sabato 25 luglio 2009

Wiesgarðr

Nuovo racconto scritto da me, dedicato a Marco "Bompa". Ho cercato di fare un racconto diverso dal solito, in bilico tra epico e fantasy. Numerose le fonti a cui mi sono ispirato, pur essendo il racconto originale, dalla primaria e dilagante presenza della mitologia vichinga ai racconti di Howard su Conan il Barbaro, dalla cultura norrena ad alcune canzoni dei Manowar. Spero sia di gradimento, e spero pure che non crei invidia, il parlare di terre ghiacciate quando fuori si toccano i 40 gradi e si muore di caldo.
P.S. conoscerò Marco al Pagan Fest, quindi tra quegli "amici" che ci sono alla fine ci sono anche io, in un hitcockiano cameo.

Wiesgarðr

Marco era da sempre una persona allegra, pure troppo a detta di alcuni suoi conoscenti. Non si arrabbiava mai, prendeva sempre la vita scherzando, e non aveva mai pensieri negativi. Non ci aveva mai riflettuto, a dir la verità: lui prendeva la vita come veniva. Era sempre felice, ma non capiva quanto questo fosse speciale, una cosa che molti altri si sognavano, una cosa rarissima nei giorni moderni. Almeno, non lo capì fino a quel giorno.

30 settembre 2009. Quel giorno Marco aveva programmato le ferie dal lavoro, per andare a Milano a vedere un festival musicale. Il Pagan Fest era un evento in cui avrebbero suonato principalmente band folk metal, creato principalmente per gli amanti di questo genere, come era il giovane. Inoltre in quella edizione, gli headliner erano i Korpiklaani, uno dei gruppi più influenti nel campo del folk, perciò non poteva davvero mancare. Seguì con passione i vari gruppi-spalla che si susseguivano insieme agli amici conosciuti quel giorno nella zona più calma del locale, sorseggiando un boccale di birra; solo con il gruppo principale si sarebbe scatenato e sarebbe andato nella bolgia. Appena il gruppo apparve sul palco, si gettò nel pogo, lasciandosi andare. Le prime tre o quattro canzoni furono normali, se si può parlare di normalità in un pit. Poi però successe il misfatto: mentre la band suonava il cavallo di battaglia Happy Little Boozer, una canzone veloce su cui la bolgia si scatenava, d’un tratto il ragazzo perse l’equilibrio. Per sfortuna, o forse per una strana coincidenza, quelli che gli erano intorno non riuscirono a prenderlo in tempo come succede quasi sempre nel pogo, così Marco cadde a terra e batté violentemente la testa. Il dolore fu sul momento intensissimo, tanto da fargli chiudere gli occhi, e subito provò una sensazione di freddo. Non gli sembrò nulla di particolarmente rilevante, in quel momento, e massaggiandosi la fronte, si rialzò velocemente. Non sentiva più la band suonare, solo silenzio, e chiedendosi cosa stesse succedendo aprì gli occhi. Li dovette subito richiudere: la luce era bianca ed accecante, e gli provocava dolore. Di nuovo, questa volta più gradatamente: e quando li ebbe completamente aperti, si sgomentò di ciò che vedeva. Non era più nel locale, ma in una pianura ricoperta da una coltre bianca che si spingeva oltre i confini di vista. Grossi fiocchi di neve scendevano dal cielo, e la visibilità era molto limitata. Dal punto in cui era, il giovane non riusciva a vedere altro che qualche pino qua e la ed un piccolo laghetto ghiacciato. Come in un sogno, senza sapere cosa fare, si avvicinò allo specchio d’acqua e vi guardò dentro, ma non vide altro che la sua immagine riflessa… ma che immagine! Era sempre lui, ma molto più giovane di quanto si ricordasse, un bambino, si dava al massimo 10 anni. Ora che ci pensava, si sentiva anche diverso, oltre ad apparire tale, eppure non aveva perso alcun ricordo, e tutto gli sembrava un bislacco sogno. Spiazzato e senza sapere cosa fare, ma con il solito ottimismo, Marco si mise in cammino.

Per ore e ore camminò per la pianura, mentre la neve continuava a cadere. Il panorama cambiava veramente di poco, sempre un deserto ghiacciato con solo qualche abete che spuntava qua e la ed ogni tanto una pozza d’acqua congelata. Più volte si accorse di aver incrociato le proprie stesse impronte, ma ciò nonostante non si scoraggiava. Giunse la sera, e poi la notte, e Marco si ritrovò a vagare al buio e al freddo, i vestiti leggeri che lo proteggevano a malapena dal gelo. L’unico modo per non congelare era continuare, imperterrito, ad andare avanti, resistendo. Alla fine, questa strategia risultò vincente: dopo ore, finalmente, nelle tenebre e nella nebbia scorse una debole luce; né fu subito felice, ma era ormai quasi assiderato, e la tensione che lo aveva condotto a quel punto si era ormai affievolita fino a sparire. Prostrato dalla fatica e dal freddo, il giovane cadde a terra, svenuto.

Si svegliò in una piccola casupola di legno, illuminata da un caminetto che si trovava su un lato. Davanti al caminetto, un omone gigantesco, con lunghi capelli che gli scendevano sulla schiena, che in quel momento pensava al fuoco raggrumando i ciocchi. Tentò di alzarsi, e in quel momento l’uomo si voltò dalla sua parte, mostrando un paio di folti baffi. Parlò in una lingua strana e dissonante, ma che il giovane, stranamente, comprendeva benissimo e, come si accorse poi, riusciva persino a parlare. Gli chiese chi era, se si sentiva bene e da dove veniva, poiché aveva l’aspetto di uno straniero. Marco rispose, gli disse che stava bene, ma che non sapeva come era arrivato lì e non aveva idea neppure di dove si trovasse. L’uomo disse di chiamarsi Ari, e che il giovane si trovava in un paese chiamato Wiesgarðr. Poi domandò cosa ci faceva un ragazzino piccolo come lui all’aperto in una landa desolata come quella, ma il ragazzo replicò che era più vecchio, prima, e che non sapeva nemmeno perché fosse ringiovanito; allora lasciò perdere il discorso, e gli disse di riposare, consiglio che Marco accolse immediatamente, cadendo quasi subito in un profondo sonno senza sogni.

Da Ari, il giovane apprese molte cose: che Wiesgarðr era una terra del nord, nel mondo di Miðgarðr e che si affacciava sul mare. Il popolo Wies, che abitava quella terra, era testardo ma di buon cuore, ed era noto alle altre genti per l’agricoltura ma anche per la navigazione e per il saccheggio che perpetuavano sui mari. L’uomo adottò Marco e lo allevò come un figlio, rinominandolo Sweyn, come suo padre. Gli insegnò a spaccare la legna, a fare le faccende in casa, a coltivare la terra, ma era il combattimento con la spada l’addestramento preferito del giovane. Passarono le stagioni, la neve se ne andò e poi tornò più volte, e man mano il corpo del giovane si irrobustiva, cosa che durante la sua “crescita precedente” non era successo. Ari era giusto, ma molto severo, e man mano che gli insegnava l’arte della guerra, il giovane sentiva la felicità quella che dava per scontato, abbandonarlo costantemente, sostituita solo dal vuoto. Arrivò ad un punto che non riusciva più a provare gioia, ma solo rabbia ed odio. Infine, tornò all’età alla quale era prima di arrivare in quelle terre, ed a quel punto, pur non disprezzando affatto la stabilità della vita con il suo padre putativo decise che era ora di andarsene, alla ricerca della felicità che non riusciva più a provare.

Vagò per diversi anni in tutta Wiesgarðr e negli stati confinanti, alla ricerca di qualcosa di cui egli stesso ignorava la natura, in compagnia solo della spada che il padre gli aveva regalato. Mangiava grazie alla carità dei contadini o rubacchiando qua e la quel poco di cui necessitava, e dormiva sotto ripari improvvisati. I giorni passavano lenti, diventando settimane e poi mesi, e man mano il giovane perdeva la speranza. Aveva ventisei anni, quando, casualmente, si ritrovò nella capitale di Wiesgarðr, il giorno stesso della morte del re. Harald, secondo del suo nome, era stato un monarca saggio e pacifico, ma era morto senza lasciare eredi maschi. Per nominare il suo successore, si era deciso di indire un torneo, ed il vincitore sarebbe divenuto re. Sweyn ne venne a conoscenza, e decise di iscriversi, anche se in realtà non era così tanto desideroso di governare gli uomini. La tecnica di combattimento che Ari gli aveva insegnato era davvero ottima, però, così alla fine egli riuscì ad imporsi su ogni avversario, anche il più duro, e fu elevato alla regalità. Gli anni successivi furono molto belli: il popolo acclamava e amava re Sweyn, primo del suo nome, ed egli si dimostrava altrettanto saggio del suo predecessore, ma non altrettanto amante della pace. Grandi razzie compi con le Drakkar per mare, e il regno si arricchì di tesori mai visti prima. Ma non fu solo un guerrafondaio: sviluppò anche i commerci e strinse trattati di pace con gli stati confinanti, mentre ad essere razziati erano solamente i deboli stati nel sud di Miðgarðr. Ovunque nel regno, il re era amatissimo, e tutti erano felici perfino di pagare le imposte. Ma egli non era felice, ancora non aveva ritrovato ciò che lungo la strada aveva perduto.

Lunghi anni passarono, finché si ritrovò cinquantenne, ancora senza un briciolo di quella gioia che aveva sempre avuto prima di arrivare a Wiesgarðr. Aveva avuto esperienze delle più varie, era sposato con una donna tanto bella da ricordare una valchiria, e che lo amava veramente, ed aveva generato tre figli, ma nulla gli dava allegria. Un giorno, passeggiando per la capitale del regno, notò un chiosco di una veggente, e l’istinto gli disse di entrare. L’ambiente era pieno di fumo, e la veggente, un’orrida vecchia quasi priva di capelli, si vedeva appena. Appena lo vide, ella gli prese la mano, poi chiuse gli occhi ed entrò in una specie di trance. Durò qualche attimo, poi la veggente si risvegliò e parlò con una voce cavernosa che a stento sembrava appartenere ad una donna tanto minuta. Disse che sapeva, il problema era la felicità perduta, e che c’era solo un modo per riottenerla: andare nel sotterraneo regno dei morti, l’Helheimr, e battere la dea Hel in duello. Senza pensarci due volte, Sweyn abbandonò ogni cosa, lasciò il regno nelle mani del suo primogenito Ari, ormai ventenne, e partì verso nord.

Arrivò ai confini di Wiesgarðr e poi li sorpassò. Lasciò le terre degli uomini, uscì da Miðgarðr ed entrò nel Niflheimr, la terra dei ghiacci perenni. Lo attraversò tutto cercando di fare in fretta, per paura di incontrare i giganti di ghiaccio che lì si diceva abitassero. Ma non trovò altro che silenzio, in quelle terre, e in pochi giorni riuscì ad attraversarle tutte. Poi, la strada iniziò a scendere, e in men che non si dica si ritrovò sotto terra, non in una caverna normale, ma in un grosso ambiente illuminata da una pallida e anomala luce verdognola. Passò per il regno di Svartálfaheimr senza incontrare ostacoli, gli elfi oscuri che lì risiedevano non lo degnarono di un’occhiata, come se la sua visita fosse già prevista. Perfino il terribile cane Garmr dal pelo macchiato di sangue umano, che egli aveva tanto temuto di incontrare, lo lasciò entrare nella caverna del Gnipahellir. senza nemmeno opporsi. Camminò a lungo in quella grotta, perdendo perfino la cognizione del tempo; poi, alla fine, il condotto si allargò, ed egli si ritrovò improvvisamente in una grande aula. Davanti a lui, finalmente, il Gjallarbrú, il ponte d’oro che segnava l’entrata al regno di Hel. Oramai era arrivato, non poteva più tornare indietro. Prese coraggio, ed iniziò ad attraversare il ponte. Giunto circa a metà, si accorse di una piccola figura che avanzava dall’altro lato. La dea Hel! Era esattamente come i racconti e i canti la rappresentavano: per metà una bella ragazza, e per l’altro un cadavere in decomposizione. Il viso, diviso verticalmente come il resto del corpo, aveva un’espressione triste, tanto da impietosire Sweyn; ma la sua risoluzione a ritrovare la felicità perduta era troppo forte, ed egli non poté tirarsi indietro. Sospeso sull’abisso, gridò alla dea che l’avrebbe sconfitta, fosse stata l’ultimo atto della sua vita. Il volto di Hel si contrasse in una smorfia di rabbia, poi subì una trasformazione, ed in pochi attimi era diventata enorme; dalla ragazza che era aveva assunto l’aspetto di un terribile gigante completamente nero, dal volto terribile. Spaventatissimo, il re tirò comunque fuori tutto il coraggio di cui disponeva, e si gettò addosso al mostro. Per tre volte riuscì a ferirlo con la spada, ma esso continuava a combattere come se nulla fosse, con il suo gigantesco acciaio, orripilante a vedersi. E fu così che, mentre tentava il quarto affondo, Sweyn venne colpito e cadde a terra. Allora la dea gli si fece sopra, e aprì le fauci. Disse con voce spaventevole che non solo non avrebbe ritrovato la felicità, ma che nonostante stesse per morire con onore non sarebbe andato nel Valhalla, poiché nessuna valchiria sarebbe mai arrivata fin laggiù. Sarebbe invece rimasto lì nell’Helheimr, e avrebbe servito lei per l’eternità, camminando nel vuoto e con il vuoto nel cuore. Poi i terribili e affilati denti calarono su di lui, senza nemmeno dargli il tempo di urlare.

Si tirò a sedere dalla posizione sdraiata in cui si trovava. Non era più nell’Helheimr, ma in un posto diverso, ed era notte. Sentiva di aver già visto quel posto, ma non ricordava dove. Poi vide i suoi amici, quelli che aveva incontrato lì per la prima volta dopo averli conosciuti su internet, che lo guardavano. Allora si ricordò: il suo nome era Marco, non Sweyn! Ora riconosceva pure il posto, era l’esterno del locale dove suonava il gruppo, e ancora si sentivano, attutiti, i suoni di Wooden Pints. Non era passato più di qualche minuto da quando aveva sbattuto la testa, apprese poi dagli amici, e loro lo avevano portato fuori dal locale per farlo respirare. Ora il giovane si sentì felice, e subito dopo stupito, poiché era una sensazione che non provava da moltissimo, da quelli che gli sembravano anni. Ancora più allegro felice, propose di rientrare nel locale. Aveva capito il significato recondito di quella allucinazione, ovvero che la felicità è un bene inestimabile, non una cosa da tutti i giorni; e, finché ebbe vita, il giovane conservò la gioia, cercando di rendere più contente anche le altre persone.

1 commento:

  1. Che onoreeee!!!! E' la prima volta che qualcuno scrive un racconto su di me!!!! *.*
    Come t'ho già detto: Prevedibile ma moooolto bello come racconto!!!!
    L'allegria è una delle cose più belle di me, anzi, forse l'unica!!!! =)

    RispondiElimina