lunedì 19 gennaio 2009

Il giovane e l'iliaco

Dedico questo racconto a Michele, un altro dei miei lettori. La ricchezza di particolari è dovuta al fatto che mi sono ispiratato ad una storia vera, anche se la parte paranormale e onirica è ovviamente una mia completa invenzione.

Il giovane e l’iliaco

Michele aspettava il suo amico con un certo nervosismo passeggiando avanti e indietro davanti alla tomba di Antenore, il leggendario fondatore di Padova, nella piazza omonima. Fino a quel momento era andato tutto bene, quel giorno: era persino riuscito ad acquistare una buona quantità di dischi a basso costo, e la cosa lo rendeva ovviamente felice, anche se aveva speso forse troppi soldi, e sapeva che ne avrebbe spesi alti nel prosieguo del giorno. Il suo nervosismo era dovuto al fatto che colui che doveva incontrare non era propriamente un amico, ma invece una persona conosciuta attraverso Msn. E se su internet gli era sembrato simpatico e divertente, non sapeva se nella realtà sarebbe stato lo stesso. Inoltre, in un momento di scarsità monetaria, Michele gli aveva chiesto, sempre via chat, di comprargli un biglietto per il Priest Feast, il concerto a cui avrebbero suonato prima i Testament, poi i Megadeth e infine i Judas Priest, e a cui il suo “amico” aveva deciso di partecipare. Un concerto del genere non si vedeva quasi dai mitici eighties, perciò il giovane non sarebbe potuto mancare, ed era quindi contento che il suo amico avesse accettato la sua richiesta; tuttavia non sapeva se fidarsi di questa persona, magari poteva essere un biglietto contraffatto o falso, avrebbe potuto pagare 52 euro per un pezzo di carta straccia, e questo lo rendeva ancora più nervoso. Del resto, non lo conosceva affatto, ne conosceva gente del centro Italia, da dove “l’amico” proveniva. Controllò nervosamente l’orologio: le sedici e cinquantadue. L’appuntamento era alle 17, e lui era arrivato decisamente troppo presto.

Il tempo passò, e passò, e passò ancora, ma della persona che aspettava nessuna traccia. Dopo parecchi minuti, Michele cominciò a stizzirsi, e man mano che passava ancora del tempo, i suoi dubbi e le sue incertezze crescevano sempre di più, insieme alla sua rabbia. Alla fine, l’irritazione prese il sopravvento, e sciolto ogni dubbio, il giovane decise di andarsene, ma proprio in quel momento realizzò improvvisamente che qualcosa non andava. Non solo il suo “amico” non arrivava all’appuntamento, ma da qualche tempo non si vedeva anima viva, ne nella piazzetta, ne in via San Francesco davanti a lui, ne nella riviera Tito Livio, l’arteria che costeggiava la piazza, nessuna auto, nessun pedone, nulla. Adesso che se ne accorgeva, il silenzio regnava, e cominciava a diventare quasi assordante alle sue orecchie. La notte incombeva e i lampioni illuminavano il buio di una pallida luce arancione che rendeva il tutto ancora più spettrale di quanto già non fosse. Nelle finestre delle abitazioni attorno, invece, non si scorgeva la benché minima fonte luminosa, l’oscurità regnava incontrastata, e così era anche per la libreria Feltrinelli dall’altra parte della strada di fronte, per la facoltà di diritto comparato sull’altro lato dell’arteria e per il palazzo della procura dalle sue spalle.

Ormai abituato a quel silenzio, Michele sussultò violentemente quando d’un tratto sentì un suono alle sue spalle, un rumore sinistro quasi come uno strusciò di pietra su pietra, un sibilo molto strano. Istantaneamente si girò, e alle sue spalle c’era una figura umana, che sul colpo lo spaventò molto. L’uomo che aveva alle spalle era evidentemente molto anziano, alto e magro, con una testa completamente calva e una lunga barba bianca; nel suo volto Michele scorse qualcosa di familiare, di molto familiare, anche se non riuscì a capire cosa fosse. I vestiti del vecchio sembravano simili a degli stracci consunti, ma tutto sommato l’uomo non aveva l’aspetto del mendicante, al contrario sembrava come circondato da un aura di saggezza quasi mistica. Passato lo spavento, il giovane decise di rivolgersi all’uomo. Gli chiese  chi era, e se sapesse cosa stava accadendo lì. Quando il vecchio rispose, egli seppe che l’anziano non era certamente italiano, e nella lingua che parlava sentiva giusto qualche assonanza con i linguaggi che conosceva; tuttavia, non sapeva neanche lui in che modo, riusciva a comprendere ogni parola che lo straniero diceva, come se una voce gli stesse parlando direttamente nel cervello. Capì che il vecchio in realtà era Antenore, l’eroe troiano della guerra contro gli achei che nella leggenda aveva fondato la città di Padova. Mentre parlava, Michele si accorse che la tomba alle spalle del suo interlocutore era aperta, il sarcofago era scivolato da un lato, e ciò gli causò dubbi ma soprattutto sgomento. Nonostante ciò, il giovane decise di rimanere ad ascoltare il vecchio, e per quanto fosse dubbioso, la versione di questi gli sembrò l’unica che spiegava quella oltremodo bislacca situazione.

Rimasero in silenzio per quelle che a Michele sembrarono ore: Antenore continuava a fissarlo diritto senza parlare, e il giovane, anche un po’ messo in ansia da ciò, non osava chiedere nulla a quel fantasma con l’aspetto di un vivo, in un misto di timore reverenziale e inquietudine. Alla fine riuscì, con uno sforzo mentale non indifferente, a vincere l’agitazione, e impacciato domandò al troiano perché fosse apparso proprio a lui, se era stato in qualche modo scelto. Antenore rispose nella sua strana lingua che aveva bisogno di una persona di puro sangue padovano che appartenesse alla sua stirpe. Michele gli fece notare cautamente di essere si nato e abitante nella città patavina, ma che i suoi genitori erano originari di Mantova, e che per questo non poteva essere padovano doc, e men che meno un suo discendente; ma il vecchio gli rivelò che tutto ciò non aveva importanza, che il giovane era veramente della sua stirpe, e che risalendo molto indietro nel tempo la sua famiglia proveniva veramente da lui. Ancora una volta Michele  era incredulo, ma dopo averci pensato a lungo decise di costringersi ad accettare per vero tutto quello che gli era stato detto. Chiese quindi al vecchio cosa volesse. Gli occhi dello spettro si accesero di una strana e sinistra luce, che al giovane non piacque affatto, poi parò con enfasi affidando al giovane una missione: doveva ripristinare la purezza originaria del suo popolo, del popolo veneto, e cacciare, o ancora meglio uccidere, chiunque non ne facesse parte, italiano o straniero che fosse. Dopo un momento del più totale smarrimento, Michele questa volta rifiutò ciò che il suo antenato gli diceva. Non poteva agire in quel modo, lui che era da sempre contro ogni tipo di intolleranza, contro ogni forma di discriminazione. Vinse ogni inibizione e riverenza verso il vecchio, e gli disse in modo duro e forse un po’ ostile che non lo avrebbe mai fatto, che doveva trovare qualcun altro, e che non riusciva a capire come era possibile che un uomo che l’Iliade descriveva come moderato e pacifista potesse essere così atroce. Si pentì subito del tono usato e di tanta sincerità. Lo spettro sembrò diventare gigantesco e assunse un aspetto a dir poco spaventoso, piazza Antenore si illuminò di una luce rossa brillantissima e infernale. Da mansueto vecchio si era trasformato in un mostro, il volto deformato nella rabbia e bestiale, l’espressione demoniaca, il corpo come avvolto in grandi fiamme rosse. Ora il vecchio era un mostro alto come un palazzo e terribile a vedersi, che diventava sempre più grande e irraggiava sempre più luce, proferendo maledizioni e bestemmie dal suono terrificante. Michele non sapeva quanto durò quella perversa manifestazione, seppe solo che la paura si impadronì di lui e lo paralizzo dalla testa ai piedi. Quello che era stato lo spirito di Antenore continuava a crescere sempre di più, a irraggiare un aura malefica. Quindi, all’improvviso, sparì in un esplosione di luce rossa, e l’ultimo ricordo del giovane fu di volare sbalzato via, per poi battere pesantemente la testa sull’asfalto della strada.

Ora stava fissando dritto la libreria davanti a se, dall’altra parte della strada. Non ricordava come fosse arrivato lì, ma ora c’erano delle persone nella piazza, persone normali; e la tomba alle sue spalle, vide, era chiusa, come se non fosse accaduto mai niente. Guardò nuovamente l’orologio: le sedici e cinquantatre minuti. Era passato solo un minuto da quando lo aveva adocchiato l’ultima volta, e capì così che si era immaginato ogni cosa. Michele era una persona intelligente, capì subito anche cosa voleva dire quel sogno ad occhi aperti: il fatto che per la prima volta doveva incontrare un “terrone” come si diceva dalle sue parti aveva rivelato la sua parte intollerante, che nemmeno egli conosceva, e il nervosismo che aveva covato gli aveva scatenato l’allucinazione. Adesso era contento, era riuscito a sconfiggere dentro di se l’intolleranza, e il nervosismo si era perfino attenuato. Rivolse nuovamente lo sguardo verso la libreria e vide colui che aspettava che girava avanti e indietro, anch’egli in preda all’ansia, anch’egli in anticipo; e senza pensarci due volte lo raggiunse, e passò una serata in compagnia e senza pensieri.

1 commento:

  1. Bel racconto..tanto più che mi sembra di conoscere il protagonista ;)
    (P.S. per l'"ottimo", era sarcastico)

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