giovedì 28 aprile 2011

Trascendenza

Dopo un piccolo periodo di mia assenza, dettato dal fatto che mi sono concentrato sul blog nuovo, torno qui con un racconto nuovo, quello famoso sul Pale Blue Dot. Devo dire che questo racconto è andato ben oltre l'idea originale, arrivando fino a questo risultato, che per me è assolutamente perfetto. Considero questo racconto il più bello che abbia mai scritto, il mio capolavoro, perciò lo posto qui. Spero piaccia anche ai miei lettori come piace a me.

Trascendenza

Amnesia. E’ la prima parola che pensai, quando aprii gli occhi, ed era quello che sapevo essere successo. Non avevo alcun ricordo nella testa, anche se sapevo che ero un uomo, e conoscevo il mio nome, Mattia; ma della mia vita non c’era alcuna memoria, la mia mente era come un foglio bianco. Cercai di muovermi, e mi accorsi di non essere a terra, ma che ero sospeso in aria, e che non mi vedevo, ero incorporeo quasi come un fantasma. Poi vidi la terra, un prato erboso, pochi centimetri sotto di me, che si allontanava, prima in maniera impercettibile, e poi sempre più velocemente. Presto attraversai una grigia nuvola, e il terreno non fu più visibile; e subito dopo vidi l’azzurro del cielo, che mi stava sopra e mi circondava in tutte le direzioni, tranne nella parte inferiore, dove le nuvole coprivano tutto. Ma la velocità aumentava sempre più, e presto mi ritrovai fuori dell’atmosfera, a volare nello spazio. La Terra si allontanava sotto di me finché non la vidi come una biglia blu sospesa nel nulla più assoluto, vicina solo ad un altro astro, che spuntava appena da dietro, bianca e bellissima. Fu allora che cominciai a ricordarmi qualche dettaglio della mia vita. La natura mi piaceva molto, ora sapevo, e non potevo che essere meravigliato, anzi, più che estasiato di quello che vedevo! E quell’astro- la Luna, così ora sapevo si chiamasse- formava insieme alla Terra uno spettacolo unico! In quel momento però non ero padrone di me stesso, la forza oscura che mi aveva fatto levitare mi conduceva ora lontano dal pianeta, e così in qualche minuto fui lontano da lì. Volevo però ancora guardarlo per un po’: fu allora che scoprii di potere ingrandire come un telescopio quel che vedevo con la sola forza di volontà, anche se solo fino ad un certo punto. Allora rividi la Terra, ma poi mi distrassi a guardare altri astri, colmo di meraviglia com’ero per l’universo che mi si era spalancato davanti, e non mi ricordai più del mio pianeta natale.

Dopo un po’ che osservavo le stelle tutte intorno a me, sempre incantato da ciò che vedevo, mi accorsi che una di esse, brillante di un rosso acceso, si avvicinava a me; e non so perché, quel balenio scarlatto mi appariva sinistro, per qualche motivo di cui però non mi capacitavo. Presto, la luce divenne un gigantesco pianeta color ruggine: Marte. Sfiorai volando la cima dell’immenso monte Olympus e passai sopra la lunghissima valle Marineris, e mi sentii felice di quelle visioni: ma contemporaneamente altre sensazioni, sicuramente ricordi dal mio passato, fiorivano nella mia testa, ed una nuova consapevolezza esplose all’improvviso in me. Mi ricordai così di qual’era la mia vita, una guerra continua, rivolta soprattutto contro quelle persone che, troppo piene di se, non riuscivano a capire la mia estrema sensibilità emotiva, e mi offendevano; e il mio carattere, a volte impetuoso data anche la mia giovane età, non mi aiutava, rendendo anzi tutto peggiore di quanto non sarebbe stato. Era del tutto orribile, quel complesso di pensieri, ma quando, in pochi minuti, fui di nuovo lontano da Marte, l’oppressione per la mia situazione precedente passò, e mi risentii normale come prima, pur essendo turbato da quello che avevo provato.

Trascorse un quarto d’ora senza che nulla succedesse. Ero quasi irritato da quell’attesa quando vidi un’altra stella muoversi e avvicinarsi. Era Giove, come mi accorsi subito dopo, vedendolo da vicino: la Grande Macchia Rossa risaltava tra le fasce atmosferiche del pianeta, e i Satelliti Medicei lo circondavano come gemme di una corona, dal punto in cui lo vedevo; e avvicinandomi di più vidi le tempeste magnetiche ai poli del pianeta, i vulcani di zolfo di Io e il ghiaccio di Europa. Mentre fissavo estasiato quei panorami, altri ricordi mi tornarono, come fulmini, nella mente: e ricordai che prima di quel viaggio adoravo l’heavy metal, in tutti i suoi sottogeneri. Era una vera passione, uno stile di vita, e non solo: sapevo che questo genere musicale simboleggiava, per me, un complesso di valori forti come la lealtà, l’onestà, la profondità, l’intelligenza. Così, dovevo per forza essere una persona buona e giusta, che viveva le proprie emozioni nella maniera corretta e rispettava le altre persone. Era davvero un ricordo piacevole, ma non poteva durare a lungo, e fu con un po’ di tristezza che mi allontanai dal pianeta, sempre sospinto dall’oscura energia che mi conduceva sempre avanti.

Un’altra mezz’ora passò , anche se non ne ero sicuro: lì non c’era nessun modo per misurare il tempo. Poi sentii una sensazione strana alle mie spalle, così mi girai, e vidi il pianeta Saturno in tutto il suo splendore, coronato com’era dai suoi bellissimi anelli. Eppure quella visione non mi rendeva felice, poiché mentre passavo tra i minuscoli asteroidi che componevano gli anelli, nella mia mente apparivano le immagini delle tante, tantissime persone che in vita mia mi avevano deluso e fatto del male intenzionalmente, giusto per disprezzo mio, di come ero, di come ero fatto; e mentre sorvolavo gli oceani di metano della luna Titano, mi tornavano alla mente le storie orrende dei rapporti che avevo avuto con ognuna di queste persone, e i loro tradimenti che avevo subito con gran sofferenza. Ricordavo in particolare due persone: un uomo che mi ingannò profondamente, fingendosi mio amico per poi rivelarsi tutt’altro; e soprattutto una donna, che aveva tentato in tutte le maniere di rovinare la cosa a cui tenevo più di tutte, persino di più dell’heavy metal, anche se non in quel momento ricordavo ancora quale essa fosse. Che razza di persone orrende! Mi faceva così male pensare a loro, a come mi avevano ferito nel profondo! Per fortuna, anche Saturno passò piuttosto velocemente come gli altri pianeti, e la sgradevolezza che avevo provato se ne andò, anche se per un po’ la tristezza perdurò in me.

Mentre ancora viaggiavo velocissimo, mi interrogai su un particolare che i due pianeti gassosi fino ad allora visitati mi avevano fatto focalizzare. Cos’era la cosa più importante per me? Non ricordavo proprio, però. Alla fine dell’ora arrivai davanti ad Urano, e ancora una volta mi stupii per quel che vedevo. Il pianeta scorreva placido e calmo sotto di me, senza le tempeste degli altri giganti gassosi, e il suo azzurro acceso mi dava una sensazione di pace. Mentre mi avvicinavo, dei nuovi ricordi affiorarono: mi ritrovai così a ripensare a quanto amavo il cielo, sia quello azzurro del giorno, sia soprattutto il nero della notte, dove tante stelle brillavano meravigliose. A volte, rammentavo, avevo addirittura desiderato essere un uccello, e volare in quell’infinito paradiso, libero da ogni vincolo e da ogni paura; e la consapevolezza che il mio sogno si era avverato con quel viaggio mi portò quasi alle lacrime di commozione. Ma anche Urano fu presto alle mie spalle, e il mio viaggio proseguì ancora, anche se avrei preferito rimanere sull’azzurro pianeta per sempre.

Ormai avevo capito come si svolgeva quel pellegrinaggio nel sistema solare, e aspettai calmo l’arrivo di Nettuno. L’ormai nota sensazione mi avvertì di esserci, e girandomi vidi la massa blu del pianeta, con la Grande e la Piccola Macchia Scura che erano come buchi in un oceano di gas e nuvole. Dagli abissi della mia mente spuntarono allora una miriade di pensieri, come uno sciame di vespe, che mi ricordarono cosa era la vita di tutti i giorni per me: una vita di continua lotta contro le mie paure e le mie ansie, le quali ora tornavano a tormentarmi. Vissi dei minuti di assoluto panico irrazionale, tutti quei pensieri non avevano assolutamente alcun senso, eppure mi torturavano straziandomi e mi consumavano dentro, come parassiti che attaccavano il mio io; e le ansie erano così concrete che me la sentivo addosso, come un vestito fatto di ortica, che più cercavo di togliere e più mi si stringeva addosso. Nettuno era piccolo rispetto agli altri pianeti gassosi, così passo anche più in fretta degli altri; ma non me ne accorsi, quei pochi istanti in cui lo sorvolai mi sembrarono ore. Quando infine mi fui allontanato, stavolta non riuscii davvero a lasciarmi dietro tutto l’orrore che avevo pensato, e piansi.

Dopo qualche minuto di tristezza, passai circa un quarto d’ora ad annoiarmi, tra lo scoramento dell’aver visitato ormai totalmente il sistema solare e la speranza di arrivare infine alla meta del mio peregrinare, del quale ancora non avevo nemmeno potuto immaginare lo scopo. Quando sentii l’ormai nota sensazione, fui quindi un po’ stupito, non mi aspettavo un altro pianeta. Quando mi girai, riconobbi senza dubbio i chiaroscuri di Plutone, la sua superficie nerastra appena rischiarata dalla pallida luce del Sole che lì appena arrivava, e poco lontano la grigia luna Caronte, estremamente grande rispetto al pianeta. Non potei che pensare con sarcasmo che l’operatore turistico di quella gita non sapeva che Plutone non era più considerato un pianeta, e che quindi aveva sbagliato. Così mi ricordai un altro aspetto della mia personalità, il fatto che spesso sottolineavo le cose con battutine ironiche. Un ricordo piacevole, ma che ormai non mi rallegrava, visto che sapevo cosa stava per succedere. Anche Plutone passò oltre, infatti, e la breve allegria di quell’incontro sparì. La mia tristezza aumentava sempre di più. Ricordavo quasi tutto del mio passato, ormai, ma sentivo che la cosa più importante di tutta la mia vita mi sfuggiva. Triste e solo in un universo infinito, e ormai spossato dalle molte ore di quel viaggio, chiusi gli occhi e mi addormentai.

Emanuela. E’ la prima parola che pensai, a questo nuovo risveglio. Era lei la cosa importante che dovevo ricordare, la mia anima gemella, la mia amata immortale! Era lei, la mia Manu, che dovevo ricordare, la cosa importante, la più importante della mia vita. Con mia gran sorpresa, sentii in qualche modo che non ero più in movimento come lo ero stato fino al sonno, ero immobile ora, lì in mezzo al nulla più assoluto. Lentamente, mi girai, e la prima cosa che mi venne in mente di vedere fu la Terra, con il massimo ingrandimento possibile: ma a quella distanza non era altro che un piccolo punto blu, veramente piccino, in mezzo al nero punteggiato di stelle dell’universo immenso. Avevo già visto qualcosa di simile: era la foto soprannominata “Pale Blue Dot”, scattata dalla sonda Voyager 1, che raffigurava appunto quel puntino azzurro sospeso in un raggio di sole. Nonostante non fosse la prima volta che vedevo uno spettacolo simile, ne rimasi comunque sbalordito. Le mie ansie, le mie paure, tutte le brutte persone che avevo incontrato, ma anche le cose belle, l’heavy metal, il cielo blu, tutte le mie passioni, dov’ero sembravano nulla, in confronto all’immensità del cielo stellato, nemmeno un atomo della Via Lattea che era a sua volta appena un granello nell’universo infinito. Eppure non mi sentivo piccolo, sentivo nel mio cuore che l’amore che mi legava (e ancora mi lega) a Manu era ancora più grande di tutto ciò, e riempiva l’inimmaginabile vuoto del cosmo. Anche da lì, a centinaia di migliaia di chilometri, i nostri cuori battevano insieme, ed eravamo uniti, anche a quella distanza eravamo come una cosa sola. Poi, all’improvviso, sentii una sensazione strana, mai sentita prima, alle mie spalle, e mi voltai. Nel mezzo del nulla cosmico, una piccola luce brillava, bianca e luminosissima, e pian pianino si avvicinava a me; ma non avevo alcuna paura, sapevo che non mi sarebbe successo nulla. La luce si fece sempre più vicina, fino a toccarmi, proprio all’altezza del cuore: poi si ingrandì, e sentii che vi entravo dentro completamente, fino a che tutto fu avvolto nel bianco, e scivolai, pieno d’amore, nell’incoscienza.

Mi risvegliai dolcemente, e pian piano mi alzai, scostando la benda che usavo per dormire. La mia Manu era lì, accanto a me, con i delicati e bellissimi lineamenti del volto che incorniciavano un sorriso stupendo e gli occhi profondi e meravigliosi. Mi commossi a quella visione, e piansi; ma lei mi asciugò con delicatezza le lacrime, e poi mi baciò. Quindi mi disse che ero fantastico mentre dormivo, e che nel sonno dicevo solo quanto l’amavo; e piena di affetto mi baciò ancora, molto a lungo questa volta. In quel momento non mi interessava di quello che era successo, non mi interessava delle ansie che avevo avuto e che erano sparite, ne delle tante persone che mi avevano fatto del male. L’unica cosa che sapevo era che il mio amore per lei trascendeva le stelle e il suo per me arrivava ai confini del cosmo; e sapevo che sarei stato con lei, il mio vero amore, fino alla fine dell’universo stesso, e poi ancora per sempre.

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