mercoledì 22 giugno 2011

Un'altra notte come tante altre

Dopo "una notte come tante altre", ho deciso di scrivere un altro racconto (o meglio, altri due, il terzo arriverà fra un altro po' di tempo) per fare una trilogia del sogno. Quindi, come per il suo predecessore, spero che questo racconto onirico sia di gradimento per tutti.

Un'altra notte come tante altre

Ancora una volta, quello era stato un giorno come tanti altri nella mia vita. Avevo lavorato molto ai miei sudati scritti, e avevo anche passato del tempo per studiare l’ormai odiosissima Analisi Matematica Uno. Ero stato però tantissimo con la mia amatissima ragazza Manu, e questo era stato davvero un bene, che aveva reso la giornata ottima, come sempre succede per merito suo. La sera era stata lunga, poi, visto che mi ero prefissato di guardare tutto Annozero: un’impresa ardua, visto che ero molto stanco dal giorno. Alla fine delle vignette di Vauro, la decisione di staccare e andare a letto era ben facile. Così, insieme a lei, mi sono preparato per la notte con la consapevolezza che da quel giorno ero soddisfatto. Dopo averle dato il bacio della buonanotte, mi ero sdraiato con i miei tappi nelle orecchie e la benda sugli occhi, e avevo lasciato andare i pensieri. Pensavo a nuove idee per i miei scritti, ma ascoltavo anche il mio cuore battere all’unisono con quello di Manu: e fu cullato da questo rassicurante doppio ritmo che, senza accorgermene, scivolai velocemente e profondamente nel magico mondo dei sogni.

Facevo parte della polizia, improvvisamente, e i miei superiori mi avevano affidato una missione di alto livello ben precisa: dovevo entrare in incognito in un carcere, che loro definivano “particolare”, per monitorare dall’interno la situazione, e per evitare una rivolta nel caso ci fosse stata. Così, una sera, entrai in galera. Mi accorsi subito che la cella era minuscola, non c’era nemmeno lo spazio per muoversi. Bisognava restare in piedi tra le sbarre e la parete posteriore, vicinissima al cancello, non c’era alcuna possibilità di movimento, come fosse una specie di loculo verticale; non essendo io certamente magrissimo, quasi non entravo in quello spazio angustissimo e claustrofobico. Già mi stavo pentendo di aver accettato quel lavoro, in quel momento: ma era solo la punta di un iceberg immenso fatto di maltrattamenti e di orrore.

Il giorno successivo, le guardie mi svegliarono molto presto la mattina, con un colpo secco nel basso ventre. Fu dolorosissimo, ma non potevo lamentarmi, altrimenti, in qualche modo sapevo, nuovi colpi sarebbero giunti. Tutti noi carcerati venimmo poi condotti di sotto, nel piano inferiore, dove erano le cucine: lì, dei cuochi cucinavano su una grande superficie metallica una specie di paella, mentre da una rampa piovevano nello stesso spazio tocchi di mortadella e altre cibarie. Il compito dei carcerati era suddividere le cose: la mortadella più dura e più invecchiata (a volte era addirittura ricoperta di muffa) e la paella con meno qualità andavano messi su una catena di montaggio che correva lì davanti, e che stato il nostro pranzo. La roba migliore, invece, la dovevamo appoggiare in alcuni piatti che scorrevano su un sistema di rulli collegato con un montacarichi, che portava il cibo di sopra, dove le guardie carcerarie facevano colazione con un’abbondanza di ottimo cibo. Il lavoro era massacrante, visti anche i secondini che non smettevano di sbraitarci contro. Io non avevo idea di doverlo fare, ero impreparato: la schiena mi faceva malissimo e solo a dover stare in piedi lì mi facevano male le gambe. Almeno, però, gli altri carcerati ce la mettevano tutta per rendersi l’un l’altro la vita meno difficile, e anche per aiutare me, nello specifico, e di questo ero rinfrancato. Fu parlando con gli altri che seppi cosa avevano fatto: erano praticamente tutti carcerati speciali. In quel mondo futuro, come bene sapevo, i mutanti erano diffusi, e spesso causavano problemi ai non mutanti, che si risentivano solo a vederli: perciò, la legge stabiliva che ogni mutante doveva essere un incarcerato speciale a vita, per non infastidire i normali. Nei giorni successivi, nei momenti in cui si stava insieme ai lavori, conobbi tanti mutanti: Hugo “Tre Gambe”, Harry, che aveva gli occhi da serpente, Lucy, che aveva tre occhi su tre antenne che le partivano dalla fronte, Jacob la Medusa, e tanti altri. In particolare però feci amicizia con la persona che occupava la cella accanto alla mia, un certo Billy, che sembrava praticamente normale, se non fosse che sotto alla maglia, sul busto e sulla schiena, nascondeva delle scaglie simili a quelle dei pesci che ricoprivano la sua pelle normale. Oltre a questo, Billy era anche una specie di capo per i reclusi, che ascoltavano le sue parole e ne erano sempre influenzati; a ragione, secondo me, visto che la sua intelligenza era sfavillante, ed il suo carisma, non lo nego, riusciva a contagiare anche me, in qualche modo.

Più il tempo passava, e più la mia voglia di denunciare quello che succedeva la dentro aumentava. I carcerati erano persone molto buone per quanto riguardava il comportamento, e non si ribellavano a tutti i soprusi che subivano, durante lo smistamento del cibo e tutti gli altri duri lavori che dovevano compiere ogni giorno. Anche io subivo continuamente le loro prepotenze, ma al contrario dei miei amici mutanti non riuscivo a incassare tutto quello senza risentirmi; e questo nonostante il trattamento per me fosse di lusso, essendo io un poliziotto in incognito, e gli altri fossero trattati peggio di animali da macello. Non c’era il pericolo di una rivolta, dato il loro carattere così pacato, non capivo come si poteva dubitare di questo fatto: ma comunque un reato c’era, ed era la crudeltà di quei membri della polizia giudiziaria. Perciò, cercai di contattare con delle lettere i miei superiori, e poi anche col telefono, ma mi fu impedito: le lettere venivano evidentemente eliminate prima di arrivare al destinatario, e l’accesso al telefono mi era interdetto dai secondini, che a ciò adducevano scuse addirittura assurde; e in me la rabbia saliva sempre più. Un giorno, un secondino picchiò violentemente Billy, che aveva fatto cadere un po’ di paella in terra: a quel punto non ci vidi più. La aggredii, e in men che non si dica ci ritrovammo ad essere rivoltosi. I mutanti, con Billy in testa, si fidarono di me seguendomi, e combattemmo con le guardie per riuscire ad evadere. I secondini erano però pesantemente corazzati e armati con dei grossi manganelli, così ci sconfissero facilmente, sedando la rivolta. Di questo però non ho alcuna memoria: ricordo solo una guardia che mi colpiva con una manganellata alla testa, e poi il buio più totale.

Mi risvegliai dentro alla mia cella. La grata era aperta, ma io ero fissato alla parete con dei fermi metallici, che mi legavano avambracci e gambe. Qualche piano più in basso, nel gigantesco atrio della prigione, vedevo un paio di carcerati che non conoscevo passeggiare per i corridoi sospesi, mentre molto più in basso si sentivano i suoni della cucina in funzione. Anche se non riuscivo a vedere con gli occhi cosa succedeva là sotto, ne avevo un’idea chiara, come se fossi stato laggiù: i secondini stavano, per colpa del tumulto che avevo aizzato io, tentando di cuocere vivi i miei compagni! E il primo che stava bruciando non poteva essere altro che proprio il mio migliore amico là dentro, il povero Billy! Chiesi ai due carcerati di venirmi a liberare, ed uno di loro lo fece. Lo ringraziai, e poi corsi di sotto, passando prima dal guardaroba, dove ripresi le mie cose. Quando entrai in cucina, le mani di Billy andavano di già a fuoco, mentre lui gemeva per il gran dolore. Le spensi frettolosamente, e poi tirando fuori il mio distintivo, arrestai in maniera ufficiale i secondini, con l’accusa di violenza aggravata. Come ultima volta, essi cercarono di usare la violenza per mettermi a tacere, ma io non ero stato incauto, e avevo chiamato rinforzi: e in quell’esatto momento, un intero squadrone di polizia fece irruzione nella cucina, mettendo le manette agli accusati e portandoli via.

Come andò a finire la storia? Io, dopo quella esperienza, dalla polizia, mi candidai per la camera dei deputati. Senza alcuno sforzo, venni eletto, e potei accedere all’aspirato parlamento. Il primo giorno lo ricordo bene, con tutte quelle persone vestite in maniera colorata, specie nella parte dell’emiciclo in quale sedeva il maggioritario Partito dei Tifosi di Calcio. Ma non ero lì per guardare lo spettacolo, anzi: nei mesi successivi testimoniai per lunghe sedute sulle sevizie che accadevano in quel carcere, e i miei monologhi diedero luogo a lunghe discussioni, con i deputati molto attenti ad ogni questione da me sollevata. Alla fine, la legge sui mutanti venne abrogata, e tutti i miei amici furono finalmente liberi di uscire dal carcere. Quel giorno, festeggiai a lungo il nuovo stato delle cose insieme agli amici appena usciti dalla struttura; ma per qualche motivo sentivo che quella storia era ormai finita, per quanto non capissi, in quel momento, il perché.

Era in effetti la fine, poiché mi sono svegliato alla fine della festa, sempre accanto a Manu, e guardando l’orologio mi sono accorto che erano le undici: tardi, ma fortunatamente era domenica, e quindi non ci furono problemi, e potei cominciare la giornata in maniera normale. Ripensando poi al sogno, mi sono accorto che non conoscevo nessuna delle persone che vi avevo incontrato; tuttavia, era molto piacevole la consapevolezza che se fossi stato davvero un poliziotto prima, e un parlamentare poi, avrei agito esattamente come ho fatto nel sogno, e questo pensiero mi ha dato la carica per la giornata che mi aspettava. E così, con questo stato d’animo buono, ho alla fine cominciato una nuova, normalissima, giornata.

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