sabato 12 dicembre 2009

Decadenza

Dopo oltre un mese e mezzo dal mio ultimo racconto, nel quale ho avuto poco tempo ed energie mentali per concepirne uno, sono tornato a scriverne uno. Tutto è cominciato da un sogno che ho fatto qualche tempo fa (quest'estate, se non erro), in cui ho immaginato questa specie di "parcheggio sotterraneo" pieno di persone, e delimitato da una zona tanto luminosa da risultare impenetrabile, semplice bianco che si stagliava nella semioscurità di quei luoghi. Le mie vicende personali mi hanno poi portato ad essere sempre più critico e sfiduciato nei confronti della maggior parte del genere umano, fino a che queste sensazioni mi hanno spinto a inserire, nella base del sogno (che di per se non aveva praticamente nulla di negativo), un racconto disincantato e illuso, una metafora della società moderna quasi caricaturale, visto che le sue tendenze negative sono amplificate all'estremo, ma che non per questo è troppo lontano dal descrivere il degrado morale e materiale del mondo che ci circonda. Il finale, infine, è enigmatico, non significa nulla in particolare se non quello che ognuno gli da; detto questo, spero solo che sia di gradimento.

Decadenza

Un enorme zona coperta. La Struttura era questo, un soffitto immenso sorretto da pilastri di cemento armato spaziati quella quindicina di metri che bastava per rendere l’ambiente arioso e dare una sensazione di spaziosità. Era quello che gli uomini conoscevano, quell’ambiente, per loro non c’era altro. D’altronde, ai limiti della quasi infinita zona coperta, si vedeva la luce, talmente intensa da accecare, di giorno, mentre di notte pesanti porte di metallo si chiudevano a coprire mentre le lampade interne alla struttura si affievolivano sempre più, fin quasi a spegnersi. Andare fuori per gli uomini era una cosa priva di senso, oltre che rischiosa, fuori c’era l’ignoto, il pericolo, lo sapevano tutti; ma anche se così non fosse stato, era proibito categoricamente uscire, pena la morte. Nella Struttura, ognuno aveva ciò di cui aveva bisogno: un quadrato delimitato da quattro colonne da condividere con la propria famiglia, che aveva sbocco su una dei quadrati che non ospitavano famiglie, una strada, insomma. All’interno di ogni quadrato, c’erano i letti dei familiari, il tavolo dove apparivano, due volte al giorno, dei piatti pieni di cibo, ogni volta diversi, e i servizi igenici. Nessuna privacy di alcuna sorta, tutto si svolgeva sotto gli occhi dei vicini, ma agli uomini di questo nulla importava: bastava che la “casa” fornisse loro, oltre al cibo, l’alcol e gli oppiacei di cui avevano tutti bisogno, e che ogni uomo potesse dare adito ad ogni istinto non danneggiasse le altre persone. Si vedevano spesso crudissime scene di sesso senza alcun ritegno, orge, vandalismo a non finire contro gli oggetti; niente violenza, quella poca che c'era era severamente punita dalle forze dell'ordine, ma questo non rendeva quel mondo meno marcio e meno decadente. Ad ogni angolo della strada, qualcosa bruciava oppure emanava fetidi odori, i rifiuti erano dappertutto nelle strade ed i robot addetti non riuscivano a pulire quasi nulla, l’odore di quei luoghi era mefitico. Gli uomini erano però abituati a quella situazione, e non ci facevano caso, anzi ignoravano tutto e passavano il loro tempo tra un rapporto sessuale, una tirata di oppio, un’ubriacatura e soprattutto la visione di programmi televisivi, programmi tutti incentrati su reality shows tenuti da altra gente della struttura oppure di dibattiti su qualsiasi tema. Si era perso tutto, la ragione, le emozioni, i sentimenti, l’arte, la cultura, la conoscenza, tutto, solo gli istinti più bassi contavano, in quel luogo.

Un giorno, però, qualcosa accadde. Un ragazzo, figlio di una famiglia come tante altre, iniziò a sentire che c'era qualcosa che non andava, in tutto quello. Cominciò a riflettere, e più rifletteva più capiva che tutto quello era profondamente sbagliato. A diciotto anni rifiutò di compiere l'iniziazione all'oppio e all'alcol, tradizione umana fin dall'inizio dei tempi, generando scandalo in tutto il quartiere. Da quel momento in poi, per questo e per tutti quei suoi modi di fare contrari alla norma e al comun vivere, era da tutti deriso, insultato, e continuamente infastidito. Era triste, quel ragazzo, una persona molto triste, e spesso, sotto le coperte, unico luogo in cui nessuno lo vedeva, piangeva lacrime amare. Vedeva la gente attorno a se che non provava alcun rimorso a far soffrire gli altri e lui in particolare, e che, senza alcuna emozione tirava avanti; e non capiva perché non poteva essere come gli altri, insensibile al resto del mondo. Nonostante ciò, però, non si vergognava di essere diverso, anzi, ne era stranamente fiero, e non avrebbe mai voluto cambiare per nulla al mondo. A venti anni, lasciò la casa dei suoi genitori, e per qualche anno vagò senza fissa dimora per la Struttura, alla ricerca di un qualcosa di cui non era a conoscenza ma che al quel punto bramava avere. Ovunque andasse, sempre veniva irriso, sempre ciò che pensava gli creava problemi con gli altri. Più visitava nuovi posti, all'interno della struttura, e più la sua delusione aumentava, più il suo disgusto verso le persone cresceva, e sempre più si sentiva perso, come se il mondo non fosse il suo posto. Si sentiva sempre più triste e sempre più solo, e cominciò a pensare e a ripensare alla morte e al fatto che la sua vita fosse orribile ed insensata.

Poi le cose cambiarono, all'improvviso. Per un evento fortuito, conobbe alcune persone che condividevano molte delle sue idee, e che si comportavano in maniera gentile e amichevole, come nessun altro prima era mai stato con lui, e come non ne esistevano, nella Struttura. In breve, si affezionò a queste persone, sentendo crescere un grande affetto per loro, e vedeva che anche essi ricambiavano. Era amicizia, un sentimento che non aveva mai sperimentato, che nel mondo, tranne lì, non c'era affatto. Più passava il tempo con quelle persone in quel posto magico, più la sua sensibilità aumentava, fino a che egli divenne un essere nuovo, un essere amichevole e gentile, che non si chiudeva in se stesso e non era più deluso dagli altri. Allora, le sue attenzioni si rivolsero nuovamente alla Struttura. Con la sua nuova sensibilità, non riusciva a sopportare che la maggioranza delle persone desse importanza a piaceri fugaci e falsi piuttosto che ad una interiorità vera e sincera. Prese così, aiutato dai suoi amici, a esporre le sue idee davanti alle altre persone, sperando di riuscire a convincerle che soddisfare solo i piaceri più bassi è sbagliato e un giusto equilibrio tra emozione e razionalità è la cosa migliore, ma invano. Man mano che passava il tempo, la gente diventava anzi sempre più ostile, finché, l'ultima volta, non venne chiamata la polizia. Mentre i poliziotti sparavano senza pietà sul suo gruppo, uccidendone gran parte, egli fuggì assieme a colei che era la sua migliore amica in assoluto, riuscendo ad evitare miracolosamente le pallottole. Corse per ore senza pause, fino ad arrivare, spossato, al limitare della struttura. La luce era fortissima come al solito, ma lui non aveva più paura: tanto era il disgusto del mondo che aveva alle spalle, che non voleva più farne parte.

Camminando lentamente, uscì assieme alla sua amica. Gli occhi li facevano male, mai nella Struttura si era mai vista una luce così intensa. Attraversò la luce e si spostò in una zona che intuiva essere più adombrata, e poi aprì, lentamente, gli occhi. Il tetto piatto della struttura si estendeva lì davanti, appena visibile con l'oscurità che c'era, mentre la luce era data da un potente faro, che puntava verso il basso. Lì intorno, oscurità più totale, non si vedeva nulla se non quel poco illuminato dal riverbero della fila di lampioni che continuava, circondando completamente la Struttura. Passò qualche ora in cui i due stettero vicino al lampione, discutendo sul da farsi; poi un forte rumore che li fece sobbalzare accompagnò la chiusura delle porte di ferro, e il successivo spegnimento improvviso del faro. Ma l'oscurità non sembrava più così totale, allora. Sopra di loro, il soffitto che sembrava, a differenza di quello della luogo da dove venivano, estendersi all'infinito sopra di loro, si colorava di un azzurro chiaro. Poi, una gigantesca palla di fuoco si levò dall'orizzonte, dipingendo il mondo di colori che i giovani non avevano mai visti, e illuminando un paesaggio fantastico. Sopra la struttura, c'era un verde intensissimo, e così anche a terra, c'erano delle specie di verdi capelli che spuntavano dalla terra, mentre in lontananza si vedevano addirittura altissime colonne rivestite di un abito verde scuro. Era caldo, lì fuori, e non c'era alcuna protezione al di sopra delle loro teste, ma ai due non importava nulla, era così bello quel mondo in cui erano arrivati che a loro non importava. Erano finalmente fuori dalla decadenza materiale e morale della società, fuori dalla portata di ognuna di quelle persone malvagie e stupide, fuori da un mondo che non li accettava. Erano liberi, finalmente.

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