giovedì 31 marzo 2011

L'ultimo esorcismo

Dopo un po' di tempo che non scrivevo, per questo ultimo giorno del mese, ecco l'ultimo racconto che ho scritto, intitolato "L'ultimo esorcismo" (:D). Come dice il titolo stesso, è un racconto abbastanza sull'orrore, che parla di questa pratica, a mio parere di ateo razionalista, medioevale e senza alcun fondamento, ed è narrata dal punto di vista proprio dell'esorcizzato. Non credo sia tra i miei racconti migliori, forse invece è addirittura tra i peggiori, ma mi pareva comunque degno di essere letto, e spero che sia di gradimento.

L’ultimo esorcismo

Tutto cominciò una bella giornata primaverile. Il ragazzo undicenne giocava a pallone nel campo da calcetto del parco, insieme al suo piccolo gruppo di amici. Gli piaceva giocare in attacco, e gli riusciva anche molto bene: ad un tratto, in un azione di contropiede, riuscì senza particolari difficoltà a dribblare il portiere in uscita, e si portò la palla sul destro per non sbagliare un goal già fatto. La palla però finì a lato della porta, un errore non da lui. I suoi amici capirono subito che c’era qualcosa che non andava: nessuno avrebbe mai sbagliato una rete così facile, e sembrava molto strano che uno bravo come lui potesse averlo appena fatto. Poi, con orrore, videro il loro amico accasciarsi a terra, scuotendosi e contorcendosi orribilmente, e si spaventarono moltissimo. Un adulto accorse dalle panchine del parco, e mise il giovane, che continuava a muoversi convulsivamente, sdraiato a pancia in giù; poi chiamò col cellulare un’ambulanza, che in pochi minuti fu sul posto, trovando il paziente a terra, immobile. Mentre il giovane riprendeva conoscenza, senza la benché minima idea di ciò che gli era appena accaduto, l’ambulanza arrivò in ospedale, dove il giovane venne visitato da un distrattissimo medico del pronto soccorso. Il dottore, con il distacco che aveva sempre, poca attenzione e senza sapere i sintomi dell’attacco epilettico che il ragazzo aveva avuto, pensò ad un semplice e banalissimo svenimento per disidratazione: fece bere qualche bicchiere di un integratore di sali minerali e liquidi al giovane, e poi lo rimandò a casa con i suoi genitori (arrivati nel frattempo in ospedale), con le uniche raccomandazioni di non sforzarsi troppo nei giorni successivi, e di cominciare a bere più acqua del solito, quando eseguiva una qualunque attività fisica.

All’incirca una settimana dopo, il ragazzo guardava un film in televisione nel soggiorno, da solo. Era una bella pellicola d’azione, con tante esplosioni e tanti combattimenti, un film di quelli che al bambino piacevano tanto; ma quelle luci abbaglianti erano troppo da sopportare per il suo povero cervello, che per la seconda volta si sovraccaricò. Il secondo attacco epilettico fu ancora peggiore del primo: il giovane si buttò a terra urlando, e poi contrasse tutti i muscoli del corpo, terrificante a vedersi. I genitori, che erano nell’altra stanza, accorsero subito, e videro quello che stava succedendo, senza però capire nulla della situazione, in preda solo ad un ovvio panico. Passarono diversi minuti in cui il ragazzino, dopo aver esaurite le convulsioni, rimase a terra senza muoversi, svenuto; poi si rialzò quando anche quest’attacco fu passato, impaurito e molto scosso per non aver capito cosa gli era successo. Una nuova visita all’ospedale sarebbe stata assolutamente necessaria, in questo caso; però purtroppo i suoi genitori erano persone non molto intelligenti ne di mentalità avanzata, ed estremamente religiose, così non pensarono che potesse essere una malattia, ma qualcosa di più irrazionale e serio; chiamarono così il sacerdote del suo paesino, che subito e senza indugio promise di aiutarli. La catena di chiamate che fece partire dal suo piccolo borgo di centro Italia riuscì ad arrivare dritta fino a Roma, da dove un maestro esorcista partì rapidamente il mattino successivo, per andare a compiere il suo lavoro.

Il ragazzo non capiva perché doveva soffrire in quel modo. Ogni tanto aveva uno di quei momenti di incoscienza che gli erano capitati da quel giorno al parco, ma erano eventi unici: nella maggior parte del tempo era lucido, non si sentiva male. La madre gli diceva invece che aveva qualcosa di cattivissimo, di malvagio dentro, ed era per questo che doveva subire quella specie di tortura, per guarire da quella malattia. Colui che doveva curarlo, l’esorcista, entrava nella sua stanza ogni mattina e poi cominciava ad urlargli in maniera spaventosa tante cose che lui non capiva; quindi lo spruzzava di acqua santa e continuava, imperterrito. Le rare volte che il ragazzo singhiozzava per il terrore, l’anziano uomo gli urlava contro ancor più forte, chiamandolo “Satana” e con altri orrendi nomi, per tutta la mattina e tutto il pomeriggio, finché non arrivava la sera. A volte, poi, addirittura veniva picchiato, con schiaffi sul volto e pugni fortissimi ovunque, e i lividi gli rimanevano per giorni. Continuarono per un bel po’ di tempo, sempre gli stessi rituali paurosi e distruttivi per la psiche ancora immatura del bambino, anche se non era un processo continuo: quando sembrava migliorare e non avere più crisi il prete andava via e gli lasciava qualche giorno di pace, per poi tornare subito dopo il nuovo svenimento. Ogni volta lui provava ad evitarlo, sempre di più, si impegnava al massimo, ma non riusciva a non ricaderci, era il suo corpo che gli imponeva di crollare; ed allora il sacerdote puntualmente tornava, e ricominciava quei deleteri cerimoniali. Il giovane viveva ormai come in un sogno malato, che diventava sempre più un incubo orripilante. Il sacerdote continuava sempre ad urlare in una lingua sconosciuta, ma lui capiva lo stesso che lo stava riempiendo di odio; e lui non poteva nemmeno rispondere piangendo, che altro disprezzo e altri insulti gli piovevano addosso, sempre più intensi e sempre più devastanti per lui, che sentiva sempre più la sua felicità e la sua sanità mentale sparire, sotto quei colpi. Ormai si sentiva devastato, tanto che nelle pause che l’esorcista gli concedeva per il pranzo, e a cena, il giovane non riusciva a mangiar nulla: si sentiva sporco dentro, e il voltastomaco non gli permetteva di ingerire alcunché, senza causargli pesanti conati di vomito. Passò così oltre un anno, poi il fisico devastato del giovane, ormai ridotto ad un pallido scheletro, crollò: e in una decina di giorni di terribile agonia, il bambino spirò nel suo letto, senza che alcun dottore, ancora, avesse potuto ancora visitarlo, senza che nessuno lo avesse potuto aiutare davvero.

Dieci anni dopo, tutte le persone razionali d’Italia esultarono, quando la notizia della sentenza della Corte Suprema di Cassazione venne resa note dai media. Dopo il ricorso dei giudici dell’esorcista, condannato in primo e in secondo grado, il massimo grado di giudizio si era pronunciato: non solo aveva confermato la condanna a venti anni di carcere, ma addirittura si deliberava che l’esorcismo in quanto tale doveva essere trattato in qualità di ciarlataneria, e diventava così fuori legge. Una condanna minore era stata anche inflitta ai genitori, rei di non aver chiamato alcun dottore per la malattia del figlio, riconosciuta senza dubbio come un’epilessia normale che poteva essere tenuta sotto controllo, per quanto non fosse una patologia piacevole da avere. Il ragazzo epilettico era morto da anni, oramai, anche i suoi amici più stretti di tempo prima ormai quasi non lo ricordavano più; ma finalmente aveva avuto giustizia, e con lui tante altre persone, che non avrebbero mai più subito la terribile e medievale pratica dell’esorcismo.

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