mercoledì 28 gennaio 2009

Il popolo del lago (prima parte)

Dedico questo racconto a Giada, altra mia lettrice. Giada è giovane, e il suo racconto riflette questo fatto: può infatti sembrare ingenuo, di quei fantasy di bassa qualità. Alla fine però è una delle mie solite storie che coniugano il realismo alla sfera onirica. E' inoltre il racconto più lungo che abbia scritto, tanto lungo da doverlo spezzare in due parti. Spero vi piaccia.

Il popolo del lago

Era appena tornata a casa da scuola, quando il telefono cominciò a squillare. Giada corse a rispondere: era una sua cara amica, che le ricordava di venire alla sua festa di compleanno, più tardi quello stesso giorno. La ragazza non se ne era certo dimenticata, come poteva scordarlo, eppure la telefonata la rese felice. Sarebbe andata a Lecco, e sarebbe rimasta lì fino ad ora tarda, a festeggiare i 18 anni dell’amica, un traguardo molto importante nella vita di una persona, e il solo pensare quanto poteva essere speciale la festa le dava allegria. Corse in camera sua, per posare zaino e giaccone, e poi volò come avesse le ali ai piedi nella cucina, per prepararsi il pranzo da sola. Si fece una buona pasta con un sugo semplice e rapido, e in pochi minuti stava già mangiando. Il giornalista nella televisione della cucina balbettava parole incomprensibili a causa del volume troppo basso, e Giada e mangiò la metà del suo pasto in silenzio ascoltando quel soffuso mormorio, con troppi pensieri per la testa per accorgersi del fatto. Il telegiornale finì, e partirono le previsioni del tempo: la neve e il gelo di quei giorni non si sarebbero sciolti, e che anzi le temperature sarebbero state vicine allo 0 per quasi tutto il giorno. Alla giovane non piaceva l’inverno, soffriva sempre il freddo nella sua camera, ma non importava, la festa per fortuna era al chiuso. Già pregustava la sera dopo, immersa nei propri pensieri, quando il telefono squillò di nuovo. Era suo padre, le diceva che stava andando a casa, molto in anticipo rispetto al suo solito.

Dopo circa mezz’ora sentì il campanello che suonava, e corse ad aprire al padre. L’uomo entrò dalla porta dell’appartamento rivolgendo alla figlia uno smagliante sorriso. Disse che era felice, e che aveva una bella notizia da darle. Dopo essersi seduto in cucina ed aver mangiato quel poco che restava della pasta in relativo silenzio, tenendo la ragazza un po’ sulle spine, le disse che quel giorno, proprio quella sera, aveva organizzato un programma: sarebbero andati fino a Milano a fare compere, e poi sarebbero andati al cinema insieme. Sarebbe stato un modo, sosteneva, di rafforzare il rapporto padre-figlia e di divertirsi insieme. Giada rispose che non poteva andare con lui, che le dispiaceva molto ma aveva già un impegno, e quella bella iniziativa andava rinviata, ma forse mise un po’ troppa enfasi nel tono della sua voce. Il padre, solitamente permissivo, questa volta replicò che o andava con lui o sarebbe rimasta tutto il giorno chiusa nella sua camera, con tono non duro ma autoritario. La ragazza, molto stupita e anche amareggiata di quella risposta imperativa e anche un po’ tirannica, finì la mela che stava addentando con pochi e veloci bocconi, poi senza dire nulla si alzò e corse al piano di sopra a chiudersi in camera.

Giada guardava fuori della finestra la neve che ricopriva il paesaggio del piccolo paesino mentre le lacrime le rigavano il viso. Non era giusto, non era assolutamente giusto. Lei lo sapeva ormai da settimane della festa, e anche suo padre doveva per forza saperlo, del resto gliene aveva parlato spesso entusiasta. Quindi perché aveva scelto proprio quel giorno? Poteva essere così distratto? Ma soprattutto, perché quello scatto inusitato, che non era, in fin dei conti, rabbioso ma nemmeno normale per lui? Non aveva risposte, sapeva solo che doveva fare qualcosa, al più presto. A quel punto un’idea si fece largo nella sua testa, un’idea che di primo acchito le sembro addirittura “insana”, ma che, man mano che i minuti passavano, le sembrò sempre più sensata. Pensò che poteva evadere da quella stanza, uscire di soppiatto, scendere giù senza farsi scoprire, poi prendere la corriera per Lecco ed andare alla festa. Guardò l’orologio del computer con cui stava navigando: sarebbe arrivata un po’ tardi, ma non faceva nulla. Prese il lenzuolo che stava sul suo letto, lo tagliò a metà con un paio di forbici in modo da non farsi scoprire e legò le due parti con uno stretto nodo. Poi fissò uno dei due lembi al termosifone che si trovava sotto la finestra. Aveva intenzione di calarsi giù dalla finestra, come spesso si vede fare nei film americani, e dopo essersi ben vestita e preparata, aprì la finestra e stese il lenzuolo. Andò quasi tutto bene, ma alla fine il nodo legato al termosifone si sciolse, e Giada piombò nel vuoto. Per fortuna era a neanche mezzo metro da terra, perciò riuscì ad atterrare in piedi e senza un graffio.

Arrivò dopo poco alla fermata della corriera. Si sentiva strana, come qualcosa che ribolliva nello stomaco e al contempo le faceva uno strano effetto, come se la stesse intontendo. In effetti quella balzana sensazione le era arrivata subito dopo aver finito la pasta, forse poteva essere un effetto di questa. Comunque questo disturbo non le aveva dato fastidi fino a quel momento, e neanche ora le provocava un granché, si sentiva solo un po’ stordita. Non ci fece comunque caso, e prese la corriera. Nei tre quarti d’ora successivi, quelli necessari per arrivare a Lecco, però l’effetto aumentò molto, si amplificò al punto che non si accorse nemmeno, una volta lì, di essere alla fermata più vicina al luogo dove si teneva la festa di compleanno. Sentì a malapena l’autista che gridò “capolinea”, e non si accorse neanche che questi l’aveva aiutata con gentilezza a scendere, prendendo atto del suo stato confusionale. Si trovò ad un tratto sulla riva del lago di Lecco, non seppe come ci fosse arrivata, ma vedeva l’acqua dinanzi a se, la distesa bellissima e azzurra del lago che rifletteva il cielo azzurrissimo, dove non una nuvola si vedeva. Lo specchio d’acqua era stupendo, un prodigio della natura, tanto bello che a Giada sembrò quasi chiamarla, parve di sentire come un richiamo atavico, un’ancestrale attrazione data dalle sue origini marine. Si avvicinò al lago, e man mano sentiva dentro di se crescere quel fascino. Arrivata sul bordo delle acque sapeva già cosa doveva fare; e come in un sogno si gettò nell’acqua pura e limpida.

Sotto il pelo dell’acqua era freddo e umido, ma Giada si accorse con meraviglia che poteva respirare. Non solo, constatò che pur non toccando il fondo riusciva ugualmente a camminare e a restare sospesa nell’acqua. Incantata, ma anche un pochino intimorita, la giovane prese ad avanzare. I pesci che incontrava fuggivano tutti, forse terrorizzati da una cosa mai vista prima, ma non le importava, era troppo stupefacente stare lì, e mano a mano che passava il tempo l’acqua era sempre più calda ed accogliente, come se la natura la stesse accogliendo in un grande ed avvolgente abbraccio liquido. La sensazione era incredibile, quasi come uno stato di estasi totale. Ad un tratto, Giada noto una cosa: davanti a lei c’era qualcosa che si muoveva, e lentamente avanzava verso di lei. All’inizio le apparve come un piccolo pesce dalla forma strana, man mano che si avvicinava si accorse che era qualcosa di diverso, di molto diverso. Quando le fu ormai davanti, vide che era un piccolo e bizzarro esserino, altro come un dito della sua mano. Aveva una grossa testa di forma vagamente squadrata su cui spuntavano un paio di occhietti neri e una piccola boccuccia senza denti. Il corpo era piccolo e tozzo, e da questo partivano due larghe pinne al posto delle braccia; e nella parte inferiore aveva due corte gambe che terminavano con una piccola pinna laterale, e nel complesso aveva l’aspetto di un essere magico, come un folletto. L’essere cominciò a parlare, era una lingua molto strana fatta di fruscii e di schiocchi, ma la ragazza riusciva a capire che le stava dicendo di chiamarsi Xikton, e che le dava il benvenuto a Marfant, la terra del popolo del lago, di cui lui, ovviamente, era un esponente. Giada si presentò a sua volta, e con stupore constatò che non solo comprendeva la lingua del piccolo essere, ma anche che riusciva a parlarla, tanto bene che sembrava quasi la sua lingua madre. Il piccolo essere le disse allora che lei era un ospite speciale del suo popolo, che l’avrebbe condotta al palazzo del re con lui: poi, pronunciando alcune parole incomprensibili e presumibilmente magiche la rimpicciolì alla sua grandezza.


Giada seguì il suo nuovo amico per quelli che le sembravano chilometri. Questi riusciva a nuotare molto velocemente muovendo le sue pinne come ali, e l’effetto era come vedere una grande pennuto volare nelle acque blu. La ragazza comunque riusciva a stargli dietro, senza neanche sforzarsi di nuotare: era come se riuscisse a spostarsi con la sola forza del pensiero. Ad un tratto dallo sfondo uniforme emerse una vaga macchia bianca, e man mano che avanzavano diventava sempre più nitida e delineata. Guardando verso il basso, la giovane vide che sul fondale vi era un villaggio fatto di case squadrare di fango e sabbia, e nei passaggi tra di esse sciamavano tanti tesserini simili a Xikton, apparentemente affaccendati nelle stesse attività delle persone, nelle città sulla terraferma. Davanti a loro, ora, vi era un magnifico palazzo, gigantesco e dall’architettura balzana ma straordinaria, con torri coniche altissime che spuntavano verso l’alto un po’ da ogni parte, e piccole colonne orizzontali che uscivano dalla facciata del corpo principale. Nuotarono fino all’entrata, una sontuosa e gigantesca porta squadrata senza battenti. Da lì venne condotta al cospetto del re, nella sala del trono, un salone quadrato e dalla volta altissima. Sul trono, in fondo alla sala, il re era seduto con una grossa conchiglia a mo di corona in testa,e quando vide Giada si alzò e andò a baciarle la mano. Le disse che sarebbe potuta rimanere con loro quanto desiderava, anche tutta la vita se avesse voluto, che lei era la prima umana che avessero mai avuto nella terra di Marfant, e che per questo doveva essere trattata con tutti gli onori, anche più dello stesso re. Dopo aver ringraziato il re e la corte presente nella sala del trono, venne condotta nelle sue stanze del palazzo.

Rimase con loro ventisette giorni. Ogni giorno organizzavano banchetti a base dell’unico cibo che mangiava il popolo del lago, le alghe verdi sminuzzate, e che Giada trovava veramente gustose. Le feste in suo onore poi erano davvero sfarzose, l’enorme sala da ballo era sempre piena di nobili Marfantiani che danzavano per ore, al ritmo della soave musica prodotta dalla grande orchestra. La ragazza amava quel clima, lo amava veramente, e amava anche danzare con il suo amico Xikton, che in quei giorni l’aveva sempre accompagnata. Quasi non ricordava più la sua vita sulla terraferma, i ricordi del mondo fuori dall’acqua svanivano giorno dopo giorno, ma non le importava nulla, lei ormai voleva solo rimanere in quel posto per sempre. Lassù la aspettava un mondo apatico e marcio, pieno di gente malvagia in ogni dove, là sotto invece non era così, non c’era nessuno che le volesse far del male, nessuno era apatico. Purtroppo in questo si sbagliava, se ne sarebbe accorta solo dopo; però passò ventisette giorni piacevolissimi, forse i migliori della sua vita, e tra danze e cene il tempo volò.

Nel ventisettesimo giorno, qualcosa accadde. Dopo essersi alzata alla mattina, Giada notò una cosa strana: diversamente dalla solita calma che regnava solitamente, nel palazzo quel giorno c’era una grande agitazione, un atmosfera concitata. Un po’ allarmata, si vestì e si recò nella sala del trono. Al suo ingresso, il gran consiglio del re ammutolì, e tutti la guardarono. Il re, con una faccia sconsolata, le riferì che era scoppiata una rivolta, che la popolazione, stanca di fare la fame per nutrire i ricchi banchetti dei nobili come avveniva da quasi un mese, si stava ribellando. Per sedare la rivolta avevano solo due possibilità: o smettevano le feste o mandavano via la ragazza. Giada però aveva appreso che nel popolo del lago la tradizione non si poteva violare, era sacra, e la tradizione appunto prevedeva di organizzare cene e ricevimenti ogni volta che un ospite raggiungeva il palazzo. Quindi l’unica cosa che potevano fare era proprio cacciarla via. Ma lei non voleva, non voleva proprio, si sarebbe opposta con tutta le sue forze. Espresse questa opinione al re, in tono supplicante; ma il re, sempre più sconsolato, le comunicò che non poteva restare. Doveva andarsene, non gli importava dove, ma doveva andare via dal regno. Giada guardò allora Xikton, ma questi, infelice, scosse la testa. Giada venne accompagnata all’esterno del palazzo dalle guardie, che le intimarono di abbandonare per sempre Marfant. Lei urlò, con le lacrime agli occhi, che non avrebbe mai lasciato quel posto, se non la volevano sarebbe rimasta la fuori per sempre, ma mentre diceva questo sentì un’accelerazione. Stava venendo strattonata per un braccio, ma non vedeva chi la stesse tirando, era come se ci fosse una strana e misteriosa forza che la attraeva verso l’alto, verso la superficie, verso quel mondo che non voleva più vedere. Tentò di opporsi con tutte le forze, ma non ci riuscì, veniva portata lentamente ma inesorabilmente in su. Infine riemerse dall’acqua. Là c’erano molte luci che si muovevano e lampeggiavano, persone che parlavano e urlavano. Non riusciva a capire nulla, era confusa e stordita, sentiva solo un freddo intensissimo, non riusciva a sopportarlo. Poi si accorse che stava venendo trasportata, quindi il freddo si fece meno intenso. Disperata poiché non riusciva a capire cosa succedeva, Giada perse i sensi.

Si risvegliò all’ospedale. Non sapeva perché era lì, però vedeva davanti a se il padre, la faccia china, evidentemente molto triste. Cerco di parlargli, ma aveva le corde vocali come impastate, tuttavia il padre la sentì e si riscosse dallo stato di tristezza. Corse ad abbracciarla, forse con un po’ troppa foga. Anche Giada era dopotutto felice di rivederlo, non capiva ancora perché avesse avuto, nei giorni passati, il desiderio di non rivedere mai più nessun essere umano e di rimanere sempre nel palazzo di Marfant, mentre ora non provava che un attaccamento al “mondo di sopra”. Chiese al padre cosa era successo. Le raccontò tutto per filo e per segno: era caduta nel lago di Lecco ed era rimasta la sotto per quaranta minuti. La temperatura era quasi a zero, e grazie a ciò anche se non aveva respirato per tanto tempo non era morta, né aveva riportato danni permanenti. Per un colpo di fortuna, il nucleo subacqueo della polizia l’aveva trovata e ripescata per tempo, qualche altro minuto in più e avrebbe sicuramente riportato lesioni gravissime; ed oramai erano passate circa due ore dal salvataggio Allora Giada gli raccontò tutto quello che aveva vissuto, il mese che le era parso passare, il popolo del lago, il regno di Marfant, il palazzo, tutto ciò che le era capitato, e il padre sembrò annuire, con un sorriso strano, che lei non capì. Dopo un altra oretta, anche la sua amica, quella che compiva 18 anni, arrivò all’ospedale seguita da tutti i suoi amici invitati alla festa. Erano venuti appena avevano saputo la notizia, e ora che sapevano che non era successo nulla erano molto sollevati. L’amica fece alcune chiamate, e in qualche minuto vennero portate alcune cibarie e uno stereo: la festa di compleanno, con il permesso dei medici, sarebbe continuata in quella stanza dell’ospedale di Lecco.

Qualche giorno dopo la ragazza dopo scoprì che anche suo padre aveva avuto delle allucinazioni, anche se in forma minore, e che i NAS avevano scoperto che il pomodoro con cui aveva preparato il sugo con cui aveva condito la pasta era scaduto, e vi avevano proliferato dei funghi tossici e vagamente allucinogeni. Il negoziante, che aveva contraffatto l’etichetta a quella e ad altre confezioni, nei mesi successi venne processato e condannato per sofisticazione di alimenti e lesioni intenzionali; ma Giada non si sentiva danneggiata, anzi, l’esperienza del lago le era piaciuta moltissimo, e nonostante questo, paradossalmente, le aveva rafforzato l’amore per la terraferma. Non parlò mai con nessuno, a parte il padre, di questa avventura, ma non ha ancora dimenticato quei magnifici ventisette giorni nella terra del popolo del lago.

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