sabato 18 febbraio 2012

Venti di una nuova rinascita

Come promesso, ecco il racconto che ho terminato un paio di settimane fa. E' un racconto lunghissimo, più del doppio della media degli altri racconti, e il più lungo che abbia mai scritto (a parte quello che sto scrivendo, ancor più lungo, e che è a buon punto), e probabilmente anche quello più sperimentale e più ambizioso (sempre a parte il suddetto racconto). Non so che altro inventarmi, per introdurlo, e tra l'altro il ritorno della linea ha ridotto di molto il tempo a mia disposizione: quindi, vi lascio direttamente al racconto, con l'augurio che sia di vostro gradimento.

Venti di una nuova rinascita

Alla fine degli anni dieci del ventunesimo secolo, l’Italia era profondamente diversa dal passato, seppur in molti aspetti ricordasse le pagine meno gloriose della storia del paese. Il 2013 aveva visto una vittoria schiacciante della coalizione di centrosinistra guidata da Pierluigi Bersani, ma il governo formatosi in seguito a quelle elezioni non era stato per nulla forte, e non aveva preso alcuna iniziativa per rilanciare l’economia e far tornare la ricchezza in un paese alquanto impoverito dai tagli del governo dei professori che l’aveva preceduto. Così, dopo l’inevitabile caduta del governo Bersani ad opera dell’Italia dei Valori, sciaguratamente nel 2015 era tornato al governo Silvio Berlusconi, con la più grande maggioranza della storia repubblicana, più cospicua anche di quella del 2008. Tra i soliti piagnistei, i soliti comportamenti poco edificanti, le solite manie di persecuzione e i soliti strepitii del neo-premier contro i fantomatici ed onnipresenti “comunisti”, furono fatte delle riforme che concedevano man mano sempre più prerogative all’esecutivo; e poi ne arrivarono ancora altre, e altre ancora, a raffica, finché praticamente tutti e tre i poteri dello stato si concentrarono nelle mani del presidente del consiglio e dei suoi collaboratori. Un parlamento quasi esclusivamente composto da servi, e non da indipendenti parlamentari, un abominio come poche volte si era visto, approvò tutta una serie di leggi liberticide, volte a controllare l’informazione di qualsiasi tipo, la cultura, le idee, e più in generale ogni aspetto della vita di ogni cittadino. Nei cinque anni di legislatura, la leadership di Berlusconi era così progressivamente diventata totalitaria, assolutista, bandendo ogni forma di opposizione democratica, nonché qualsiasi seppur minima fonte di dissenso. Molti dei suoi avversari politici, invece di denunciare la situazione critica dell’Italia, abiurarono le proprie precedenti posizioni come i peggiori voltagabbana all’italiana, e aderirono al Popolo delle Libertà, il partito di stato, nonché l’unico consentito dal 2019 in poi; ma molti furono anche quelli che fuggirono all’estero, per evitare il carcere, sia che fossero oppositori politici che semplici cittadini con una coscienza poco propensa allo schiavismo dei cervelli che il berlusconismo imponeva a tutti. Alle elezioni-farsa del 2020 l’unico candidato a premier fu Berlusconi, che ovviamente non poteva non essere eletto, anche non volendo, e nonostante l’affluenza alle urne inferiore al quaranta percento; e subito, appena insediato, il dittatore (ormai così poteva essere chiamato a tutti gli effetti) e i suoi gerarchi (anche loro appellabili in questo modo) continuarono a trasformare lo stato in senso autoritario. E’ in questa situazione al limite dell’assurdo che la mia storia è ambientata.

Nonostante la sorte avversa che aveva colto l’Italia in quegli anni, per me quel periodo era stato abbastanza buono, dal punto di vista personale. Nel 2015, lavorando presso l’università di Padova, avevo conosciuto la donna della mia vita: si chiamava Luana Debebe. Suo padre era di origine etiope ma abitava da moltissimo tempo nel nostro paese, tanto che era riuscito a prendere, nel 2011, la cittadinanza italiana; sua madre invece era proprio originale del Bel Paese, romana per la precisione. Così, la mia ragazza era un miscuglio di razze diverse: aveva una bellissima pelle scura, ramata, e dei tratti del viso in parte africani e in parte europei che le conferivano una bellezza e un fascino particolari quanto straordinari, tanto che non mi stufavo mai di guardarla; ma fisicamente erano soprattutto gli occhi ad attrarmi di più, quei due grandi occhi marroni da cerbiatta che si illuminavano di una luce stupenda quando stava con me, e che non potevo non adorare. Come in tutte le ragazze da me amate, la parte che mi piaceva maggiormente, anzi di più, che amavo veramente, era la sua mente: era simpatica, mi faceva spesso ridere, era intelligente ed interessante, parlavamo per ore senza stancarci, e non solo: era soprattutto molto dolce, sensibile e affettuosissima, come mai ne avevo trovato un’altra, prima di lei, mi dava così tanto in termini emotivi che di più non avrei potuto sperare. Avremmo potuto vivere in un sogno, io e lei, e nei primi tempi fu davvero così, difatti: poi però accadde ciò che accadde nel paese, ed entrambi ci ritrovammo in difficoltà. Io avevo espresso forti critiche, nel mio passato, al governo Berlusconi, ed anche se per quieto vivere avevo lasciato perdere quella sorta di attivismo politico (seppur le mie idee non fossero cambiate, e sapessi in fondo che nasconderle fosse sbagliato), il mio passato continuava a fare effetto, visto che la polizia mi “teneva molto d’occhio” per così dire, quando non mi perseguitava palesemente. Luana, in quanto figlia di uno straniero e scura di pelle, aveva problemi simili ai miei, il razzismo in quei tempi oscuri era molto diffuso e incoraggiato sin dalle altissime sfere, che erano formate da bigotti nazionalisti, anche se io non capivo come fosse possibile odiare una creatura stupenda come la mia ragazza. Come risultato di questa situazione, non avevamo mai un lavoro fisso, nessun datore voleva personaggi scomodi come noi due nonostante fossimo entrambi laureati e ben qualificati. Eravamo costretti perciò a lavoretti di poco conto che ci facevano vivere con solo lo stretto necessario, consentendoci appena un risparmio minimo. Certo, alla fine a noi due bastava l’amore reciproco, ma la situazione era pesante da sopportare. Così, un bel giorno di dicembre del 2019, decidemmo, seppur a malincuore, di abbandonare la tanto amata Italia, quella che noi sentivamo come la nostra casa da sempre. A quei tempi, il governo controllava militarmente le frontiere con gli altri paesi, per evitare che tanti cittadini italiani, attratti dalle democrazie al di là delle Alpi o semplicemente poco tolleranti verso la svolta autoritaria, potessero abbandonare in massa il Bel Paese: avremmo dovuto così espatriare clandestinamente. A gennaio del 2020 prendemmo contatto con un trasportatore abusivo, che ci avrebbe fatto viaggiare clandestinamente fino in Svizzera al costo di venti milioni di nuove lire; molto caro, dunque, ma racimolando tutti i sudati risparmi che avevamo in banca, riuscimmo comunque a pagarlo fino all’ultimo soldo. Passarono cinque mesi, e finalmente alla metà di giugno ci diedero l’appuntamento per il viaggio: sarebbe stato un mese esatto dopo.

Un giorno afoso di luglio del 2020, ci recammo a Milano, luogo previsto per l’incontro: lì ci caricarono senza troppi complimenti su un camion con la copertura di tela, insieme a molte altre persone. Il viaggio dal capoluogo lombardo fino alla Svizzera richiese due ore; ma dopo quel tempo, che trascorremmo tutti in apprensione e sembrò non passare mai, pareva che la strada di campagna nascosta che avevamo imboccato ci portasse finalmente oltre la frontiera, direttamente nel Paese Elvetico. Stavamo quasi per tirare il tanto anelato sospiro di sollievo, quando sentimmo, in lontananza, delle sirene. Il sangue si gelò nelle vene a tutti i presenti; e purtroppo dopo qualche minuto, ciò che avevamo invano sperato non accadesse, successe. Il camion, ad appena dieci minuti di strada dal confine svizzero, si fermò, mentre le sirene erano oramai ad un palmo da noi. In un tornado di terribili emozioni sempre crescente, come al rallentatore, un poliziotto aprì la copertura telata del camion, e ci squadrò, gli occhi pieni di una sadica malignità. Comandò a tutti di uscire con la pistola spianata, e gli occupanti del retro camion non poterono che fare come lui diceva. L’aria di montagna che si respirava fuori era fresca, il cielo era di un blu stupendo e il panorama montano era fantastico; tutto ciò cozzava grandemente con le nostre emozioni, visto che tutti sapevamo come ci aspettasse come minimo il carcere, per diversi anni. Quando ci mettemmo tutti in fila sul bordo della carrareccia, il poliziotto che ci aveva fatto scendere ci passò in rassegna, mentre il collega che era con lui chiamava i rinforzi per trasportarci tutti in centrale. Notai che l’agente si soffermò ad osservare, più di tutti, la mia Luana. Normale, visto che nel nostro convoglio la maggioranza delle persone erano anziane o uomini, e lei era l’unica donna attraente; quello che non afferrai, forse per mancanza di lucidità mentale, fu quello che quegli sguardi significavano realmente. Il poliziotto che ci aveva fatto scendere disse all’altro in maniera volgare che avrebbe abusato di Luana, chiamandola “questa sporca baldracca negra”, ed ordinò al collega di sorvegliare gli altri, che non facessero una mossa. L’agente maniaco si stava già slacciando la cintura e i pantaloni, avvicinandosi minacciosamente alla mia fidanzata, quando io, come era ovvio facessi, per proteggerla uscii dalla fila e mi frapposi tra lui e lei. Subito il poliziotto mi colpì rabbiosamente alla testa con il calcio della pistola, ma io non cedetti, e dopo aver barcollato, mi rialzai in piedi, continuando a proteggere la mia ragazza col corpo. Di quello che successe subito dopo, ricordo solo che sentii come un’esplosione, un dolore fortissimo al ventre, e poi mi accasciai a terra, come se le forze mi fossero state risucchiate via all’improvviso da qualche entità a me sconosciuta. L’ultima cosa che vidi fu il più cupo terrore negli occhi di Luana, poi, mentre intorno a me il mondo impazziva e cambiava continuamente forma, con suoni come di una guerra, o di una tempesta forse, persi completamente i sensi, e caddi nel più nero oblio.

Non so come, mi risvegliai in un bel letto. Era comodo, accogliente, caldo, e non mi sentivo di alzarmi, ma piuttosto di dover dormire ancora, e ancora. Era quello l’aldilà al quale non avevo mai creduto? Rimasi con gli occhi chiusi a lungo, e mi addormentai di nuovo. Passai dal sonno alla veglia semicosciente per un numero immenso di volte, tante che non si potevano nemmeno contare. Sentii che dormii per anni, forse per interi decenni, o anche più.

Quando mi risvegliai del tutto, ero come in una vita nuova, e nuovi ricordi affioravano come dal nulla nella mia mente, di una vita che non avevo vissuto. Erano passati dieci lunghissimi anni dal mio ferimento, eravamo nel 2030, l’undici febbraio per la precisione, e la situazione in Italia stava cambiando profondamente. Berlusconi era morto di vecchiaia, ormai nel lontano 2023, ma la dittatura permaneva, sotto il suo successore, Angelino Alfano. Una parte del paese non era più sotto il governo assoluto del dittatore, bensì era stato conquistato dalla ribellione del NCLN, il Nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che combatteva per liberare di nuovo l’Italia, come i bisnonni nel vecchio CLN prima di loro. Quanto a me, ero qualcosa che non mi sarei mai aspettato di diventare, seppur lo avessi, a volte, desiderato: avevo intrapreso la carriera di giornalista, e scrivevo per la redazione centrale di Roma del giornale Il Fatto Quotidiano, il quale era diventato si illegale nella dittatura berlusconiana, ma si era riformato nel 2028 nella parte d’Italia liberata. Dopo esser stato salvato da quelli della ribellione mentre agonizzavo, e sempre da essi esser stato curato, ero rimasto nascosto degli anni, in clandestinità, anche se non ero ricercato: dopo tutto, lo stato italiano mi credeva morto al confine con la Svizzera. Solo quando, nel 2025, il NCLN aveva cominciato a conquistare delle parti del territorio nazionale, io avevo finalmente potuto tornare a vivere alla luce del Sole. Da allora facevo parte della redazione del Fatto; avrei anche voluto combattere, ma sapevo meglio di tutti che non ero abile, come combattente, sarei stato solo carne da cannone. Per questo non avevo mai aderito al NCLN, se non formalmente, alla causa che esso sposava. Pensavo a tutti questi fatti, e alla stranezza di sentirmi come se non avessi vissuto affatto, come appena svegliato da un lungo coma, mentre mi preparavo per uscire. Dopo aver fatto colazione ed essermi vestito, ero pronto per uscire: presi l’auto e dalla mia casa, che a quei tempi si trovava nella periferia sud di Roma, e mi recai nella zona est della città, dove si trovava la sede locale del quotidiano. I miei pensieri, durante il breve viaggio vagavano liberi, indugiando ancora su quell’improvviso risveglio; ma non potevo tergiversare sulla stranezza della situazione, che, lo sapevo, avevo un lavoro da fare. Entrai nella sede della testata, e mi misi alla scrivania, cercando da subito l’ispirazione per un commento ad un fatto di cronaca da poco accaduto, la liberazione della città di Como. Venni subito interrotto dal caporedattore Gomez, che mi chiamò nel suo studio via computer. Peter Gomez era una persona affabile, gentile: era direttore del Fatto Quotidiano da quando, tre anni prima, il suo predecessore Marco Travaglio aveva rassegnato le dimissioni per aggregarsi ai nuclei combattenti del NCLN e battersi in prima linea, una scelta quantomeno eroica. Comunque sia, il direttore Gomez mi diede un incarico di tutto prestigio: la comandante assoluta del NCLN, la partigiana Maya, aveva concesso al Fatto l’esclusiva di un’intervista, per la prima volta in assoluto. Io ero stato prescelto per quel compito, e mi sarei dovuto recare al fronte il giorno successivo, per incontrarla là. Appena tornai al mio ufficio, per prepararmi a quel compito guardai sul computer una mappa dettagliata dell’Italia, aggiornata con gli ultimi sviluppi della guerra di liberazione. Gran parte del nord ovest era stato liberato, i partigiani erano arrivati fino quasi a Milano, anche se la città rimaneva in mano ai lealisti. Più a sud la linea del fronte era invece più arretrata: la Toscana era quasi tutta conquistata, come una parte dell’Emilia, ma il Lazio era ancora, nella parte nord-orientale e meridionale, in mano ai nemici, anche se Roma era libera. Più a sud, la Sicilia e parte della Calabria erano state conquistate dal NCLN del sud Italia, che risaliva adagio la penisola: ma la Puglia, la Basilicata, l’Abruzzo e la Campania rimanevano fedeli al dittatore, seppur i partigiani agissero anche lì, in piccoli gruppi, compiendo azioni di guerriglia. Anche le mie amate Marche erano ancora sotto l’Italia dittatoriale di Alfano, purtroppo. Il quartier generale del NCLN non era troppo lontano da Roma, in una zona in cui l’Italia libera presentava come una “strozzatura” tra le grandi estensioni liberate di Toscana e Lazio. Curiosamente, esso era situato nella cittadina di Bassano Romano, che conoscevo bene poiché mia nonna viveva lì, un tempo, e quando ero più giovane ci ero stato moltissime volte. Conoscevo tante vie, tantissimi posti, e ricordavo in particolare le mie visite al bel cimitero della zona e alla piazza centrale, con il palazzo signorile appartenuto ai signori Odescalchi e la bella chiesa.

Il giorno dopo, mi alzai di buon’ora. L’idea di dover andare al fronte mi preoccupava non poco, così quella notte non avevo dormito un granché, e il resto del tempo avevo fatto tanti sogni assurdi, che ricordavo in minima parte. Mi preparai in fretta, e uscii, arrivando in ufficio dopo poco tempo. Lì mi aspettava Alberto Frassinesi, il fotografo che mi avrebbe accompagnato e avrebbe immortalato la storica prima intervista rilasciata dalla misteriosa partigiana Maya. Alberto era un mio buon amico, di qualche anno più giovane, ma era comunque stato un eroe della liberazione della sua Toscana tra il 2026 e il 2027, prima che un colpo di fucile alla gamba lo costringesse a dover usare le stampelle, e quindi a non poter più combattere. Da allora era tornato a fare quello che faceva prima della guerra, il fotografo. Con la mia macchina, partimmo dalla periferia orientale di Roma, e prendendo il Grande Raccordo Anulare evitammo di doverci sorbire il traffico del centro. Quando uscimmo dal raccordo, imboccammo una strada statale, che lentamente ci portò a nord, dove si trovava Bassano. La devastazione della guerra cominciò da qualche buco per strada e qualche casa arsa, ma si faceva sempre peggiore avanzando. Gigantesche pire funerarie già bruciate cominciarono a spuntare qua e là, nelle piazze dei paesini, con le ossa semi-consumate che ancora spuntavano sotto i grandi cumuli di ceneri. A quella vista non potevo che pensare a tutti quegli uomini che avevano perso orribilmente la vita, e alla morte, la quale non guardava in faccia nessuno, né ribelli né lealisti. Le case nei piccoli e grandi borghi che attraversavamo erano allo stesso modo in gran parte semi-distrutte, e quasi tutte erano abitate solo dai topi, tranne alcune eccezionalmente scampate alla guerra che stavano cominciando ad essere riassegnate ai vecchi proprietari (o a dei nuovi, se i vecchi erano lealisti o deceduti) dal governo centrale. Anche la strada era disastrata, man mano che la percorrevamo appariva sempre più piena di fosse annerite e di buche, probabilmente lasciate da qualche ordigno esplosivo; ma eravamo fortunati, noi, visto che si sapeva che nel centro Italia, a differenza di alcune zone del sud, non c’erano mine nascoste dai lealisti sotto le strade di campagna e nei campi. All’inizio del viaggio, mentre guidavo, avevo scambiato qualche parola con Alberto; ma ora, in quello spettacolo, entrambi ce ne stavamo in silenzio, ammirando i terribili panorami di desolazione che, uno dopo l’altro, si susseguivano davanti ai nostri occhi, senza il cuore di dire nulla, con i brividi alla spina dorsale che non erano certo causati dall’aria fredda fuori. Ancora più avanti, lungo la strada, le rovine erano ancora più martoriate, e in alcuni casi fumavano ancora. I centri storici erano stati in massima parte risparmiati dai bombardamenti, dopotutto anche i lealisti amavano l’arte, ma sempre più spesso, lungo la via, si trovava anche qualche palazzo antico con i segni di una sparatoria. Dovevano aver combattuto ferocemente strada per strada, in quei luoghi, e non era molto che la guerra era passata di lì: infatti si trovavano ancora cadaveri ancora insepolti né bruciati, sia in uniforme lealista che in quella ribelle, sparsi per le strade, spesso ammucchiati gli uni sugli altri, che sgomentavano alla vista ed emanavano un puzzo nauseabondo. Con quella orrenda visione, i miei pensieri, chissà perché, correvano, per la prima volta dal risveglio, a quella che era stata una volta la mia vita, ed in particolare a Luana, che era il mio mondo, allora. Dov’era? Stava bene? Oppure era diventata una delle migliaia di vittime di quella guerra? Il pensiero della sua morte mi terrorizzava più di quanto potessi addirittura pensare, e la sua mancanza era quasi insopportabile, per me, come la solitudine che lei aveva lasciato, incolpevolmente, nel mio cuore. Speravo davvero che potesse essere viva e in salute altrove, e che il fato un giorno ci avrebbe fatto re-incontrare. Ancora non sapevo cosa il destino mi avrebbe riservato, di lì a poco.

Dopo un po’, le strade si fecero famigliari, ai miei occhi, e capii che eravamo vicini: un altro poco ancora, e saremmo arrivati. Anche se non era necessario, e c’era una via più breve per raggiungere il campo base ribelle, preferii prendere un’altra strada, che allungava di non molto il viaggio e passava vicino al centro storico. La città era deserta, non un’auto era presente per le strade, né alcuna persona. Deviando dalla strada che dovevamo prendere, imboccammo la via che portava alla piazza principale. Constatai con sollievo che gli edifici storici erano praticamente intatti, e a quella vista un piccolo peso mi scese dal cuore, anche se ero in stato quasi catatonico per tutti i pensieri che continuavano a rimbalzarmi dentro la testa, tra le visioni di morte e i pensieri rivolti alla mia ragazza perduta. Ad ogni modo, dopo poco ci recammo nella zona della città in cui era allestito il campo base dei partigiani, non troppo lontano dal centro. Da lì si sentivano i suoni di spari ed esplosioni, eravamo molto vicini al fronte, e la guerra infuriava anche quella fredda e limpida mattinata invernale. Il campo base era in un sobborgo vicino alla campagna, in un quartiere in cui ero stato raramente. Appena arrivammo alla palazzina a schiera che ospitava i vertici dei partigiani, subimmo la perquisizione di rito da parte delle guardie, quindi fummo ammessi nell’edificio. Salimmo le strette scale, e al primo piano trovammo la porta aperta: doveva essere quella dell’appartamento occupato dalla partigiana Maya. Ossequiosamente, chiedemmo di poter entrare, e una voce femminile ci diede il permesso. La signorina Maya era dentro, seduta su un divanetto, che scrutava alcune mappe, probabilmente della zona: quando vide me e Alberto, alzò gli occhi, e ci guardò. Fu allora che il mio cuore ebbe un tuffo enorme. Aveva qualche ruga in faccia, qualche capello bianco nella folta chioma corvina, e i suoi occhi erano in qualche modo opachi, spenti, ma era proprio la mia Luana, quella che avevo davanti agli occhi, nessun dubbio! Non ci potevo credere, forse a rigor di logica poteva essere solo una somiglianza, ma il mio cuore mi diceva un’altra cosa, ossia che quella era, al cento percento, veramente la mia compagna perduta. Lei mi chiese come mai sembravo così stupito, e io, dopo diversi momenti di totale stupore, mi riscossi, e la chiamai Luana. Lei aprì la bocca e spalancò gli occhi per la sorpresa, quindi mi chiese come mai conoscevo il suo vero nome, visto che tutti, anche i partigiani, la chiamavano con il suo nome di battaglia, Maya; del resto, era comprensibile che non mi riconoscesse più, avevo perso i miei lunghi capelli per colpa della calvizie, e il mio viso un tempo pulito era coperto da una lunga barba, nemmeno io mi sarei riconosciuto, a distanza di quasi dieci anni. Tentai di articolare una risposta, ma come spesso mi capitava quando ero emozionato, finii solo per balbettare; e poi i suoi occhi, inaspettatamente, all’improvviso, si re-illuminarono di quella luce meravigliosa che tanto mi piaceva in passato. Mi aveva riconosciuto anche lei! Si alzò in piedi, e ci stringemmo in un lunghissimo abbraccio, uno dei momenti più emozionanti e belli nella mia vita. Eravamo di nuovo insieme, e nulla ci avrebbe mai più separati. Parlammo molto a lungo di quello che avevamo fatto in quei dieci lunghi anni: io le raccontai di come avevo passato oniricamente quegli anni, senza viverli sul serio, e lei mi racconto che dopo il mio ferimento e la mia presunta morte, la rabbia l’aveva presa, e con una rapida mossa aveva rubato la pistola e aveva sparato al poliziotto che pochi secondi prima mi aveva fatto esplodere la pancia; subito dopo aveva fatto lo stesso al suo collega. Avrebbe voluto portarmi con se, ma il mio aspetto era quello di un cadavere, così era stata trascinata a forza sul camion dagli altri che erano con noi prima che i rinforzi chiamati poco prima dall’agente potessero arrivare a colpirli, sembrava non ci fosse un secondo da perdere nel concitato caos del momento. Così, abbandonatomi, era riuscita a raggiungere fortunosamente la frontiera svizzera, anche se da allora si sentiva in colpa verso di me, ed era doppiamente contenta di vedermi vivo, per potermi chiedermi scusa e togliersi un peso dalla coscienza. Ma io sapevo che non era colpa sua, e non avendole nulla da perdonare, la abbracciai di nuovo, prima di farle continuare il racconto. Poco dopo il suo espatrio, Luana si era arruolata nel nascente Movimento degli Esilitati Patrioti Italiani con base in Francia. La sua volontà di vendetta per tutto quello che la Dittatura Italiana ci aveva fatto era gigantesca, come il suo odio per chi aveva armato la mano di colui che aveva ucciso l’uomo della sua vita. Così, quando si era costituito il NCLN, nel 2024, era partita per l’Italia, dove era stata artefice della prima regione liberata, la Liguria, e poi, nel 2027, della liberazione di Roma. Aveva partecipato ad un numero altissimo di imboscate e di piccole battaglie, dove aveva ricevuto anche una cicatrice al braccio, che mi mostrò; col tempo era diventata una delle persone più eminenti del Comitato, riuscendo, grazie alla sua intelligenza e alle sue qualità di combattente, a diventarne in brevissimo la comandante assoluta. Ed ora eccola lì, era tutto quello che era successo in quegli anni. Le chiesi tante altre cose, in un clima più amichevole che altro: dopotutto dovevo intervistarla, era il mio compito, anche se i miei pensieri mentre lei parlava erano rivolti solo verso di lei.

Passammo due ore insieme: poi lei doveva tornare sul campo di battaglia, a dare ordini. Ma ora che l’avevo ritrovata, non volevo più perderla, così le chiesi di tornare con me. Ovviamente non accettò, e mi pentii un momento dopo averle posto la domanda: come poteva abbandonare tutto solo per me? Lei aveva ormai una vita sua, dalla quale non poteva fuggire così, come niente fosse. Tuttavia, entrambi lo avevamo sentito, c’era ancora tantissimo amore tra noi. Così, lei mi promise che per ritornare insieme, nell’idillio che c’era prima, avremmo atteso la fine della guerra. Accettai la proposta, e le dissi che l’avrei aspettata quanto tempo voleva; poi però mi venne una nuova idea. Non saremmo stati insieme di fatto, ma io volevo rimanere con lei, e fare il partigiano, al suo fianco. La proposta le piacque molto, e con gli occhi che le luccicavano meravigliosamente come solo i suoi sapevano fare, Luana mi diede il suo assenso. Chiamai Gomez per comunicargli la mia decisione, che il direttore accettò senza troppe storie: ero certo uno dei suoi giornalisti migliori, ma la liberazione dell’Italia era più importante: così, mi congedò facendomi le congratulazioni per quella svolta importante ed inattesa della mia vita. Non mi restava che consegnare il lettore mp3 su cui avevo registrato l’intera intervista ad Alberto: lo feci, e poi diedi l’arrivederci al mio amico, che dopo tanti saluti e tanti auguri verso di me se ne tornò a Roma scortato da un partigiano assegnatogli dalla comandante, visto che la sua gamba non gli consentiva di guidare.

Passarono meno di due anni, come in un sogno. Feci a lungo il porta-messaggi per la partigiana Maya, con il nome di guerra “Jonathan”, e partecipai anche ad alcuni assalti, in cui vidi morire tante brave persone, anche amiche, e conobbi gli orrori della guerra. Durante uno di queste aggressioni, una scheggia di una bomba a mano mi finì nell’occhio destro, trapassando la lente dell’occhiale e accecandomi totalmente e permanentemente da quella parte: per fortuna, l’occhio buono era il sinistro, perciò non soffrii più di tanto quella menomazione. Anche Luana venne ferita: durante una battaglia, all’inizio del 2031, una pallottola sparata dai lealisti le ferì un polso, ma fortunatamente la ferita era superficiale; un’altra volta, due mesi più tardi, invece un colpo le trapassò il polpaccio, ma dopo qualche giorno di convalescenza tornò in forze, e un mese dopo già combatteva di nuovo. Sempre in prima linea era lei, al contrario di me che non venivo impiegato molto spesso in combattimento, ma restavo nelle retrovie. Nonostante le brutture della guerra, le perdite che ogni giorno dovevamo subire e tutto il resto, però, era comunque bello stare a fianco della mia dolce metà: anche se nei fatti non eravamo insieme, visto che avevamo promesso di lasciare baci ed effusioni per la fine della guerra, comunque stavamo parecchio vicini, e ci davamo forza a vicenda, con abbracci e frasi sincere. Ecco così che i due anni passarono velocemente; e altrettanto rapidi, i partigiani avanzarono nella loro conquista. Mentre il NCLN dell’alta Italia riconquistò Milano e poi dilagò rapidamente riconquistando in un battibaleno tutto il Triveneto, e quello del sud Italia fece l’impresa di risalire tutta Italia e congiungersi al resto dell’Italia liberata, conquistando tutte le regioni Basilicata e Campania, e liberando anche la penisola Salentina, noi combattemmo ferocemente per i monti, sull’Appennino, nelle foreste e nelle città, penetrando come un’ariete da sfondamento all’interno delle linee dei lealisti; il nemico sbaragliato si ritirò sempre più indietro, e più a nord, fino in Romagna: ecco così che in quei due anni riconquistammo l’Umbria, le mie Marche e parte dell’Abruzzo, spezzando in due parti distinte la Dittatura Italiana. Intanto però, anche nelle regioni ancora sotto il dominio nemico la situazione stava precipitando: il governo dittatoriale aveva sempre meno consensi, tra i militari come tra i civili. Così, nel novembre del 2031, un attentatore fece saltare il ponte su cui la macchina di Alfano stava viaggiando, poco a nord di Ferrara, per recarsi a Bologna, all’epoca capitale della dittatura. Risultato: l’auto blindata andò a fondo nel Po come un sasso; così il dittatore, inevitabilmente, morì affogato al suo interno, ucciso dalla corazzatura che avrebbe dovuto salvarlo (quanta ironia, in questa sorte). La successione era complicata: tra i gerarchi c’era chi voleva insediare come comandante supremo La Russa, altri che volevano il figlio di Berlusconi, Piersilvio, altri ancora che parteggiavano per la Mussolini, per la Santanché, per D’Alema (“il più grande traditore dell’Italia” come era chiamato tra noi partigiani), per Capezzone o per De Santis. In quel clima di confusione diffusa, fu molto facile liberare grosse fette del territorio già fortemente ridotto della Dittatura Italiana. Tra militari che, stanchi di essere costretti a combattere una guerra per loro senza senso, si arrendevano ad interi plotoni, e civili che non sopportavano più di dover lavorare forzosamente nelle fabbriche di armi, nel solo mese di gennaio del 2032 la Romagna, l’Abruzzo e la Puglia caddero nelle mani del NCLN. Era proprio la fine: il quattro febbraio successivo, il cosiddetto Alto Consiglio d’Italia formato dai gerarchi della vecchia dittatura, che controllava solo poco più del Molise, vedendosi circondato su tre lati ed ormai sconfitto dichiarò ufficialmente la resa, e quindi la fine della Guerra di Liberazione Italiana.

Il giorno in cui la guerra finì, fu come il risveglio dopo un lunghissimo sogno. Avevamo vinto! E l’avevamo fatto insieme, io, il partigiano Jonathan, e la partigiana Maya, e tutti gli altri combattenti per la liberazione, dai comandanti alla truppa più bassa; e, cosa più importante, io l’avevo fatto insieme alla mia Luana, ed eravamo entrambi vivi e in salute. La guerra, con tutti le atrocità patite, ci aveva cambiato: eravamo più decisi, più maturi, più forti: ma la nostra essenza non era cambiata, eravamo gli stessi ragazzi che oltre una decade prima si erano amati così dolcemente. Mentre il governo provvisorio di Roma, guidato da Leonardo Di Tacchio e espressione di una nuova classe politica giovane, si proclamava unico governo legittimo dell’Italia, e scriveva la nuova costituzione con dentro tutta una serie di leggi per evitare che il fascismo e il berlusconismo, le due dittature italiane, potessero ripetersi, attraverso l’immodificabilità di alcuni principi validi per tutti, a noi nulla più importava. Certo, ciò che succedeva nel paese ci interessava ancora, non poteva essere altrimenti, e del resto avevamo la via politica spianata, visto che eravamo visti entrambi come eroi partigiani, per le nostre azioni; ma in quel momento, ci bastavamo a vicenda. Avevamo fatto risvegliare il nostro amato paese che era tornato la nostra casa accogliente, ed anche se tanti erano morti, noi eravamo ancora tra i vivi, ed ancora insieme. Io avevo perso un occhio, Luana aveva tante cicatrici ed entrambi sembravamo più vecchi delle nostre rispettive età, ma in fondo all’anima non ce ne importava francamente un fico secco,. E così, mentre i venti della nuova rinascita soffiavano fieri e incontrollabili, per l’Italia ma anche per il nostro amore, ci lasciammo alle spalle il passato e finalmente potemmo goderci in pace, insieme fino alla morte, una vita ancora piena di avvenimenti e di avventure, un sogno senza più fine nato da un incubo ma rivelatosi poi come il fiore nel deserto… ma questa è un’altra storia.

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