venerdì 26 agosto 2011

Stairway To Hell

Dopo un mucchio di tempo, torno a scrivere un racconto dedicato ad una persona, perché finalmente ne ho trovata una degna di questo. Mi riferisco al mio maestro di batteria nonché ottimo amico Giorgio, a cui dedico questo racconto batteristico. E' uno dei miei classici racconti onirici, magari un po' manieristico ma che spero piaccia anche a voi miei altri lettori!

Stairway To Hell

Era una sera di fine estate, e Giorgio sedeva su una poltroncina fuori della sua sala prove, pensieroso. Il suo allievo sarebbe arrivato tra poco, e la lezione di batteria sarebbe cominciata allora, ma era bello godersi un po’ di pace là fuori, per non parlare del fresco che era una gioia, in quell’estate caldissima. Era un po’ strano dare una lezione dopocena: ma con tutti gli impegni che il giovane aveva, era impossibile fare altrimenti. Così, adesso si rilassava, gustandosi la calma prima dell’impegno che avrebbe avuto.

Ad un tratto, i suoi pensieri vennero interrotti da un improvviso rumore alle sue spalle, che lo fece quasi sobbalzare dalla poltroncina. Nella sala prove alle sue spalle le luci si erano accese, e soprattutto qualcuno suonava ora la batteria. Chi poteva mai essere? Il giovane se lo chiese: era il suo amico e allievo che era in qualche modo riuscito a non farsi vedere, e gli faceva uno scherzo? No, non poteva essere, lui era si bravo, ma a quei livelli non era ancora arrivato nemmeno lontanamente. Quello che stava suonando era un grandissimo batterista, come pochi ne aveva sentiti. Inquietato, ma anche molto curioso, Giorgio entrò nella sala prove. L’uomo alla batteria aveva i capelli lunghi, folte basette e un bel paio di baffoni: e la sua faccia non era proprio sconosciuta, al contrario. Non poteva essere, sarebbe stato troppo assurdo, eppure era davvero così: davanti a lui c’era proprio uno dei suoi idoli, il grandissimo John Bonham! Ma come era possibile che fosse vivo?
E poi cosa ci faceva lì? Sconcertato, ma anche in qualche modo affascinato, il giovane glielo chiese in italiano e in inglese, ma il batterista britannico non rispose nessuna delle volte, e si limitò ad alzarsi in piedi e a fargli cenno
di seguirlo. Giorgio lo seguì fuori della sala prove, e vide che tutto, intorno ad essa, era cambiato. Non c’era più il capannone nel quale la sala prove era ricavato, ne il grande spazio asfaltato davanti ad esso e nemmeno una traccia del panorama a cui era abituato. Vi era solo un’immensa pianura tutta uguale, ricoperta d’erba e illuminata quasi a giorno dalla sfolgorante
luce della Luna piena; e nel mezzo esatto della pianura, stava una grande collina, poco lontano da loro. Vicino a lui, Bonham si era avvolto in un mantello che gli copriva la testa con un cappuccio e arrivava fino a terra, e aveva tra le mani un lungo bastone, come fosse un pellegrino; nell’altra
stringeva invece una vecchissima torcia ad olio. Con essa, indicò la via al giovane, conducendolo attraverso la pianura e poi su per la collina. Giorgio salì rapido, e il batterista inglese gli mostrò che proprio in cima vi era un piccolo buco nel terreno, una specie di pozzo, di cui non si riusciva a vedere il fondo nonostante l’altezza della Luna in cielo. Con la lanterna, Bonham fece al ragazzo un cenno di entrarvi, e subito dopo sparì dentro al foro. Il giovane, dopo averci pensato giusto un poco, spinto da qualche forza che nemmeno lui capiva in pieno, fece un passo e cadde nel vuoto.

Per qualche minuto, il ragazzo andò giù in caduta libera, e la paura del vuoto che continuava ad aprirsi sotto di lui fu grande per tutto il tragitto; ma anche il buio totale che stava sperimentando era spaventoso. Poi rallentò, come spinto da una corrente d’aria, e infine si fermò in un posto di nuovo illuminato, che gli fece chiudere gli occhi. Socchiudendo le palpebre, intravide dei riflessi gialli e rossi e poi, quando si abituò a quelle condizioni di luce, poté finalmente vedere dove era capitato. Era una gigantesca sala rozzamente scavata nella pietra, illuminata da delle torce che a stento ne scacciavano l’oscurità. Cercò con gli occhi John Bonham, e lo vide: ma non era già più lui. Il suo volto si era trasfigurato in quello di un orrendo demone dalla orribile pelle verde, che lo guardava con un orrendo ghigno e degli occhi di fuoco, soddisfatto di averlo portato con se all’inferno. Giorgio era impietrito dalla paura, ma lottò quando il demone tentò di prenderlo per un braccio. Non c’era nulla da fare, però, la forza del finto Bonham era erculea, e cercando di divincolarsi il giovane venne trascinato avanti, nella caverna. Dopo un lungo tragitto, venne chiuso in un angusto luogo, scavato nella roccia. Guardandosi attorno, si vide in una cella dalle strette pareti; e l’apertura era chiusa da delle sbarre che non sembravano di comune metallo, ma di una sostanza verdognola. Giorgio provò a toccarle, e sentì la pelle ustionarsi: di scatto si ritirò, e colpì con una spallata il letto alle sue spalle. Con ancor più terrore, vide una figura emergere da sopra al letto: era una specie di scheletro nero, e di umano conservava solo gli occhi, pieni di terrore. Lo scheletro provò a parlargli, ma Giorgio non capiva ciò che diceva: e dopo qualche tentativo di comunicare a gesti, i due si isolarono. Ma il giovane aveva capito, in qualche modo arcano, che non poteva che essere un suo compagno di cella, in quelli che chiaramente erano gli inferi, dove lui, per qualche motivo che non sapeva, avrebbe dovuto scontare una prigionia; e anche se non capiva come faceva a saperlo, comunque sentiva che sarebbe stata un’esperienza terribile.

Il primo giorno fu lasciato piuttosto in pace, all’interno della cella; ma già il secondo dei piccoli ma forzutissimi demoni lo svegliarono di prima mattina, e lo condussero per il budello di roccia che era quell’inferno fino ad una sala, non più grande della sua cella. Qui, a forza lo rinchiusero in una strettissima camera, praticamente della grandezza di un armadio o peggio di una bara, che si apriva sul muro. Giorgio non aveva mai sofferto di claustrofobia, ma il suo terrore in quel momento era grandissimo; tuttavia non era che l’inizio. Pian piano l’ambiente si surriscaldò sempre più, finché una fiamma viva non eruppe dalla grata che costituiva il pavimento. Il giovane, completamente avvolto dalle fiamme urlò, mentre sentiva la pelle che si consumava lentamente sotto l’effetto del fuoco; e continuo ancora a ululare dal dolore, un dolore così intenso come non aveva mai provato, ma non c’era nessuno ad ascoltarle le sue atroci grida. Rimase in quella fornace per delle ore, infine ridotto ormai alle sole ossa eppure sempre terribilmente sofferente per colpa delle fiamme; poi gli spiritelli che l’avevano lì rinchiuso lo fecero uscire e lo trascinarono ancora, per ributtarlo in malo modo nella sua cella. Il giorno successivo non successe nulla, se non un fatto miracoloso: il suo corpo, ridotto all’osso, tornò a crescergli, non senza una grande quantità di dolori. Dopo un intero giorno tornò ad essere in carne come quanto era entrato in quell’inferno; la stessa cosa successe anche al suo coinquilino, ma i due non comunicavano molto, al contrario Giorgio si sentiva solo e sconsolato, come mai prima nella sua vita. Come si accorse presto, la ricrescita della carne non era qualcosa che durava, però: il giorno successivo venne di nuovo condotto al solito posto, in cui venne esposto di nuovo alla fiamma. Ora capiva il senso di quella crescita: era un modo per farlo soffrire ancora di più, la carne era terribile quando la sentiva, lentamente e dolorosamente bruciarsi, molto più delle sue ormai annerite e povere ossa. E così rimase a urlare per altre ore, mentre ancor di più il fuoco lo consumava ardente, distruggendolo nel corpo e nella mente.

Alla fine, Giorgio perse la cognizione del tempo, dei giorni che passavano, tra la cella e la sala delle torture. Dopo un giorno in cui veniva orribilmente bruciato e un altro di calma, ne arrivava sempre un altro della solita tremenda tortura, ed era sempre più terribile, ogni volta. Dopo tanto tempo, non seppe quanto, successe però qualcosa di nuovo. Mentre stava bruciando nella sala delle torture, pensando di essere al punto di pensare di star per impazzire dal dolore, all’improvviso le fiamme cessarono, e la porta del loculo in cui era si aprì. Davanti a lui, ora, nella sinistra sala delle torture, c’era una specie di portale di luce, come un passaggio dimensionale che risplendeva come una stella, così diversa dal balenare sgradevole delle torce di fuoco. Era forse quello il segno della sua redenzione, del fatto che aveva sofferto abbastanza? Non lo sapeva, ma non gli importava, e non voleva restare lì un minuto di più. Senza pensarci due volte, prese una boccata d’aria, chiuse gli occhi e si immerse nella luce.

Quando riaprì gli occhi, la luce era ancora intensa, ma erano i fanali di una macchina a colpirlo. Si spensero quasi subito, però, e dall’automobile scese un uomo: lo riconobbe, era il suo amico ed allievo! Fu allora che Giorgio si accorse di essere tornato nella zona industriale, nello spazio davanti al capannone, e tutto era come l’aveva lasciato prima di seguire il falso John Bonham. Era stato tutto un incubo orrendo, quindi… o forse no? Ma no, era stato tutto frutto della sua immaginazione. Mentre istruiva il suo amico, e poi ancora nei giorni seguenti pensò e ripensò a quell’esperienza. Concluse infine che nonostante non capisse il senso di quello che aveva vissuto, di ciò che la sua fantasia aveva partorito, era stata comunque un’esperienza importante, che l’avrebbe sicuramente aiutato nel prosieguo della sua vita. E così fu… in un modo o nell’altro.

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