati casualmente nell’armadio, poi uscì di casa ed andò a bussare subito alla porta dirimpetto alla sua: nessuna risposta, ma forse non erano in casa, o almeno quello il giovane sperava. Decise allora di prendere la macchina e di andare in giro. Si fermò quasi subito, davanti al bar all’inizio della sua strada: le porte erano aperte e i tavolini erano occupati un po’ ovunque da bicchieri, coppette di plastica e altri utensili; ma le persone sembravano tutte sparite improvvisamente, nelle coppe c’erano le tracce del gelato ormai sciolto, e le fette di pizza erano ancora nei piatti di plastica. In preda al panico, Ago riprese la strada imboccando la nazionale, ma non fece in tempo a svoltare la prima curva che trovò un’automobile schiantata contro un edificio. Subito, d’istinto, si fermò e corse verso di essa, ma constatò subito che al volante, ancora una volta, non c’era nessuno, l’auto era un ammasso informe di lamiere, e non c’erano neanche segni di incisioni per estrarre l’eventuale guidatore. Ormai era chiaro, gli amici, i parenti, gli avventori del bar e quell’ignoto conducente si erano praticamente dissolti nel nulla. Come poteva essere successo? Senza una risposta, Ago riprese la strada, e man mano che andava avanti, dappertutto trovava le stesse scene apocalittiche: automobili e motociclette distrutte ovunque, scontrate contro i pali o rotolate giù per le colline. Quegli incidenti avevano tutti una cosa in comune, come si accorse quasi subito: non sembravano infatti frutto di manovre azzardate, di distrazioni o di infrazioni al codice della strada, tutti quanti i veicoli sembravano essere andati semplicemente dritti dove invece c’era una curva, colpendo qualsiasi cosa si trovasse eventualmente all’esterno (e ciò confermava ancor di più la teoria della volatilizzazione delle persone che guidavano). Addirittura, mentre percorreva la superstrada, dovette fermarsi: davanti a lui l’asfalto non c’era più, era stato spazzato via da un gigantesco aereo di linea che vi era precipitato, e ora giaceva di traverso dove prima c’era la carreggiata. Come si aspettava, però, dei passeggeri e dell’equipaggio, vivi o morti che fossero, nessuna traccia, nemmeno il minimo brandello di carne. Possibile che fossero spariti proprio tutti? Dopo aver girato tutte le strade che conosceva ed aver esplorato metà delle Marche in lungo e in largo, senza trovare neanche una sola persona, Ago si rassegnò e tornò a casa, mentre le peggiori ansie l’assalivano. Cercò di distrarsi al computer, ma non ci riuscì, anzi: senza pensarci aprì un browser e andò su Facebook. Internet c’era ancora, e i siti erano on-line come sempre: ma ne in Facebook, ne in alcun altro sito, italiano o straniero che fosse, riuscì a trovare il benché minimo aggiornamento dopo l’ora esatta del blackout della sera prima. Era come se l’intera umanità fosse scomparsa dalla faccia dalla Terra, e solo lui fosse rimasto, l’ultimo uomo al mondo. Ma come poteva anche solo concepirsi una cosa del genere? A quel punto non sapeva più cosa pensare: la tristezza lo colse, e per qualche ora rimase in casa, a meditare sulla propria condizione improvvisa e inaspettata di ultimo sopravvissuto.

La sera arrivò, e Ago decise di distrarsi, visto che stare a deprimersi non serviva a nessuno. Mise su un nuovo film, Bagdad Café, ma verso metà vi fu un nuovo blackout. Subito la speranza affluì nel giovane: ora forse sarebbero ricomparsi tutti! Passarono dieci secondi, poi altri dieci, passò un minuto, due, cinque, dieci, e la luce non tornò. L’illusione del giovane si trasformò così, progressivamente, in delusione, e ad un certo punto una consapevolezza avvilente si fece spazio in lui: la corrente era andata via perché non c’era più nessuno a gestire le centrali elettriche, e prima o poi esse sarebbero andate inevitabilmente in tilt, lasciando solo il buio. In poco tempo, i suoi occhi si adattarono alle tenebre, e si accorse che il salotto non era totalmente buio, poiché dalla finestra filtrava un po’ della pallida luce della Luna quasi piena. Almeno quello celeste era uno spettacolo che non necessitava di elettricità, così Ago si avviò per affacciarsi; ma qualcosa lo fece subito desistere. Con la coda dell’occhio infatti vide un movimento fuori della finestra, appena percettibile; a breve distanza di tempo ne seguì un altro, e un altro ancora, finché tutto cominciò a muoversi. Il buio non gli consentiva di vedere bene cosa stesse succedendo, ma la Luna proiettava sulla sua finestra ombre dalle forme vagamente umane ma molto più grandi e minacciose, danzanti oscenamente come ad un ritmo malefico che il ragazzo poteva quasi sentire, nonostante il silenzio fosse praticamente totale. Erano persone? Non ne aveva idea, ma per qualche motivo che non si sapeva spiegare Ago ne era immensamente spaventato, tanto che per qualche minuto non ebbe il coraggio nemmeno di muovere un muscolo; poi però si riscosse, e tirando fuori tutta la propria temerarietà decise di andare a vedere cosa c’era fuori. Lentamente si mosse dal soggiorno verso il corridoio, andando poi verso il portone: tentando di fare il minor rumore possibile, dischiuse uno spiraglio. Ciò che vide fu insieme sconcertante e confortante: non c’era assolutamente nulla. Pian piano, aprì la porta fino a spalancarla, e poi uscì anche: trovò il vuoto davanti casa, nemmeno un residuo di quanto era accaduto era rimasto. Ecco dunque un nuovo mistero: che cos’erano quelle sagome oscure? Non lo sapeva, ma la cosa lo inquietava, e non poco.

Nei giorni successivi, il ragazzo si organizzò come meglio poté. Andò a prendere in un negozio poco lontano un generatore a benzina, con il quale ridiede corrente alla sua abitazione: ovviamente non lo pagò, come del resto non dovette spendere per il carburante per la macchina e per il generatore stesso. Eppure sapeva che prima o poi la benzina sarebbe esaurita in ogni distributore raggiungibile, non essendoci più nessuno a produrla. Internet non era più una risorsa, con il blackout, che sembrava essere mondiale, ormai tutti i server si erano spenti, e tutti i siti erano perciò andati offline permanentemente; ma la carta stampata era ancora disponibile. Così, dai manuali usati dagli operai addetti Ago imparò, nelle tante ore libere che a quel punto aveva, come montare dei pannelli solari e farli funzionare: e ricoperto l’intero tetto suo e dei vicini, seppur in maniera poco elegante, poté dopo un paio di mesi fare a meno persino del generatore. Il vitto non era un problema: certo, la maggior parte del cibo che si trovava nei negozi non era più commestibile, senza più la refrigerazione dei frigoriferi o passata la data di scadenza; ma c’era anche tantissimo cibo in scatola con scadenza lontanissima, ed anche se un po’ gli dava fastidio dover mangiare solo quel tipo di alimenti, comunque non era un grattacapo. La seccatura più grande era doversi fare scorte d’acqua, visto che le pompe che portavano l’acqua in quota senza elettricità non lavoravano più e i rubinetti, di conseguenza, erano divenuti inutili: ma vista la vicinanza con la fonte di Gorgovivo, nemmeno questo era un problema poi così importante. Sul piano fisico, insomma, non c’erano grosse difficoltà: ma sul piano emotivo la solitudine era destabilizzante psicologicamente, non passava giorno che non pensasse almeno un poco alla propria condizione, con i conseguenti attacchi d’ansia: era una situazione tremenda. Non si trattava nemmeno del peggio, tuttavia: anche se la sera aveva luce e distrazioni a volontà, comunque in qualche modo era consapevole, con tutta l’inquietudine possibile, di come le ombre si agitassero ogni sera fuori della finestra, nella loro danza macabra delirante e mostruosa. Ogni tanto le guardava anche, e col tempo provò sempre più spesso a coglierle sul fatto e a catturarle, per capire cosa diavolo fossero: ma ogni suo tentativo era vano, visto che esse sparivano sempre senza lasciare alcuna impronta, quasi come non fossero nemmeno mai esistite.

Passò circa un anno così, poi Ago decise di metter fine a tutta quell’assurda situazione. Cerco in tutte le biblioteche in cui poteva arrivare una risposta all’assurdità che stava vivendo, ma la ricerca si dimostrò ben più difficile del previsto. Stava quasi per arrendersi, quando, tra ragnatele e libri polverosi nel magazzino di una piccola biblioteca di quart’ordine, trovò un piccolo libello, una traduzione in antico italiano di uno scritto arabo, a sua volta versione di un testo greco tradotto da un libro in antico ebraico di autore ignoto; e subito, anche prima di toccare la consunta copertina, il ragazzo sentì una particolare ed arcana attrazione verso di esso. Gli ci volle parecchio tempo a capire tutto quello che c’era scritto, l’italiano era davvero astruso e arcaico, ma dopo molte letture Ago comprese, a grandi linee, il messaggio del libro. Era incappato in uno scritto profetico che sembrava prefigurare tutto quello che gli era successo: la scomparsa fulminea del genere umano tranne un unico eletto (e a lui piaceva considerarsi l’eletto, pure se non credeva molto in quanto scritto nel libello) e le ombre evanescenti che avrebbero danzato intorno a costui finché egli non avesse pronunciato il nome del dio delle tenebre, il malvagio responsabile di tutto quanto accaduto, e non lo avesse affrontato. L’anonimo scrittore aggiungeva poi che se il prescelto avesse trionfato il tempo sarebbe tornato indietro fino al momento in cui l’umanità si era volatilizzata, e da lì la vita sarebbe continuata come sempre; ma se fosse stato sconfitto, per il mondo sarebbe stata la fine, e le anime di ogni singolo essere umano mai vissuto sulla Terra si sarebbero perse nel vuoto più assoluto, condannate alla dannazione eterna dell’oblio. Ago era molto scettico, non aveva mai creduto in rivelazioni come quelle, tuttavia era stanco di quella vita colma di solitudine e tristezza che era ormai diventata troppo pesante da sopportare: e visto che non ci avrebbe perso nulla, decise di provare quanto suggerito dallo scritto. Così, una notte in cui si sentiva particolarmente forte e coraggioso, oltrepassò la soglia. Là fuori non c’era niente, come sempre quando usciva; stavolta tuttavia egli non se ne stette in silenzio come al solito, bensì parlò, dicendo una sola parola: “Eloah”. Non si aspettava nulla, ma invece all’improvviso successe di tutto: sotto ai suoi piedi il pavimento tremò, lo stesso mondo, terra e aria, sembrò improvvisamente scuotersi, dalle fondamenta più profonde sino al cielo più alto. Quindi, sul grande spazio aperto davanti a casa sua apparve una nuvola nera, che turbinava vorticosamente e si ingrandiva man mano. Come era iniziato, inaspettatamente, il fenomeno finì, il mondo tornò calmo come prima, e davanti a lui, la nuvola era divenuta un’ombra, nella forma e nelle dimensioni umane, ma composta di pura oscurità, tanto nera da essere chiaramente distinguibile pur sullo sfondo quasi completamente buio. Il giovane si preparò allo scontro, avendo ormai capito l’autenticità del libro, ma non fece nemmeno in tempo a pensare quale mossa compiere per prima che l’ombra, con una velocità incredibile ed un urlo agghiacciante, gli si fiondò addosso, inghiottendolo. Ago comprese con rassegnazione, in un solo secondo, di star morendo, e che l’umanità era finita per sempre; poi la coscienza gli venne meno e svenne, cadendo nel buio e nell’oblio.

Una nuova sensazione. Era questo che provava. Quanto era stato privo di sensi? Solo qualche secondo, oppure secoli, millenni, ere geologiche? Non lo sapeva, ma sentiva chiaramente questa impressione, come qualcuno che lo scuotesse leggermente. Il giovane aprì lentamente gli occhi, e vide il suo amico Giorgio che lo strattonava gentilmente dalla spalla. Più che stupefatto, si alzò su di scatto, e prese subito a guardarsi intorno: la tv era accesa, stavano scorrendo i titoli di coda di un film, e non uno qualunque, bensì uno che conosceva molto bene: Magnolia! E intorno a lui, c’erano Giorgio e Mattia! Si era assopito ed aveva sognato tutto, quindi? Le ombre, i molti mesi passati da solo, persino il finale del film e l’essersi alzato per metterne un altro? Eppure era proprio così, e ci mancò poco che non piangesse, per quanta gioia provava in quel momento. Tutto era tornato alla normalità, i suoi amici erano di nuovo con lui, la sua vita era di nuovo là, e nessuno avrebbe potuto capire quanto questo significasse, dopo quell’orribile e lunghissimo incubo di solitudine che finalmente si era concluso. In seguito, durante la sua vita, Ago ripensò all’esperienza che aveva avuto, e gli piacque anche raccontarla alle persone che conosceva, per dimostrare come la mente potesse a volte lavorare in maniere misteriose, facendo vivere esperienze che sembrano vere ma che in realtà sono completamente immaginarie... ma questa è una storia differente, mentre questo ombroso racconto ha avuto oramai il suo lieto fine, e può quindi terminare qui.

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