giovedì 21 maggio 2009

2009: Odissea Nel Terrore

Dopo una lunga assenza dovuta al fatto che non ho più la connessione internet (di nuovo), torno a postare un mio racconto. Lo dedico alla mia lettrice Chiara, a cui piacciono i racconti dell'orrore che scrivo. Inoltre, giusto per puntualizzare, sottolineo che questo racconto lo avevo in mente da tempo, e che 2001 Odissea nello Spazio è il mio film preferito, perciò ho deciso di scrivere una cosa del genere. Spero sia di vostro gradimento.

2009: Odissea Nel Terrore

Era stata veramente una giornata dura e faticosa per Chiara: i corsi dell’università e poi lo studio intenso del pomeriggio l’avevano veramente sfiancata, ad un livello inverosimile. Tutte quelle complicate materie erano veramente sfiancanti, e seppur amasse ciò che studiava, non ne poteva veramente più. Gli esami si avvicinavano sempre più, e anche quella sera, dopo la cena, avrebbe dovuto studiare, o almeno questo voleva. Ma era veramente stanca, e se ne accorse dopo aver sfogliato il libro di chimica analitica che aveva davanti, dopo il pasto. Le cose non le entravano in testa, per quanto le ripassasse mentalmente. Alla fine cedette, e, un
 po’ depressa, andò nel salotto deserto: quel giorno la sua amica Laura le aveva prestato il DVD di “2001: Odissea Nello Spazio” di Stanley Kubrick. Lei lo aveva già visto una volta, quel film, ma era passato un bel po’ di tempo da allora e non ne ricordava più la trama, a malapena rammentava che il finale le era piaciuto, quella volta. Inoltre poco tempo prima uno dei suoi amici di chat le aveva raccontato che era il suo film preferito, facendole venire voglia di rivederlo.
  Quando l’amica, il giorno precedente, gliene aveva parlato in maniera esaltante dopo averlo acquistato , lei non si era fatta sfumare l’occasione, e le aveva subito chiesto in prestit
o il DVD. Ed ora era lì, nel salotto, a fissare quella copertina, completamente nera con una specie di occhio
 rosso meccanico (anche se non ricordava cosa fosse quell’oggetto) che per qualche strano motivo le suscitava una qualche tipo di bislacca attrazione. Rimase per un po’ a fissarla, poi si riscosse e inserì il disco nel lettore: non si rendeva ben conto del motivo, ma aveva una gran voglia di godersi il film, tanto che sembrava quasi che la stanchezza
 fosse diminuita.

Comprese subito che il monolito nero conferiva l’intelligenza alle scimmie, e capì come esse usassero le loro nuove facoltà per uccidere le prede: il suo cervello funzionava ancora bene, nonostante la spossatezza. Da grande amante della musica classica quale era, Chiara gradì moltissimo le scene in cui le astronavi, in modo molto poetico, danzavano nello spazio al ritmo di “Sul Bel Danubio Blu” di Johann Strauss figlio. Seguì poi  con piacere la storia del computer HAL 9000 (colui al quale apparteneva il non più misterioso occhio rosso) e dell’equipaggio della Discovery, riuscendo perfino a cogliere l’analogia che il film faceva tra lo conflitto iniziale tra le scimmie per la pozza d’acqua e, alla fine, quello per la vita tra David Bowman e il computer, tutte e due a simboleggiare la lotta per la sopravvivenza. Il film si sviluppò per le sue oltre due ore di durata in modo lento, ma mai noioso; a contribuire a mantenere un livello altissimo bastava la fotografia, che alla ragazza sembrava tra le più belle che avesse mai visto. Riuscì ad apprezzarlo senza alcuna difficoltà dovuta al sonno, quel film la stava veramente incantando. Poi arrivò il finale, quello di cui lei serbava ricordo. Ricordava quella specie di viaggio acido che durava interi minuti, tutti quei colori che si ammassavano e cambiavano, quelle catastrofi cosmiche gigantesche. Ancora una volta, vide quella sequela di immagini meravigliose e psichedeliche, intervallate dagli inquietanti fotogrammi che mostravano la faccia terrorizzata dell’astronauta Bowman. Non erano solo semplici immagini, quelle, lei lo sentiva: le facevano uno strano effetto, era come se la giovane avesse assunto degli allucinogeni, fatto sta che rimase realmente affascinata davanti a quelle immagini bellissime e insensate, quasi in trance. Cominciò a ondeggiare cullata dai colori impossibili e dalle infinite forme che parevano quasi uscire dallo schermo per entrarle nella fronte e rimbalzare in tutto il cervello producendo sensazioni piacevoli. Le dispiacque quasi quando, dopo un po’ di tempo, la sequenza finì.

Alla conclusione del viaggio oltre l’infinito, l’astronauta era tornato alla realtà, e si trovava in una cattedrale gotica. Anche Chiara si riscosse dallo stato d’animo esaltati che aveva appena sperimentato: e, riportando alla memoria la proiezione passata, realizzò improvvisamente che l’astronauta, l’altra volta, era arrivato, invece, in un hotel, forse un po’ demodè, ma che sicuramente non assomigliava nemmeno lontanamente ad una cattedrale. Rifletté un momento: non era possibile che i suoi ricordi fossero confusi? No, si disse, ricordava molto chiaramente il finale. L’unica spiegazione era che per sbaglio, mentre si muoveva confusamente sotto l’influsso del trip psichedelico, aveva urtato il telecomando accidentalmente, cambiando canale. Rapida, si mosse a riprenderlo da dove lo aveva lasciato, sul bracciolo del divano, per tornare al DVD e godersi il finale. Ma vide che non c’era più alcun bracciolo: era seduta non più sul suo sofà, ma su una panca di scomodo legno. E non solo: guardandosi attorno, vide che il salotto non c’era più, la sua casa era sparita chissà come, e si trovava nella cattedrale gotica che aveva visto nello schermo, mentre di Bowman non c’era più traccia. Era sparito tutto ciò che le era familiare, al posto delle finestre da cui filtrava la pallida luce della luna erano apparse gigantesche vetrate pitturate che, illuminate dal sole, proiettavano vivaci colori sul pavimento; ne c’era più il normale soffitto, che era una cosa tanto banale quanto importante per la giovane in quel momento di disorientamento estremo, sostituito da un alta volta composta da arcate a sesto acuto. Sbigottita per ciò che le stava accadendo attorno, Chiara ebbe un grosso sobbalzo quando, come dal nulla, risuonò cupo il suono dell’organo. Era una melodia molto familiare, la famosissima e alquanto tetra “Toccata e Fuga in Re Minore” di Johann Sebastian Bach; e la ragazza vide che in fondo all’abside, davanti alla tastiera, sedeva, dandole le spalle, l’organista, all’apparenza una donna di alcuni anni più vecchia di lei. Le ci vollero alcuni minuti per vincere lo spavento che l’ignoto le stava causando, ma alla fine riuscì a ritrovare una relativa calma. Decise allora di muoversi, e di andare a parlare con l’organista, per chiederle qualche informazioni. Arrivò nell’abside, e con gentilezza le chiese dove si trovava. La donna si girò, e con sgomento Chiara provò la sensazione di guardarsi in uno specchio. Certo, la donna che aveva di fronte era una quarantenne, il volto era rigato da piccole rughe e già mostrava qualche capello bianco in testa, ma non c’erano dubbi, quella era la sua copia perfetta. Poi la ragazza si sentì svenire, ma solo per un istante: eppure, quando dopo un attimo riprese conoscenza, aveva cambiato posizione, e con estrema paura si accorse di essere seduta davanti alla tastiera dell’organo, e di essere girata all’indietro guardando il vuoto dove prima si trovava.

Chiara ora ricordava alla perfezione il finale di 2001: Ed era terrorizzata perché le stava accadendo la stessa cosa. Invecchiava ad un ritmo impressionante, vedeva persone sempre più anziane sedute sulle panche della cattedrale o che passeggiavano tranquille attraverso i colonnati che delimitavano le navate, e poi, come per magia, diventava lei stessa quelle persone. Alla fine, quando ormai era già avanti con l’età, vide una figura, dall’aspetto molto malandato, sdraiata ai piedi degli scalini che salivano fino all’altare, che respirava rumorosamente e con fatica. Non ebbe nemmeno il tempo di spaventarsi, che i polmoni le bruciavano, e vedeva solo l’alta e spoglia volta della cattedrale. Ripensò al finale del film, e si disse che da un momento all’altro sarebbe apparso il monolito nero, e lei sarebbe rinata come una Starchild, una bambina di puro spirito senza corpo. Ma non accadde, e lei rimase lì sul pavimento per quelle che sembrarono ore, soffrendo e lottando per non venir meno. Alla fine, però, allo stremo delle forze, perse conoscenza.

Si riprese che ogni dolore era sparito. Sollevata, Chiara aprì gli occhi, ma fu inutile: si trovava in un posto completamente buio, anche se in lontananza scorgeva dei piccoli bagliori appena visibili, come deboli stelline, che si muovevano velocemente verso l’alto. Non erano loro, però, a spostarsi, bensì la ragazza sapeva, in qualche modo a lei sconosciuto, di star precipitando nel vuoto. E man mano che precipitava il calore si faceva sempre più intenso, un calore che più che nell’aria sentiva all’interno del proprio corpo. La giovane si spaventò molto, di quel luogo claustrofobico e orrido, e il timore crebbe ancora, quando nell’oscurità iniziarono a echeggiare lamenti addolorati e orribili urla che facevano ghiacciare il sangue nelle vene. Ad un certo punto, dopo diversi minuti, mentre sembrava che la discesa fosse ormai finita  e la ragazza fosse come sospesa nell’aria, il calore si fece veramente insopportabile, quasi doloroso: e in quel momento, in tutta quelle tenebre, un’intensa luce la accecò. Il terrore la colse: i suoi arti stavano letteralmente bruciando, lingue di fuoco giallo divoravano le braccia e le gambe. Presa da un’estrema paura, urlò, e tentò di rotolarsi in terra per spegnere le fiamme, ma non c’era nessun suolo. Il dolore si faceva sempre più intenso, e le fiamme ardevano man mano più calde e bruciavano una sempre maggiore parte del suo corpo. Tentò in tutti i modi di spegnerle, ma ogni sforzo fu inutile: alla fine, completamente avvolta dalle fiamme, si arrese alla disperazione, e si lasciò andare all’inevitabile. Fu allora che, con la coda dell’occhio, vide apparire un essere, minuscolo in principio ma che si avvicinava a gran velocità, finché in pochi secondi non le fu abbastanza vicino da poterlo toccare. Era una piccola creatura con una grande testa e occhi enormi e inquietanti che la osservavano inespressivi: seppur angosciante, oggettivamente non aveva nulla di spaventoso, ma Chiara venne colta dal panico e con un ultimo sforzo di volontà riuscì a girarsi in aria e fuggire. Poi accadde qualcosa di strano, e il paesaggio cambiò ancora una volta.

Ora il braccio sinistro era indolenzito come dopo una caduta, mentre il resto del corpo non conservava traccia del dolore. In effetti si ritrovava sdraiata su una superficie con il ventre rivolto verso il basso. La ragazza si tirò su con un po’ di fatica, e girandosi supina vide che l’essere spaventoso era ancora lì. Si spaventò nuovamente, ma solo per un attimo: non era altro che lo Starchild: Stava guardando gli ultimi secondi del film, che poi terminò con il reiterato tema iniziale del “Così Parlò Zarathustra” di Richard Strauss e quindi i titoli di coda. Chiara realizzò che tutto ciò che aveva visto non era stato altro che un sogno, un incubo come ne aveva già avuti in precedenza, anche se questo era stato tanto impressionate da colpirla in modo particolare. La ragazza capì che incubi del genere erano dovuti alle sue giornate troppo faticose, erano segnali che il suo corpo le mandava per sottolineare lo stress attraverso il mezzo onirico: così, dal giorno seguente in poi, seppur continuando a studiare intensamente, non arrivò mai più ai livelli che aveva raggiunto in quei mesi.

1 commento:

  1. Oddio! Io l'ho sempre detto che studiare fa malissimo!!!! ^^

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